mercoledì 12 settembre 2018

Stephen Bantu Biko



Il 12 settembre 1977 è una data tragica per chi crede nella libertà, nella giustizia e nell'uguaglianza tra gli uomini. Quel giorno, sul pavimento di una cella vuota della prigione di Pretoria in Sudafrica si spense la giovane vita (pochi mesi dopo avrebbe compiuto 31 anni) di Stephen Bantu Biko,il leader pacifista e antirazzista del partito comunista sudafricano (all'epoca fuorilegge), ucciso dalla polizia del regime dell'Apartheid.
Biko era stato arrestato poco meno di un mese prima, il 18 agosto 1977. Rinchiuso in una cella per il colore della sua pelle, nera. Fin dai tempi della scuola, quella per soli neri, Bantu Stephen Biko, nato nel dicembre 1946, iniziò la sua battaglia politica per i diritti dei neri in Sudafrica. Prima nei movimenti studenteschi e infine nella Black Consciousness (la Consapevolezza Nera), che ispirata dai movimenti della Negritudine in Africa (Frantz Fenon, Kwame Nhrumah, Amilcar Cabral) e negli Stati Uniti (Melcom X, i Black Power), voleva essere la "rinascita politica e culturale di un popolo oppresso". Un movimento totalmente libero dalla presenza dei bianchi. Per questa ragione l'ANC (African National Congress) di Nelson Mandela non fu mai un riferimento, politico e culturale per Biko che, perfino quando l'ANC scelse la lotta armata, non osò definire il movimento di Nelson Mandela "troppo moderato".
Il 6 settembre 1977 Biko fu interrogato dai sui aguzzini, tra cui Gideon Niuwoudt, morto nel 2005, nella stanza 619. Le percosse furono tali che lo ridussero in fin di vita. I suoi carcerieri bianchi dissero che si agitava troppo e per una spiacevole fatalità sbattè la testa contro le sbarre della cella.
L'11 settembre venne trovato nella sua cella in condizioni disperate e si decise di trasportarlo a Pretoria dove il carcere era attrezzato con un'unità medica. La traduzione, per usare il gergo carcerario, avvenne su di una Land Rover che di notte viaggiò per 1100 chilometri. 

giovedì 6 settembre 2018

I miei primi 40 anni da emigrata in Africa Conversazione con Riccarda Vivarelli Matondo 4 SETTEMBRE 2018, RAETHIA CORSINI

                                    Il bacino del Congo

«L’Africa può essere il nostro futuro, un laboratorio per un nuovo sviluppo capace di invertire la rotta del Pianeta. Per le sue immense ricchezze naturali si presta a un avvenire ecosostenibile. Spetta alle nuove generazioni cogliere l’opportunità, ma devono essere istruite. Vogliamo davvero aiutare gli africani “a casa loro”? Occorre coraggio da parte di chi governa qui e nei Paesi che invece qui vengono con le loro multinazionali i cui guadagni emigrano altrove. L’Africa occidentale è ricca di oro, ma i processi estrattivi usati dalle imprese straniere sono inquinanti, devastano le zone agricole e la popolazione resta senza lavoro. Le aziende straniere corrompono i governi locali per operare senza controlli. I governanti locali imboscano i soldi nei paradisi fiscali e il corto circuito è innescato. Coraggioso sarebbe rifiutare certi accordi. Gli africani emigrano, certo: la popolazione è in maggioranza di giovani e sono troppi rispetto alle opportunità di occupazione, anche nei paesi con buone economie come Senegal, Costa d’avorio, il lavoro per tutti non c’è. Così, come accade ovunque, si cerca di andare dove si può vivere meglio, ma al contrario di quanto si crede in Occidente, la maggior parte non sceglie l’Europa. I congolesi “miei connazionali” migrano nella Repubblica del Sudafrica, in Zimbabwe, Zambia, Brasile, Canada. Invece per chi scappa da tragedie, da Paesi come Sudan ed Etiopia, ogni meta va bene purché sia in altri continenti e, nella disperazione, si è disposti anche a seguire barconi della morte. Poi c’è chi prova semplicemente a seguire un sogno. Noi italiani nel Novecento seguivamo il sogno americano. Loro oggi quello europeo. Io negli anni Settanta sognavo l’Africa».

Riccarda Vivarelli, nata povera in canna e cresciuta nella provincia dell’Appennino Tosco Emiliano, oggi è un’artista affermata: ha trovato riconoscimenti di critica e pubblico tra il Congo, la Costa d’Avorio, la Tunisia esportando la sua arte in Europa e in America. Un’emigrata al contrario.

Negli anni Sessanta con la famiglia, in cerca di una vita migliore, trasloca a Milano dove si forma e la sua anima in movimento trova spazio grazie alla pittura, contro la volontà dei suoi perché «con l’arte non si campa, men che meno la figlia di proletari». Eppure vince lei. S’iscrive all’Accademia e per pagarla fa vendite porta a porta, cameriera, comparsa per gli sceneggiati della Rai «un lavoro ben retribuito e in più potevi mangiare alla mensa per un prezzo stracciato», ricorda Riccarda. Lavora, studia e frequenta il bar Jamaica a Brera, allora quartiere di artisti in cerca di fama o affamati di cibo, ma anche celebri: «potevi trovarti a bere il caffè accanto a Fontana, Crippa, Dova, Brindisi, Pomodoro, Bianco – racconta Riccarda -. C’era confronto e capitava di vedere questi maestri al lavoro nel loro studio». Lei si misura col suo talento e Milano glielo conferma: inizia a vendere le proprie opere e intanto si fa largo il desiderio profondo di partire per scoprire orizzonti diversi che si dischiudono in Congo, «all’epoca Paese pacifico che mi ha aperto il cuore sulle bellezze e gli occhi sui contrasti di un continente che cattura l’anima più nascosta di ogni “essere umano”». Poi, al ritorno in Italia, il destino le apparecchia la svolta.

