giovedì 10 aprile 2025

9 aprile 1948 il massacro sionista di Deir Yassin,

 

Fu pianificato per seminare il terrore e il panico tra la popolazione palestinese in tutte le città e paesi della Palestina, al fine di intimidire gli abitanti e obbligarli a fuggire per poter confiscare le loro case e le loro terre ad uso dei coloni ebrei. La tattica degli ebrei sionisti era di intimorire le persone indifese perché fuggissero dalle loro case per la paura di perdere la vita.

Assassinarono 250 persone. Mutilarono i corpi anche prima della morte. I criminali tagliarono membra ad alcuni e aprirono il ventre ad altri. Assassinarono bambini al petto delle loro madri indifese.

Di queste duecentocinquanta persone, a venticinque donne incinte fu conficcata una baionetta nel ventre. Mutilarono 52 bambini di fronte alle madri, dopo li assassinarono e decapitarono. Dopo assassinarono e mutilarono le madri. Circa sessanta donne e bambine furono assassinate e mutilate. Questi sono i fatti storici relativi all’orribile crimine perpetrato contro il villaggio arabo di Deir Yassin.

Nella notte tra il 9 e il 10 aprile 1948, il tranquillo paese arabo di Deir Yassin, un sobborgo di Gerusalemme, fu sorpreso dagli altoparlanti che esortavano gli abitanti ad evacuare immediatamente il paese. I paesani si svegliarono, in uno stato di confusione e paura cercarono di verificare cosa stava succedendo e si trovarono circondati da ogni parte da bande ebree. Gli ebrei approfittarono della paura e della disorganizzazione che regnavano per uccidere e mutilare persone prive di qualsiasi opportunità di difendersi.

Gli assassini non erano soddisfatti dei crimini che avevano commesso nel villaggio. Aggredirono le donne e le bambine sopravvissute e dopo avergli tolto tutti i vestiti, le fecero salire su veicoli aperti, portandole nude per le strade del quartiere ebreo di Gerusalemme, dove furono sottoposte alle beffe e agli insulti degli spettatori. Molti scattarono delle fotografie di queste donne.

mercoledì 9 aprile 2025

L'intervista

 Educare le macchine restando pronti all’imprevedibile. L’AI vista da Cacciari

Michele Silenzi 08 apr 2025

“Oggi l’esistenza stessa dell’AI mostra come la nostra età sia caratterizzata dal primato dell’homo technicus”. Ma la macchina non deciderà mai da sola. Intervista al filosofo sulle sfide della nuova tecnologia

Massimo Cacciari è senza dubbio il più noto filosofo italiano. Il suo ultimo libro, Metafisica concreta, è un richiamo costante a pensare e a tentare di dire ciò per cui sembra non abbiamo parole, e che pure costituisce il tessuto stesso delle nostre esistenze: quello sfondo illimitato e inafferrabile senza cui sarebbe il nulla piuttosto che qualcosa, e dove la grande ricerca scientifica e la grande ricerca filosofica convergono. Allo stesso tempo, la sua riflessione è da sempre ben piantata in una continua attività politica, intesa sia come pratica amministrativa, sia come attività diretta del pensiero nelle cose che fanno pulsare la nostra quotidianità e danno forma al mondo che ci circonda giorno dopo giorno. In questo senso, in questa doppia veste, non potevamo non interrogarlo sulla grande questione dell’intelligenza artificiale che questo giornale, e nel suo piccolo questo ciclo di interviste, cerca di indagare e capire nella sua costante evoluzione.

Professor Cacciari, riflettendo sull’intelligenza artificiale penso che la prima cosa su cui portare l’attenzione, a livello filosofico, sia il tentativo di comprendere la distinzione, se vi è per lei, tra intelligenza e pensiero. Si può guardare all’intelligenza come alla “componente calcolante” della nostra ragione, considerando invece il pensiero come la sua parte “creativa”, ossia quella che “dà vita” a cose che altrimenti non sarebbero? Oppure ritiene questa distinzione oziosa o errata?

