lunedì 24 marzo 2025

Dall'archivio di Giovanni Provvidenti.

 Il "fanciullo" e il suo egoismo necessario

La fanciullezza è quello stato di beatitudine istintiva che  ci fa apparire tutto naturale, necessario, privo di colpa. È l'innocenza di chi non ha più bisogno di dire a se stesso e agli altri: "questo è morale, questo è immorale, perciò questa è la mia colpa, questa è la mia innocenza"; è uno stato d'animo che considera ogni cosa mondana dal punto di vista del gioco, che è la vera necessità del "fanciullo". Il bambino, per esempio, prende sul serio il gioco, è già maturo per considerarlo la sua necessità, la sua dimensione vitale atemporale e aspaziale: infatti egli agisce e opera dimenticandosi del tempo che scandisce se stesso e dello spazio che occupa

e non si pone domande esistenziali di bene o di male, di buono o di cattivo, di giusto o ingiusto, perché sa ridere del tragico come del buffo. Il bambino non sa che cos'è etico o antietico, e se gli si impone un costume, una convenzione o un'abitudine morale, lo si violenta nelle sue intenzioni più innocenti e naturali, più recondite, è come se gli si reprimessero i suoi impulsi primigeni, che poi sono quegli stessi impulsi necessari per la sua crescita e formazione del carattere. Certo, per un bambino la disciplina è d'uopo in un contesto sociale collettivo, purché sia graduale e non tenda soltanto alla repressione. Il bambino soffre le repressioni, egli vuole soltanto essere felice e ridere: Il bambino SA RIDERE! E Saper ridere anche da adulti come l'innocente fanciullo è una grande serietà, una grande maturità. In verità non è seria nè matura l'ipocrita e deleteria commedia sociale e, spesso, personale, di coloro i quali non prendono troppo sul serio il gioco e pensano che la serietà sia anzitutto il lasciarsi trasportare dal fiume inesorabile delle età e "invecchiare" - spesso invecchiare anzitempo poiché anzitempo ci si è consegnati al "superfluo bisogno sociale" - o diventare "saggi", come se crescere dovesse voler dire inevitabilmente lasciarsi il fanciullo alle spalle e considerare maturo l'atto del "tribunale interiore", come se già non ci fossero i "tribunali esteriori" a farci sentire pesante l'esistenza; mi riferisco agli impenitenti dispensatori di giudizi e pregiudizi, ai dispensatori di valori e ideali, nonché di ideologie. I tribunali interiori sono quei luoghi terribili che occupano un territorio del tutto privato e personale dove ogni azione diviene l'imputata da giudicare, da giudicare in base a ciò che si è imparato a riconoscere come morale o immorale: l'essere ligi a quella sorta di amplesso spirituale che diviene flagellazione metafisica: poichè ci fa sentire sempre colpevoli di qualche cosa. In crisi senza posa verso qualche idolo sociale o culturale. Ma il "fanciullo", colui che considera l'innocenza dell'individuo il viandare nei sentieri della necessità, prescinde da siffatti tribunali e giudizi e non valuta in basa a un pregiudizio, ma in base alla necessità appunto. In base a un egoismo del tutto fisiologico. Anzi nemmeno si pone la domanda di cosa sia necessario per lui, perché lo sente, lo avverte istintivamente, fisiologicamente, e di conseguenza agisce. Ma non è propriamente un essere irrazionale assuefatto a un relativismo di maniera: il suo agire è sì istintivo, semplice, naturale, ma si fonda sulla prospettiva che egli ha di stesso, ma soprattutto sulla propria consapevolezza. Processa tale prospettiva e si rapporta col proprio io e con gli altri nella misura in cui il suo egoismo fisiologico comprende un bisogno di autoconservazione e dà a se stesso ciò che ritiene utile per il suo benessere. "Cosa è utile e buono per me?", egli chiede a stesso, e agisce di conseguenza. È un egoismo che non si pone domande e non cerca risposte, appunto perché non si sa tale, ma che riconosce istintivamente una necessità. Naturalmente tale individuo è consapevole di vivere nel bene e nel male mondano, nel buono e nel cattivo umano, nel giusto e nell'ingiusto che sitano dinanzi all'ingresso dei tribunali interiori come esteriori, non li può mica eludere e vivere tra essi come un imbelle o un ebete! Tuttavia riconosce, indovina la strada per superarli e non lasciarsi trattenere dalle soavi vocine di sirena di coloro che dicono: "cresci e guarda la realtà a te d'intorno; non sei più un bambino e non vivi in un mondo straniero, non puoi vivere alieno a te stesso: non sei diverso da noi", e lo vorrebbero sempre riportare indietro, al tutto uguale, al loro "altruismo", alla loro realtà quotidiana, come se la realtà fosse solo quella che loro vedono, vivono! Il "fanciullo" è quel tipo di individuo che considera l'altruismo: o un atto di mera magnanimità o un atto di mera privazione sacrificale, altrimenti non lo considera affatto e si tiene ben stretto il suo egoismo necessario. Il bambino, ad esempio, quando dà non dà per costrizione? Solo quando ne sente e ne avverte la necessità dà con mero slancio di generosità - senza peraltro chiedersi se è stato un gesto generoso o sacrificale: dona e basta ed è felice di averlo fatto, e sorride. SA RIDERE! E quando soffre cerca istintivamente ragioni per il proprio malessere interiore e nello stesso tempo cerca ogni via per trarsene fuori, perché vuole tornare a giocare e a ridere, AD ESSER SERIO E SERENO E MATURO PER LA SUA NECESSITÀ. E perché un individuo adulto non dovrebbe considerare la vita un gioco, una risata, persino quando la vita diventa dolore? "Saper ridere" persino del dolore più profondo eleva l'animo fino allo spirito libero! Ma perché si possa ridere ed esser liberi, cioè elevati e guardare alle tragedie mondane come fossero uno spettacolo, si deve prima santificare l'egoismo! Giovanni Provvidenti

 

 

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