«A casa di amici a Milano comparve Samuel, un ingegnere congolese, sei anni più giovane di me, in città per una formazione presso il Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano. In Congo (allora Zaire, ndr) studiava sotto i lampioni della luce pubblica perché non aveva la corrente elettrica a casa; il padre faceva l’autista e la madre coltivava le arachidi per venderle al mercato; una scuola cattolica di frati e l’università che all’epoca di Moboutu aveva professori provenienti dai paesi dell’Est e dal Belgio, erano state la sua fortuna. Assunto appena laureato dalla società nazionale dell’elettricità, perché il Congo aveva - e ha - immense risorse idroelettriche, nel 1976 lo mandarono in Italia per la formazione. Ed eccolo lì, davanti a me: talmente bello! E con un’educazione d’altri tempi. Quello è stato l’unico coup de foudre della mia vita. Da quel giorno è cominciata la nostra storia». Due anni dopo, Riccarda prende la grande decisione: «Vado a vivere in Africa, comunico a mia madre. E lei: che ti devo dire? Non sono riuscita a domarti quando avevi quattro anni, figurati se ci provo ora che ne hai 30!».

Dunque: Milano-Kinshasa solo andata, anno 1978. Che cosa accade da quel momento?
«All’epoca il Congo era base americana per contrastare “l’avanzata comunista” in Africa. Nella vicina Angola, in piena guerra fredda, prese il potere Agostinho Neto sostenuto dall’allora URSS. L’Occidente non poteva permettere che i comunisti si appropriassero di quei territori ricchissimi di diamanti e petrolio. Pure il Congo Brazzaville era “socialista” anche se sotto tutela della Francia, la cui compagnia petrolifera ELF, divenuta poi Total, ha sempre sfruttato e tuttora sfrutta i pozzi di petrolio di Pointe Noire. Così, per bloccare il comunismo, l’Occidente abbandonò un intero popolo a una dittatura feroce. Volevo tenere negli occhi e nel cuore il paradiso terrestre che conobbi nel mio primo viaggio, invece vedevo povertà, ingiustizie sociali enormi perché anche se la gente era ed è piena di dignità e “proprietaria” di tante ricchezze, vive da diseredata. Per esempio: qui in Congo sono stati scoperti i giacimenti di coltan più ricchi del mondo, circa l’85% delle riserve mondiali, un minerale che oggi usiamo per cellulari, computer, televisioni al plasma; un metallo che ha odore di sangue, di morte, di donne abusate ogni giorno dalla soldataglia che occupa la regione minacciando le popolazioni locali, obbligandole a esodi biblici. Il coltan non arricchisce il Congo, non aiuta lo sviluppo: è esportato illegalmente in Ruanda da dove prende il volo per tutti i Paesi che fabbricano tali device. Questo è accaduto quando sono arrivata: ho aperto gli occhi. Poi ci sono stati momenti difficili con la famiglia di Sam».

Non ti accettavano?
La madre di Sam sì, ma le altre persone anziane erano ostili: memori della colonizzazione belga non volevano imparentarsi con una “mundele” (bianca). Fondamentale fu l’intervento di una bisnonna: convocò tutte le persone contrarie al nostro matrimonio minacciando di scagliare maledizioni su chi si opponeva. Pare ne sapesse molto di pratiche magiche. Non so se fu per questo, ma le cose cambiarono davvero.

E lì continuavi la tua arte
No. All’inizio dovevo capire quel mondo. La mia vicina di casa, una bella donna di Kisangani, laureata in economia, direttore commerciale presso l‘Ufficio Nazionale del Caffè (di cui il Congo era ed è grande produttore, ndr) mi ha aiutato ad accettare la cosa per me più difficile: in Africa non si è – non si può – essere mai soli. I parenti di ogni grado sono sempre in casa, rari i momenti d’intimità. Rifiutare è un affronto. Mi è stato difficile anche accettare la quotidiana contraddizione tra esplosione di sorrisi, gioia, spontaneità mescolati a sofferenza profonda. Non sapevo conciliarle finché non ho imparato a dare. E per dare, visto che all’epoca non avevamo molti soldi anche se Sam lavorava, all’inizio ho improvvisato lavori al limite della legalità, all’insaputa di mio marito. Il ricavato serviva soprattutto ad aiutare gente per gli studi o la salute. Aprii pure un ristorante e in seguito una scuola, dando lavoro ai locali. Poi sono arrivati i figli: nel 1981 Aime, nell’82 Hervé e nell’84 Yannick. Dipingevo ogni tanto, distrattamente, finché un francese vide i miei quadri e disse che ero pazza ad aver smesso.