“Kant parlava di tre facoltà-forze fondamentali della nostra anima. Con la prima, strettamente connessa alle nostre capacità di calcolo, condizione di ogni mathesis, noi legiferiamo sui fenomeni, ta phaionomena, le cose in quanto e solo in quanto ci appaiono, e cioè stabiliamo leggi della natura. La seconda riguarda il nostro dover essere, indirizza secondo forme anch’esse a priori il nostro agire. Nella terza si esprime quella componente essenziale della nostra natura per cui noi speriamo esista una relazione essenziale tra essa e la natura “esteriore”, ovvero che la Natura nel suo insieme abbia come suo intrinseco fine la nostra felicità. Non resterebbe allora che chiedersi: può una Macchina presentare una tale complessità? Se riflettiamo un po’ potremmo facilmente vedere come le opere più straordinarie dell’uomo la manifestino, spesso drammaticamente, spesso mostrando la disarmonia tra le sue parti. Potrebbe una Macchina interrogarsi, come noi facciamo, intorno al problematico rapporto tra intelletto, ragione e giudizio teleologico? Potremmo giungere a dover ammettere: non lo sappiamo. Se il comportamento della Macchina corrispondesse al senso delle domande che ho appena posto come potremmo decidere sulla sua “natura”? Che sia ‘natura’ è certo, poiché nulla può esistere che non sia prodotto di Physis, ma ‘quale’ parrebbe impossibile deciderlo. Il test potrebbe svolgersi così: quali domande porre al nostro ‘interlocutore’ tali che le sue risposte accertino che si tratta di una Macchina? Ti angoscia la morte? Che intendi per morire? Sogni? Come hai amato o odiato? Ma non potrebbe, se la Macchina è ‘vissuta’ abbastanza, aver imparato da noi, frequentandoci, osservandoci, tutte queste ‘passioni dell’anima’, così da saperle perfettamente imitare? (E sarebbe allora ancora proprio parlare di imitazione?). Il self-learning non potrebbe giungere a comportare anche questo? O il costruttore vorrà a priori renderlo impossibile? Non credo si possa ora dare una risposta attendibile. Lo sviluppo dell’AI, come tutte le grandi imprese del general intellect tecnico-scientifico, è aperto all’imprevedibile. E l’imprevedibile è sempre deinon, ha sempre in sé tremendi pericoli”.

In una recente conferenza all’Accademia dei Lincei lei dice che la natura umana non è un dato, un fatto, ma un fieri, un farsi. In questa ottica, esiste un limite che si possa porre alla possibilità di una co-evoluzione tra essere umano e macchina?

“Co-evoluzione tra intelligenza e Tecnica vi è sempre stata. Per questo la Tecnica è sempre più che un affare tecnico. L’Homo technicus influisce sull’oeconomicus, sul politicus, sul poeticus – e reciprocamente. A seconda delle epoche l’una dimensione può emergere prepotentemente sulle altre e ognuna assumere forma diversa. Oggi l’esistenza stessa dell’AI mostra come la nostra età sia caratterizzata dal primato dell’homo technicus. E la forma specifica che la Tecnica assume in essa è quella che ho definito faustiana: il progetto di trasformazione della stessa intelligenza umana, più in generale: il progetto di trasformazione dello stesso soggetto della Tecnica. In questo senso, è già del tutto possibile pensare all’impianto nel cervello umano di dispositivi artificiali, di reti neurali artificiali. La co-evoluzione diverrebbe allora un matter of fact”.

A volte si teme il fatto che le macchine diventino più intelligenti di noi. Ma non lo sono già, se con intelligenza si intende semplicemente la capacità di calcolare? E quindi non dovremmo forse esaltare la potenza calcolante delle macchine di risolvere problemi pratici, e semplicemente capire come utilizzarle al meglio, per quello che potremmo chiamare, con parola desueta se utilizzata con maiuscola e priva di connotazioni moralistiche, il Bene? Ma in tal senso, quale il destino della politica? Ossia, nel momento in cui l’algoritmo processa tutto il calcolabile con “esattezza”, quale lo spazio della decisione?