Intanto la prole cresce, studia, ma gli eventi travolgono il Congo: nel ‘91 scoppiano i primi tumulti causati dai militari che, con l'arrivo di Laurent Kabila al potere, dopo gli anni orribili del genocidio in Ruanda si tramutano nella Prima e Seconda guerra del Congo (‘96-‘97; ‘98-2002.). Per capirne la portata pensiamo alla nostra Seconda guerra mondiale: ha coinvolto una decina di Stati, causato oltre cinque milioni di morti per malattia e fame e molti milioni di profughi richiedenti asilo. Riccarda e i figli si trasferiscono in Italia, Sam resta, cambia impiego e passa alla Banca africana di sviluppo con sede in Costa d’Avorio, ad Abidjan. Lì la famiglia lo raggiunge e per undici anni vivono in pace. «È grazie al popolo ivoriano, di grande cultura, che ricominciai a dipingere e in modo nuovo: cambiavo la luce, diventavo più illustrativa, inserivo tessuti e poi ho avviato una proficua produzione scultorea. In poco tempo fui presentata come un’artista ivoriana sia in Africa sia all’estero. Devo molto a quel popolo».

Nel 2002 però in Costa d’Avorio c'è un tentativo di colpo di stato che taglia il paese in due e sfocia in una guerra civile. Gli stranieri sono i primi a doversene andare. Riccarda e famiglia si confinano a Tunisi. Il tempo di vivere la primavera araba ma poi, in seguito agli attentati, dovranno andarsene. Solo nel 2015 torneranno in Congo. «Sam oggi è in pensione ma non smette di impegnarsi per questo Paese che è il suo e dei nostri figli. Noi speriamo di poter salvare il salvabile evitando di commettere gli stessi errori che sono stati fatti altrove, spiegando che il sogno europeo è diverso da quello americano di ieri e che l’Europa non è l’America, ed è in crisi. L’emigrazione attuale in Italia, per esempio, è sorella di quella favorita da francesi e inglesi per far entrare forza lavoro, senza integrazione, neppure per la seconda generazione. Ce lo confermano anche i nostri figli, che pure sono migranti privilegiati».

I vostri figli sono andati a formarsi in Europa, come aveva fatto il padre. Oggi, laureati, due in economia, uno in architettura, parlano quattro lingue, lavorano tra Madrid, Milano e Berlino.
Li vedo due volte l’anno quando tornano a casa, a Kinshasa. Sono ragazzi senza frontiere. Come dovremmo esserlo tutti.


giovedì 30 agosto 2018

CONTRO IL GENOCIDIO IN CORSO


#IxD #BeneScol - Vi presento John Mpaliza. #MyFeetForPeace
#RDCongo - CONTRO IL GENOCIDIO IN CORSO.
"Mi chiamo John Mpaliza. Sono cittadino congolese (Congo RD). Vivo in Italia dal 1994 e stabilmente a Reggio Emilia dal 1997. Ho una laurea breve in Ingegneria Informatica conseguita presso l'Università degli Studi di Parma e lavoro come programmatore/sistemista e architecture manager. L'anno scorso (2010) ho deciso di fare qualcosa per aiutare il mio paese, il Congo RD, paese che ha subito una guerra ed una invasione durate più di un decennio. Questa guerra, economica, orchestrata dalle multinazionali dell'hi-tech ha fatto più di 6 milioni di morti ed altrettanti profughi nel pieno silenzio delle istituzioni internazionali. Nel Congo RD, secondo il rapporto "mapping" dell'ONU, vi è stato un genocidio nel decennio tra il 1993 ed il 2003. Ma sembra non interessi a nessuno. Infatti, l'unico interesse per molti è quello economico (vedi sfruttamento di minerali come il coltan).
Ho deciso quindi di trovare una sistema per denunciare questi crimini di guerra, informare e sensibilizzare più gente che posso sulla situazione in cui si trova il mio paese.
L'anno scorso sono stato a camminare a Santiago de Compostela (Spain) e quest'anno vado a Roma, sempre a piedi. La partenza è fissata per il 26 giugno 2011, per arrivare a Roma 2 settimane e mezzo o 3 settimane dopo. La pace è possibile ma non può arrivare se non la si cerca. Questo è il mio contributo à la causa del mio amatissimo paese. Spero dia qualche aiuto concreto".
"Dalla #MarciaReggioReggio da Reggio Emilia a Reggio Calabria (20 luglio-20 dicembre 2014), alla #MarciaReggioHelsinki e molte molte altre. Innegabilmente John ha deciso di mettere la faccia, anzi letteralmente i piedi, su quel cambiamento mondiale che intende auspicare".
John Mpaliza lo puoi seguire direttamente sulla pagina : http://www.facebook.com/peacewalkingman
Onu - Rapporto Mapping:
http://www.paceperilcongo.it/…/rapporto-mapping-dell%E2%80…/
FERMIAMO QUESTE MULTINAZIONALI E CHIEDIAMO ALL'ONU DI REGOLAMENTARE LA PROTEZIONE E LA SALVAGUARDIA DEI DIRITTI UMANI!
AIUTIAMO JOHN. FERMIAMO IL VERO #CAPORALATO
#RDCongo – Stay Tuned!