“Se l’AI è chiamata – e lo è ogni giorno più profondamente – a fornire almeno la base conoscitiva di progetti e scelte riguardanti ambiti essenziali della nostra vita, dall’amministrazione pubblica alla sanità, dal campo della giustizia alla scuola, ecc., dovranno per forza trovar spazio, tra gli input che la formano, anche imperativi di ordine etico. Il comportamento oggettivamente riscontrabile dell’AI dovrà saperli manifestare. Questo diviene allora il problema politico di fondo: quali saranno i soggetti che ‘educheranno’ l’AI? I loro ‘padroni’? E chi sarà in grado di controllarli, se non governarli? Quale ordine politico potrebbe non essere costantemente in ritardo rispetto alla formidabile accelerazione del sistema, Gestell, tecnico-scientifico-economico? Questa è la domanda esatta. La Macchina non deciderà mai da sola – essa ha l’equivalente della nostra base genetica – e poi su di essa impara, si evolve, si può anche trasformare – ma sempre relativamente a quella base. Chi ha il potere di impostarla, di determinarne la direzione fondamentale? La perfetta distopia sarebbe: il soggetto-padrone dell’AI ne decide la struttura genetica e la Macchina autonomamente determina la sua evoluzione epigenetica. E il sistema così formato decide sul bios, sulla vita del nostro genere.

giovedì 3 aprile 2025

L’obbedienza cieca è l’origine dei più grandi mali dell’umanità.

 Oggi risuona nuovamente la chiamata alle armi. Credevamo che il mondo omerico con la sua celebrazione della forza e del “coraggio sul campo di battaglia” appartenesse a un lontano, remoto passato, quando l’umanità era più primitiva, più feroce, più brutale. Ma già due millenni fa c’era chi era insensibile a tali richiami. Si tratta del poeta Archiloco di Paro che abbandonò lo scudo nel bel mezzo della battaglia. La scelta di gettare lo scudo rappresenta una rottura con i valori del mondo omerico, dove ciò che contava era soprattutto l’onore e il desiderio di gloria.

Archiloco descrive la brutalità della guerra non celandola dietro artefici poetici, e la guerra, perduta ogni valenza epica, si mostra davanti agli occhi del poeta nella sua indecente nudità, mentre quest’ultimo rivolge la sua attenzione alla vita, che capisce essere più preziosa di qualsiasi cosa.

Il vero eroe è il disertore, colui che dice “no” alla guerra, colui che si rifiuta di obbedire, ciecamente obbedire, agli ordini dei suoi superiori diventando in tal modo un assassino, un Caino moderno. Cosa dissero infatti i carcerieri dei lager? Come si difesero i mediocri funzionari dell’apparato nazista? Non avevamo altra scelta, non potevamo agire diversamente, obbedivano a delle direttive. Ecco l’eterna giustificazione di chi abdicando alla propria umanità, alla propria coscienza, alla propria dignità di essere pensante in grado di discernere il bene del male, rinuncia al proprio essere uomo per trasformarsi in un ingranaggio del sistema.

Si possono compiere le peggiori atrocità ed essere convinti al tempo stesso di avere la coscienza a posto. Ciò accade quando accogliamo, senza averle sottoposto al vaglio della nostra coscienza, idee, atteggiamenti, pratiche condivise che proprio per il fatto di essere condivise ci paiono naturali. È questa la banalità del male di cui parla Anna Arendt: l’incapacità di pensare, di sentire, il piegare la propria coscienza alle leggi ed alle direttive imposte dall’alto, giuste o sbagliate che siano non fa differenza.

G.Middei, anche se voi mi conoscete come Professor X (Cari amici, se volete mi potete seguire anche su Instagram, dove pubblicherò contenuti inediti, mi trovate la come “IlprofessorX”)

#società #socialmedia #filosofia

 

lunedì 24 marzo 2025

Dall'archivio di Giovanni Provvidenti.

 Il "fanciullo" e il suo egoismo necessario

La fanciullezza è quello stato di beatitudine istintiva che  ci fa apparire tutto naturale, necessario, privo di colpa. È l'innocenza di chi non ha più bisogno di dire a se stesso e agli altri: "questo è morale, questo è immorale, perciò questa è la mia colpa, questa è la mia innocenza"; è uno stato d'animo che considera ogni cosa mondana dal punto di vista del gioco, che è la vera necessità del "fanciullo". Il bambino, per esempio, prende sul serio il gioco, è già maturo per considerarlo la sua necessità, la sua dimensione vitale atemporale e aspaziale: infatti egli agisce e opera dimenticandosi del tempo che scandisce se stesso e dello spazio che occupa

e non si pone domande esistenziali di bene o di male, di buono o di cattivo, di giusto o ingiusto, perché sa ridere del tragico come del buffo. Il bambino non sa che cos'è etico o antietico, e se gli si impone un costume, una convenzione o un'abitudine morale, lo si violenta nelle sue intenzioni più innocenti e naturali, più recondite, è come se gli si reprimessero i suoi impulsi primigeni, che poi sono quegli stessi impulsi necessari per la sua crescita e formazione del carattere. Certo, per un bambino la disciplina è d'uopo in un contesto sociale collettivo, purché sia graduale e non tenda soltanto alla repressione. Il bambino soffre le repressioni, egli vuole soltanto essere felice e ridere: Il bambino SA RIDERE! E Saper ridere anche da adulti come l'innocente fanciullo è una grande serietà, una grande maturità. In verità non è seria nè matura l'ipocrita e deleteria commedia sociale e, spesso, personale, di coloro i quali non prendono troppo sul serio il gioco e pensano che la serietà sia anzitutto il lasciarsi trasportare dal fiume inesorabile delle età e "invecchiare" - spesso invecchiare anzitempo poiché anzitempo ci si è consegnati al "superfluo bisogno sociale" - o diventare "saggi", come se crescere dovesse voler dire inevitabilmente lasciarsi il fanciullo alle spalle e considerare maturo l'atto del "tribunale interiore", come se già non ci fossero i "tribunali esteriori" a farci sentire pesante l'esistenza; mi riferisco agli impenitenti dispensatori di giudizi e pregiudizi, ai dispensatori di valori e ideali, nonché di ideologie. I tribunali interiori sono quei luoghi terribili che occupano un territorio del tutto privato e personale dove ogni azione diviene l'imputata da giudicare, da giudicare in base a ciò che si è imparato a riconoscere come morale o immorale: l'essere ligi a quella sorta di amplesso spirituale che diviene flagellazione metafisica: poichè ci fa sentire sempre colpevoli di qualche cosa. In crisi senza posa verso qualche idolo sociale o culturale. Ma il "fanciullo", colui che considera l'innocenza dell'individuo il viandare nei sentieri della necessità, prescinde da siffatti tribunali e giudizi e non valuta in basa a un pregiudizio, ma in base alla necessità appunto. In base a un egoismo del tutto fisiologico. Anzi nemmeno si pone la domanda di cosa sia necessario per lui, perché lo sente, lo avverte istintivamente, fisiologicamente, e di conseguenza agisce. Ma non è propriamente un essere irrazionale assuefatto a un relativismo di maniera: il suo agire è sì istintivo, semplice, naturale, ma si fonda sulla prospettiva che egli ha di stesso, ma soprattutto sulla propria consapevolezza. Processa tale prospettiva e si rapporta col proprio io e con gli altri nella misura in cui il suo egoismo fisiologico comprende un bisogno di autoconservazione e dà a se stesso ciò che ritiene utile per il suo benessere. "Cosa è utile e buono per me?", egli chiede a stesso, e agisce di conseguenza. È un egoismo che non si pone domande e non cerca risposte, appunto perché non si sa tale, ma che riconosce istintivamente una necessità. Naturalmente tale individuo è consapevole di vivere nel bene e nel male mondano, nel buono e nel cattivo umano, nel giusto e nell'ingiusto che sitano dinanzi all'ingresso dei tribunali interiori come esteriori, non li può mica eludere e vivere tra essi come un imbelle o un ebete! Tuttavia riconosce, indovina la strada per superarli e non lasciarsi trattenere dalle soavi vocine di sirena di coloro che dicono: "cresci e guarda la realtà a te d'intorno; non sei più un bambino e non vivi in un mondo straniero, non puoi vivere alieno a te stesso: non sei diverso da noi", e lo vorrebbero sempre riportare indietro, al tutto uguale, al loro "altruismo", alla loro realtà quotidiana, come se la realtà fosse solo quella che loro vedono, vivono! Il "fanciullo" è quel tipo di individuo che considera l'altruismo: o un atto di mera magnanimità o un atto di mera privazione sacrificale, altrimenti non lo considera affatto e si tiene ben stretto il suo egoismo necessario. Il bambino, ad esempio, quando dà non dà per costrizione? Solo quando ne sente e ne avverte la necessità dà con mero slancio di generosità - senza peraltro chiedersi se è stato un gesto generoso o sacrificale: dona e basta ed è felice di averlo fatto, e sorride. SA RIDERE! E quando soffre cerca istintivamente ragioni per il proprio malessere interiore e nello stesso tempo cerca ogni via per trarsene fuori, perché vuole tornare a giocare e a ridere, AD ESSER SERIO E SERENO E MATURO PER LA SUA NECESSITÀ. E perché un individuo adulto non dovrebbe considerare la vita un gioco, una risata, persino quando la vita diventa dolore? "Saper ridere" persino del dolore più profondo eleva l'animo fino allo spirito libero! Ma perché si possa ridere ed esser liberi, cioè elevati e guardare alle tragedie mondane come fossero uno spettacolo, si deve prima santificare l'egoismo! Giovanni Provvidenti