mercoledì 29 agosto 2018

AVETE ROTTO IL CAZZO

Avete rotto il cazzo con sta storia dei migranti, avete rotto il cazzo perchè siete stupidi. Completamente stupidi.
Partiamo da qualcosa di basilare: cosa stracazzo ha fatto il governo in questi 3
mesi circa.
"In circa 3 mesi la squadra di governo si è riunita una decina di volte e ad oggi è stato approvato solo il decreto che rinvia di 6 mesi la fattura digitale per i benzinai."
(La fattura dei benzinai...chiaro?!)
Flat Tax, reddito di cittadinanza, decreto di dignità? Se ne riparla nel 2020! Che non vuol dire che si faranno, vuol dire che "se ne riparla"...un po' come quando mio figlio mi chiede di andare alle giostre alle 9 di sera e io sono in mutande sul divano e rispondo: "eh sì sì poi vediamo".
Quindi visto che si sono promesse puttanate per arrivare al potere (come al solito per carità)...e visto che al comando fondamentalmente ci sta un partito con a capo un idiota che ha preso il 17% dei voti (il diciassette per cento, diciassette, non menziono nemmeno i 5S perché sono più assenti di Spalletti sulla panchina dell'Inter)...cosa si può fare per acquisire ulteriori consensi?!
"Che ne dite puntiamo tutto sulla stupidità degli italiani?"
"Ottima idea, funziona sempre"
"Continuiamo a parlare male dei migranti?"
"Siamo arrivati al 17% nonostante anni di furti e incompetenza politica solamente puntando sui negri, continuiamo porco due"
"Slogan? St'anno vanno tanto, così li pubblichiamo su Fb"
"L'Italia agli italiani, ti piace?"
"Figo, andata! Pubblico subito"
Ma parliamo dell'Italia agli italiani:
C'è un'emergenza immigrazione da risolvere.
C'è un'emergenza immigrazione da risolvere?
No brutto pirla non c'è nessuna emergenza immigrazione da risolvere. Rispetto al 2017 in un anno, l'immigrazione è calata dell'80% (ottanta, ripeto ottanta...secondo i dati della Fondazione Ismu, non secondo il meme con 4,5 mln di Like).
È calata prima ancora che arrivasse il decerebrato che si fa chiamare "capitano"...(l'unico capitano è Zanetti, al massimo Baresi o Maldini, non ce ne sono altri)!
Ma andiamo avanti; quanto ci costa l'immigrazione? Circa 4,6 miliardi l'anno (e voi direte: QUATTROVIRGOLASEIMIGLIARDIIII VERGONIAAAA, perché lo so che lo dite)...ma questi 4,6 miliardi non vanno mica ai "negretti" eh...no, a loro vanno circa 2,5 euro al giorno, (due virgola cinque) (niente iPhone, niente alberghi di lusso, niente ombrelloni in prima fila, e nemmeno cene da Cracco pagate).
Ma voi siete comunque indignati (perché chiamarvi razzisti poi vi offendete).
Sapete che se questi 4,6 miliardi venissero ridistribuiti, oltre a rendere disoccupata un sacco di gente adibita all'accoglienza, porterebbe nelle tasche della signora Maria,pensionata di turno...circa 1/2 euro in più (ma forse sto esagerando)!
Ora, senza stare a dettagliare i problemi che affliggono il nostro paese, facciamo un rapido conto di quelli macro, quelli insomma che fanno davvero la differenza.
Lo sapete quanto fattura la Mafia? Non lo sapete? Vabbó ve lo dico 150 miliardi l'anno...(centocinquantamiliardi) 150 cucuzze provengono dalla criminalità organizzata. (Oltre 40 miliardi in più rispetto al primo gruppo italiano "legale"...Exor).
Vogliamo parlare dell'evasione fiscale? Secondo i dati ISTAT vengono evasi circa 300 Miliardi l'anno (TRECENTO! sapete la differenza tra 300 e 4,6 dei migranti sopra quant'è? No, non ve lo dico. Lo fate con la calcolatrice...ah un miliardo ha 9 zeri, giusto per aiutarvi). Naturalmente non conto gli altri 200 miliardi di evasione derivanti da attività criminale, sennò saremmo oltre i 500! Facile.
Quindi mentre non dichiarate i vostri guadagni, mentre taroccate bilanci, mentre pagate in nero qualsiasi cosa...fatevelo un piccolo esame di coscienza la prossima volta che vi sentite DERUBATI perché spendono 2 euro dei NON vostri soldi per aiutare qualcuno che forse forse sta un pelo peggio di voi. Pensate a quelli che inculate giornalmente al vostro vicino di ombrellone.
Vogliamo scrivere due righe sulla corruzione? Beh sono circa 100 miliardi l'anno a spese del bel paese...
Quindi, pallottoliere alla mano, sono circa 700 miliardi che "mancano" all'Italia ogni anno, solo da questi 3 problemi. Solo da questi.
Poi se volete aggiungere spesa pubblica ad cazzum, stipendi dei politici, rimborsi elettorali, pensioni d'oro e altre decine e decine di merdate che pesano su ognuno di noi....beh facciamolo.
Però, però, il problema sono i migranti. E sapete perché?
Perché siete un branco di pirla che vi fate fare il lavaggio del cervello, da un malvivente che usa la vostra stupidità per ottenere consensi, che vi instilla la paura nel cervello, che usa il DIVERSO come perno per aumentare la sua popolarità e accrescere il vostro odio.
Odio verso il nemico che non esiste.
Odio che vi porta a sparare troiate tipo: "non sono razzista, ma..." un po' come se dicessi "sono vegano, ma il controfiletto la sera me lo mangio lo stesso!"
Avete rotto il cazzo.
Oltre ad avere il quoziente intellettivo di Sossio Aruta durante una puntata di uomini e donne...e il battesimo come titolo di studio, siete solo dei razzisti nascosti dietro il vostro "amore per la patria"...che ogni giorno puntualmente buttate nel cesso con la vostra intolleranza retrograda.
Fatevi un esame di coscienza, se ne avete una...e se tenere 5 giorni in mare esseri umani per voi "è corretto perché mica possiamo tenerli tutti noi, aiutiamoli a casa loro, e la signora Pina prende 400 euro al mese di pensione, vergoniaaa"...fatevi un cazzo di giretto in quei posti dove regna povertà e guerra...con la speranza che qualcosa lì vi trattenga e che qui non ci torniate più.
Perché a me, come a tanti grazie a Dio, fanno pena gente come voi.
Vi avrei anche fatto il Meme, ma non sono capace.
In sintesi: Avete rotto il cazzo.
Gabriele Hitch Militano😭😭

giovedì 26 luglio 2018

L'Antipatica - Stefania Gander



24 luglio alle ore 18:44 · 
+++ LA DEMOCRAZIA MALATA +++

Non sono ancora passati 2 mesi dall’insediamento del Governo Conte ("Conte"… si fa per dire, ovviamente) e già possiamo vedere gli straordinari effetti del cambiamento. Perché sì, un cambiamento c’è stato, eccome se c’è stato. 
Ma in peggio, molto in peggio.

Ed a farne le spese è il processo democratico, quello che rappresenta la base del nostro Stato.

Vediamo insieme le innumerevoli ferite che questa maggioranza ha portato alla democrazia:

SAVIANO. Saviano dichiara la sua forte opposizione a questo Governo. Viene minacciato di togliergli la scorta (consegnandolo di fatto nelle mani dei sicari della camorra). Non contento di questo, il Ministro dell’Interno lo denuncia. Salvini, forte della sua immunità, lo denuncia addirittura in quanto Ministro ( si sa che Salvini parla, a seconda di come gli fa comodo, da cittadino, da ministro, da leader della Lega, da leader del centrodestra, da padre, cugino, zio,affine di terzo grado…).

MIGRANTI. Tema scottante di questi primi due mesi. Si sono infrante tutte le leggi internazionali che si potevano infrangere, compresa la Convenzione di Ginevra. I viaggi della disperazione sono stati definiti “crociere” da Salvini, e sempre lui ha definito la loro condizione una pacchia. 
Ha chiuso i porti perfino alle navi italiane (!), minacciato le navi delle ONG e i loro equipaggi, creato crisi diplomatiche con la Francia, la Spagna, la Tunisia, l’UE. 
Soprattutto, pesano sulla coscienza di questo Governo i morti, bambini compresi, che si sarebbero potuti salvare.

DECRETI LEGGE: Il Ministro Di Maio ha sostenuto un decreto legge di cui non conosce gli effetti. Quando si è accorto che sarebbe bastato leggere ciò che aveva firmato, ha accusato i vertici dell’INPS di aver modificato nottetempo il decreto. Scoperto che non poteva essere così, ha cambiato versione e accusato il Presidente dell’INPS di remare contro il Governo, invocandone le dimissioni.

LIBERTÀ DI CULTO. L’Italia si trasforma da Paese Laico a Paese confessionale, con l’obbligo di esporre il crocifisso nei luoghi pubblici. 
A chiederlo non è il Papa, ma vuole imporlo Salvini, il che dovrebbe bastare a qualsiasi cattolico per indignarsi della strumentalizzazione che viene fatta di questo simbolo religioso. D’altronde, è più semplice obbligare chiunque a seguire una religione, piuttosto che risolvere i problemi del Paese.

ATTACCO AL PARLAMENTO. Casaleggio, proprietario della piattaforma Rousseau e “azionista di maggioranza” dei 5 stelle, dichiara l’inutilità del parlamento, che a Suo dire dovrebbe scomparire. 
Durante il referendum Costituzionale piovvero insulti ai promotori della riforma, perché prevedeva la trasformazione del Senato e l’istituzione del monocameralismo. Oggi, nessuno della maggioranza ha osato fiatare e contraddire Casaleggio sulla cosa più eversiva che si potesse sostenere.

MINACCE DI ARRESTI. Nel suo delirio di onnipotenza, l’onnipresente Ministro Salvini si è ad un certo punto sostituito alla Magistratura, invocando le manette e rifiutandosi di far sbarcare persone, qualora non fossero state arrestate. 
È dovuto intervenire il presidente Mattarella per risolvere la situazione.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. In barba a qualsiasi norma costituzionale , il Presidente del consiglio è sparito dalla scena politica, privato dei suoi poteri, che vengono esercitati dai due vicepremier. Dovrebbe indirizzare la politica del Governo, è ridotto ad uno “yes man” imbarazzante (“posso dire…?” – “No!”).

FAKE NEWS e ATTACCHI SOCIAL: continua l’ondata di fake news (bufale) a sostegno delle iniziative governative, senza soluzione di continuità. Chi dissente, invece viene insultato e minacciato.

RIMBORSI. La Lega deve rimborsare 49 milioni di Euro agli Italiani. Si rifiuta di farlo, in barba alle sentenze. E il Movimento 5 stelle accondiscende convinto. 
Finita l’era dell’onestà appena appoggiato il culo su una poltrona.