 

 

domenica 23 marzo 2025

I Sumeri e il loro straordinario lascito

 I Sumeri furono una delle civiltà più avanzate e influenti dell’antichità, fiorendo tra il 4000 e il 2000 a.C. nella regione della Mesopotamia (attuale Iraq). Le loro innovazioni hanno avuto un impatto duraturo sulla storia dell’umanità. Tra le loro invenzioni documentate figurano:

1. La scrittura cuneiforme (Schriftsprache), il primo sistema di scrittura conosciuto

2. La ruota

3. Il sistema di irrigazione

4. L’agricoltura organizzata

5. La matematica, con un sistema sessagesimale (basato sul 60)

6. Il calendario lunare

7. La città-stato, con un’organizzazione sociale complessa

8. Gli ziqqurat, grandi strutture religiose e amministrative

9. I codici di legge, come il Codice di Ur-Nammu e il successivo Codice di Hammurabi

10. La letteratura, tra cui l’Epica di Gilgamesh, il più antico poema epico conosciuto

11. La navigazione fluviale

12. La produzione di mattoni cotti per la costruzione

13. La metallurgia del bronzo

14. La produzione della birra, con ricette documentate

15. Il sistema contabile basato su tavolette di argilla

16. Le prime scuole (Edubba), per la formazione degli scribi

17. La burocrazia governativa

18. L’architettura monumentale

19. L’astronomia, con la registrazione dei moti celesti

20. La musica e la costruzione di strumenti musicali

I Sumeri e l’astronomia

I Sumeri svilupparono un sistema avanzato di osservazione astronomica, fondamentale per la creazione del calendario e per il culto religioso. Tuttavia, l’idea che avessero mappe dettagliate del sistema solare come lo conosciamo oggi è una speculazione moderna senza fondamento archeologico. Alcune tavolette cuneiformi mostrano rappresentazioni del cielo e dei pianeti visibili a occhio nudo (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno), ma non prove di una conoscenza precisa di Urano, Nettuno o Plutone.

Chi erano gli Anunnaki?

Gli Anunnaki erano un gruppo di divinità venerate dai Sumeri, Accadi, Babilonesi e Assiri. Il termine significa “coloro che discendono dal cielo” o “progenie del dio Anu” e indicava esseri divini con ruoli diversi nella mitologia mesopotamica. Le principali fonti su di loro provengono da testi religiosi e letterari, tra cui l’Epica di Gilgamesh, l’Atrahasis (che narra un diluvio simile a quello biblico) e l’Enuma Elish, il poema della creazione babilonese.

Negli anni ’70, lo scrittore Zecharia Sitchin reinterpretò i testi sumerici in chiave fantascientifica, sostenendo che gli Anunnaki fossero esseri extraterrestri provenienti dal pianeta Nibiru, che avrebbero creato gli esseri umani per sfruttarli come forza lavoro. Tuttavia, questa teoria non ha alcun riscontro accademico ed è considerata pseudoscienza.

Somiglianze con altre mitologie

Alcuni studiosi hanno notato similitudini tra la mitologia mesopotamica e altre tradizioni antiche, ma ciò si spiega con la diffusione culturale tra civiltà vicine. Ad esempio:

• Mitologia egizia: il dio Ra viaggia nel cielo con la sua “nave solare”, un concetto simbolico legato al ciclo del sole.

• Mitologia indù: i Vimana, menzionati nei testi sanscriti, sono descritti come carri celesti, ma non esistono prove che fossero navi spaziali reali.

• Dogon del Mali: il mito della stella Sirio è stato spesso reinterpretato in chiave aliena, ma la loro conoscenza di Sirio B è stata probabilmente influenzata da contatti con astronomi moderni.

• Culture precolombiane: Incas, Aztechi e Maya veneravano dèi solari, ma non esistono connessioni dirette con i Sumeri.