FAMIGLIA. Attacco spudorato da parte del ministro Fontana alle coppie di fatto e alle famiglie arcobaleno, nuovamente riportate ad essere cittadini di serie B.

In tutto questo, abbiamo anche visto la sottosegretaria all’economia Castelli non saper rispondere in commissione ; abbiamo visto Toninelli spiegarci che i porti si chiudono, perché è "per il loro bene"; abbiamo visto il ministro Savona indagato per usura e difeso da Di Maio, abbiamo visto il parlamento fermo perché il Governo non produceva nulla di nulla. 
Naturalmente, non abbiamo visto redditi di cittadinanza, non abbiamo visto flat tax, non abbiamo visto diminuire il prezzo della benzina, non abbiamo visto nulla di nulla di sensato.

Il tutto, in un crescente clima di odio verso le opposizioni, cercando di spaccare il paese il più possibile per i propri fini propagandistici.

Ormai questa non è più opposizione: questa è Resistenza!

(foto da: adnkronos.com)


lunedì 23 luglio 2018

Breve kit di sopravvivenza alle Bugie del Governo.

I. Hanno abolito i vitalizi? Non è vero. Hanno semplicemente ricalcolato alcuni vitalizi e solo i vitalizi degli altri. Il vitalizio di Di Maio - perché Di Maio, Fico e tanti altri con la scorsa legislatura hanno ottenuto il vitalizio - non lo hanno toccato. Hanno toccato alcuni di quelli del passato. Bene, è facile fare gli splendidi con i vitalizi degli altri. Si dice: quei soldi serviranno per chi sta peggio. No, è una battaglia che non fanno per il sociale, ma che fanno esclusivamente per i loro social. E invece la verità è semplice: hanno ricalcolato alcuni vitalizi degli altri, tenendosi integro il proprio maturato nella scorsa legislatura.

II. Se vogliamo recuperare davvero soldi, la Lega potrebbe iniziare a restituire il maltolto. Ci sono alcuni senatori del PD, che tutti i giorni intervengono in aula - nel silenzio dei media - per chiedere alla #LegaLadrona di rispettare la Sentenza della Cassazione. Che fine hanno fatto quei 49 milioni che sono stati rubati al popolo italiano? Perché non ne parla nessuno? Immaginate se fosse accaduta al PD una cosa del genere. A noi hanno fatto le pulci anche per presunti concorsi esterni in traffici di influenza e per ragioni di presunta inopportunità. Ci hanno scatenato talkshow e troll, insulti sgarbati e pensosi editoriali. E non c'era niente, al punto che qualcuno si è dovuto persino inventare prove false. Qui c'è una sentenza della Cassazione e nessuno viene neanche in Parlamento a rispondere? Abbiamo chiesto a Salvini come ministro dell'Interno e a Bonafede come ministro della Giustizia. Che aspettano a venire in Aula e rispondere come loro dovere istituzionale? Possono fare anche la diretta Facebook, dopo, se vogliono. Ma devono farla dall'Aula, rispondendo ai Senatori.

III. A proposito del ministro della Giustizia. Stiamo aspettando che risponda in Senato a una interrogazione parlamentare sui suoi rapporti con l'avvocato Lanzalone. Qui una inchiesta di Repubblica. Come era quel coro? "Onestà, onestà, onestà". Nel frattempo per chi crede alle Istituzioni, un tweet che spiega a Salvini che non si può strumentalizzare l'Arma dei Carabinieri e che bisogna rispettare il lavoro degli inquirenti.

IV. Il Ministro Di Maio si è arrabbiato con i tecnici perché hanno certificato che il suo Decreto Legge che ha prodotto con grandi sforzi porterà alla perdita di 80.000 posti di lavoro in dieci anni. E la cosa incredibile è che quel dato è inserito nella relazione di Di Maio, non negli interventi dell'opposizione. Non è un complotto, è una confessione! È il primo ministro della storia che potrebbe cambiare nome al Suo dicastero: doveva essere il ministro del lavoro, grazie alle sue brillanti intuizioni è diventato il ministro della disoccupazione. Abbiamo cercato di aiutare Di Maio, sia nel metodo che nel merito. Qui trovate il post con cui Maria Elena Boschi spiega al Ministro che quando si firma qualcosa un membro di Governo dovrebbe leggere ciò che scrive e qui un'intervista di Teresa Bellanova su come creare posti di lavoro, non disoccupati. E poi non si dica che noi non siamo un'opposizione costruttiva: diamo suggerimenti persino al ministro della disoccupazione.

V. Sull'immigrazione. Per il ministro Toninelli cinque domande a Matteo Salvini. Sono cinque domande facili facili. Quando si entra nel merito, non rispondono mai. Perché?
Matteo Renzi

sabato 21 luglio 2018

Marco Travaglio sui migranti. Una guida agli stereotipi correnti di Guido Viale


Marco Travaglio ha dedicato ben tre editoriali del Fatto, quasi consecutivi, alla difesa della politica del governo in tema di migranti (porti chiusi); il terzo, scritto insieme a Stefano Feltri. Le molte inesattezze e illazioni che costellano questi testi sono già state segnalate e confutate da numerosi articoli. Cito per tutti: Che c’è di vero nell’articolo di Marco Travaglio sulle ong di Annalisa Camilli su Internazionale
Qui cercherò invece di mostrare come si sviluppa il pensiero di Travaglio – e di quanti lo condividono – per portarlo a sostenere politiche micidiali in campo migratorio come quelle in atto da tempo.
Scelta o racket?
Il principio informatore di tutto il suo discorso – che è quello di tutti i governi europei – è questo: la lotta in corso non è contro i migranti ma contro “i trafficanti di esseri umani. Quelli che prelevano i disperati nei villaggi dell’Africa nera (sic! Nera perché? Per il colore della pelle o per le tenebre che ne avvolgono le culture e le società?) e subsahariana, spesso convincendoli a partire con false promesse, li maltrattano durante il viaggio nel deserto, li depredano dei pochi averi o addirittura li costringono a indebitare le proprie famiglie e gli scafisti che rilevano le carovane in Libia per organizzare le traversate…dopo aver spogliato i migranti degli ultimi spiccioli”. “Parliamo – aggiunge Travaglio – di organizzazioni malavitose gigantesche, potentissime, ricchissime e attrezzatissime, che fanno, disfanno e ricattano i governi locali, dispongono di milizie armate…Sono loro i responsabili del traffico, degli imbarchi e dei naufragi”.
Qui Travaglio evita di dire tre cose. Primo: che se si esclude la tratta delle donne destinate alla prostituzione, spesso schiavizzate già alla partenza, quel termine, “prelevano”, tratta i migranti come burattini e ne sopprime completamente la libera scelta. Ma si tratta di persone dotate di una propria capacità di decidere, anche se spesso mal informate dei rischi a cui vanno incontro mettendosi in viaggi; ma non sempre, perché in qualche modo hanno ormai quasi tutte accesso a internet. Se scelgono di affrontare quei rischi – certamente sperando che a loro vada meglio – è perché considerano peggiore, per loro e per le loro famiglie e le loro comunità (che spesso ne finanziano il viaggio, aspettandosene un ritorno sul lungo periodo) la prospettiva di restare. Certo non vengono “prelevati” coloro che scappano da una guerra o da un conflitto armato; ed è comprovato che molti giovani relegati in un villaggio sperduto o in un ghetto urbano, ma comunque inseriti nel villaggio globale di internet, vivono con frenesia il desiderio di allontanarsene.
Chi fa esistere i trafficanti?
Secondo: che con un decimo di quello che spendono in un viaggio spesso mortale quei migranti potrebbero arrivare in Europa in aereo, se la cosa fosse loro permessa; e anche fare ritorno, se non trovano quello che cercavano – o dopo pochi o molti anni, se lo hanno trovato – sempreché quelle comunità, in cui la maggioranza dei migranti odierni (non parlo dei profughi di guerra in senso stretto) lasciano donne e famiglie a prendersi cura di quel che resta, non siano nel frattempo scomparse. In queste condizioni i trafficanti di uomini, i loro profitti, il loro potere, scomparirebbero d’incanto, come insegna la storia di ogni altra forma di proibizionismo. Il timore di Travaglio e di chi la pensa come lui è ovviamente che l’intera Africa, e magari tutto il Bangladesh o l’Afghanistan, si riversino da un giorno all’altro in Europa. Su questo punto tornerò, ma è noto che la maggior parte dei profughi, sia di guerra che ambientali, si fermano in paesi o territori vicini a quelli da cui sono fuggiti, e che a puntare sull’Europa è solo una ristretta minoranza. E se poi venissero istituite delle quote annuali, molti di quelli decisi a partire, prima di affrontare un viaggio così pericoloso, sarebbero probabilmente disposti ad aspettare un secondo o un terzo turno. D’altronde fino al 2008, prima della stretta economica chiamata austerità, arrivava in Europa almeno un milione e mezzo di “migranti economici” all’anno, ed erano i benvenuti, anche se poi venivano per lo più relegati ai margini della società; e anche ora governi di paesi che rifiutano migranti – “neri”, per usare la lingua di Travaglio – da Africa ed Asia, come Cechia e Ungheria, stanno programmando l’arrivo di diverse centinaia di migliaia di nuovi lavoratori stranieri dall’Est europeo, purché “bianchi” e “cristiani”. E’ una situazione in cui tutta l’Europa si troverà di qui a qualche anno (e in parte si trova già adesso) per motivi demografici.
Chi governa in quei paesi?