Il mistero del film “Anunnaki”

Nel 2006, il regista Jon Gress iniziò la produzione di una trilogia cinematografica intitolata Anunnaki, ispirata alle teorie di Sitchin. Tuttavia, il progetto fu interrotto e il film non venne mai distribuito. La spiegazione ufficiale è la mancanza di finanziamenti, ma alcuni teorici della cospirazione sostengono che il film sia stato bloccato per evitare che diffondesse una “verità scomoda”. Non esistono prove a supporto di questa ipotesi.

Conclusione

I Sumeri furono una civiltà straordinaria, la cui eredità ha plasmato il mondo moderno. Tuttavia, le teorie sugli Anunnaki come esseri extraterrestri derivano da interpretazioni moderne senza basi storiche o scientifiche. Sebbene affascinanti, queste idee rientrano più nella fantascienza che nella realtà archeologica.

Baisi Francesco

Le CELLULE TI ASCOLTANO, REAGISCONO, SI EMOZIONANO

 

Ti sei mai chiesto se il tuo corpo può ascoltare i tuoi pensieri e le tue emozioni?

Esistono tecniche che vanno oltre la semplice consapevolezza fisica e che suggeriscono un legame diretto tra la tua mente e le tue cellule. Queste pratiche ci permettono di comunicare con le nostre cellule, con l'intenzione di migliorare il nostro benessere.

PERSONALMENTE ho messo a punto una efficace tecnica che nel suo sviluppo comprende:

1. Meditazione delle cellule: Immagina di entrare in contatto con ogni cellula del tuo corpo, visualizzando una connessione energetica che porta guarigione, equilibrio e vitalità.

La consapevolezza del corpo diventerà il primo passo per inviare energia positiva alle tue cellule.

2. Puoi Prendere consapevolezza delle risposte del tuo corpo e allenarti a usare il respiro e la mente per influenzare positivamente il tuo stato fisico portando il corpo a uno stato di benessere ottimale.

3. Guarigione energetica:

Utilizzando il pensiero e l'intenzione, talvolta i giusti CRISRALLI potrai inviare energia direttamente alle tue cellule, favorendo lo stato di benessere generale.

4. Riprogrammare le cellule con affermazioni personalizzate e utilizzando anche codici e numeri: Le tue cellule reagiscono a pensieri ed emozioni.

Usare specifiche affermazioni positive per riprogrammare la tua mente e, di conseguenza, il tuo corpo RAPPRESENTA UN Grande CAMBIAMENTO! Ogni parola e numero e codice che pronuncerai influenzerà profondamente il tuo stato fisico.

Scopri il potere di un legame profondo tra la mente e il corpo!

by KatyaPerego

 

 

Lo gnosticismo

 

La credenza che siamo particelle di Dio discese in questo mondo prigione, che abbiamo perso memoria, identità e facoltà extrasensoriali, e che tutto ciò può essere riguadagnato attraverso l’anamnesi o attraverso la congiunzione mistica, è una delle vedute religiose più radicali conosciute in Occidente.

Lo Gnosticismo presume che il mondo apparente sia una frode che nasconde la vera realtá. Di qui il bisogno della rivelazione della Gnosi. Ci troviamo “segretamente” in una prigione gigante, “segretamente” in schiavitù. C’è una deliberata occlusione praticata su di noi da carcerieri ostili. La verità ci è deliberatamente nascosta per mantenerci nell’ignoranza. Se dovessimo conoscere la verità tutto ciò che vediamo si rovescerebbe. Rivelare è rovesciare, rovesciare è rivelare. C’è dunque nello Gnosticismo una base intrinseca rivoluzionaria e sovversiva che combatte le potenze che governano questo mondo.

Gli Gnostici distinguevano il vero Dio inconoscibile (Primo Eone) dal malvagio dio minore Yaldabaoth (o Demiurgo), di cui essi disprezzavano pertanto le leggi e l’universo materiale da lui creato per imprigionare le anime degli uomini. Gli Arconti sono concepiti come esseri invisibili che tengono in schiavitù psichica gli uomini, impedendo loro di conoscere la verità, di riconoscere in loro la scintilla divina che li accomuna a Dio. È questa la conoscenza di cui gli uomini sono defraudati.

(Sintesi estratta dall'Esegesi di Philip K. Dick, noto in vita soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza, ma, dopo la morte, rivalutato per la sua "Esegesi", una mastodontica raccolta delle sue tormentate riflessioni personali, fortemente influenzate dallo Gnosticismo, di cui era appassionato studioso).