Terzo: che quei trafficanti pieni di soldi sottratti a comunità tra le più povere del mondo sono tanto potenti, come spiega Travaglio, da “fare, disfare e ricattare i governi locali”. Ma questi sono proprio i governi a cui l’Europa vorrebbe affidare il compito di combatterli e di fermarli. Il risultato di queste politiche lo vediamo già oggi con chiarezza in Libia: quelli che con la divisa della guardia costiera e le navi fornite dall’Italia riportano a terra i profughi dei gommoni che riescono a catturare sono gli stessi che, sotto forma di milizie armate, li reimbarcano dopo qualche mese, dopo averli imprigionati, affamati, massacrati e torturati per estorcere alle loro famiglie nuovo denaro. Perché sono loro a tenere sotto ricatto il governo libico, che non ha alcuna autonomia nei loro confronti. E sono loro, le organizzazioni criminali a cui noi permettiamo di arricchirsi in questo modo, che già oggi possono tenere sotto ricatto anche i governi dell’Italia o degli altri paesi europei rivieraschi, meta obbligata degli sbarchi che loro stessi organizzano. Come già sta facendo il governo turco, a cui l’Unione europea “perdona” tutto, senza nemmeno protestare, per paura che apra le dighe e riversi, prima sulla Grecia, poi sui Balcani, e poi in tutta Europa, i tre milioni di profughi che tiene in ostaggio con il beneplacito dell’Unione Europea.
Chi è il colonialista?
Travaglio ha poi un’idea singolare della sovranità territoriale. Dopo averci informato che il naufragio del 2 luglio scorso, che ha registrato 114 dispersi, “è avvenuto a 6 km dalla costa, cioè dentro le acque territoriali della Libia, dove le navi delle Ong non sono mai potute entrare”, aggiunge che “se lo hanno fatto hanno violato il diritto internazionale”. Il che è falso: di fronte a un naufragio, su cui evidentemente la guardia costiera libica non ha saputo o non ha voluto intervenire, anche l’ingresso in acque territoriali straniere non solo è legittimo, ma anche doveroso. Ovviamente, se la gestione è stata assunta da un ente nazionale di coordinamento, questo dovrà chiederne l’autorizzazione. Per Travaglio invece quelle acque sono inviolabili, al punto da considerare inevitabile – “purtroppo esistono anche le tragedie inevitabili” – un naufragio sotto costa a cui nessuno dovrebbe prestare soccorso per non violare la territorialità delle acque. Farlo sarebbe un sopruso, tanto che Travaglio ne ricava un commento come questo: “O vogliamo ritornare alle colonie e ai protettorati di ‘Tripoli bel suol d’amore?’”. Qui c’è la completa inversione delle parti che rivela il modus operandi – per usare un’altra espressione a lui cara – di tutto il ragionamento. Quelli che vanno a salvare, anche a rischio della loro vita (le navi di alcune Ong sono state prese a mitragliate dalla guardia costiera libica), persone altrimenti destinate a morte certa sarebbero i nuovi colonialisti. Mentre governi, come quello italiano, che hanno trasformato in propri ascari le bande di trafficanti che controllano il finto governo di Al Serraj e le “sue” guardie costiere non avrebbero niente a che fare con una pratica vecchia e sperimentata propria dell’epoca coloniale.
Di chi sono le acque?
Ma la questione del controllo delle acque è molto più generale: Travaglio evita accuratamente di chiedersi che interesse può avere un governo come quello di Al Serraj, che non controlla che una minima porzione del suo territorio, se mai lo controlla veramente, a rivendicare il diritto esclusivo di intervenire in una zona sar (ricerca e salvataggio) di sua competenza, che si estende ben al di là della porzione di coste su cui pretende di governare; e senza avere i mezzi per farlo, tanto da appoggiarsi interamente sugli strumenti e le indicazioni messi a disposizione dalla Guardia costiera italiana. Riportando poi in Libia quei naufraghi “salvati”, o meglio, catturati, ad aggiungersi ai 700mila o al milione migranti che già vi sono intrappolati, sottoposti a ogni sorta di maltrattamenti. Si tratta – e Travaglio lo sa, ma non lo dice – di una forma mascherata di respingimento, pratica vietata dalla convenzione di Ginevra, che il governo libico si presta a realizzare per conto dell’Italia in cambio di finanziamenti di cui non è dato di conoscere né l’entità né la destinazione. Se non è colonialismo questo…
Ma Travaglio confonde facilmente le acque territoriali della Libia con quelle della sua presunta zona sar: “fermo restando – scrive – che tutte le navi (Ong incluse) che trovano profughi su barconi li possono e anzi li devono salvare e tutte le navi militari (in missione per l’UE o per l’Italia) che contrastano i trafficanti salvano pure i migranti nelle acque di rispettiva competenza (dunque non in quelle libiche)”. Dunque, la zona sar della Libia viene tout court assimilata alle acque libiche, dove le navi non libiche non devono intervenire, perché “non di loro competenza”.
Pull o push?
E veniamo ora alla questione centrale: pull o push? Le Ong, sostiene Travaglio, contraddicendo persino i principali esponenti, attuali e passati, della Guardia costiera italiana, sono un potente fattore di attrazione che induce i trafficanti a usare gommoni invece di barconi, contando che qualcuno – le Ong – vengano a raccoglierne il “carico umano” al limite delle acque territoriali libiche che i gommoni non sono in grado di oltrepassare di molto. Ma senza Ong il fattore di attrazione, se c’è, non viene certo meno, tanto è vero che non appena sparite le loro navi, abbiamo visto ricomparire i barconi, che certo costano di più (sono anch’essi mezzi a perdere destinati alla distruzione), ma trasportano in un viaggio solo da quattro a sette-ottocento profughi, tanto che affondando ne portano a morire da tre a cinque volte di più di un singolo gommone. D’altra parte si è visto che i gommoni non sono affatto scomparsi. Arrivano fino a 80 miglia dalla costa, invece delle 12 di prima, e magari anche oltre prima di entrare in panne. E nessuno saprà mai quanti ne sono già affondati, e con quante persone a bordo, perchè è stato imposto di non segnalarne la presenza.
Partenze sincronizzate?
Per avvalorare la tesi pull, fattore di attrazione delle Ong, Travaglio si inventa una partenza sincronizzata tra navi delle Ong e imbarcazioni degli scafisti: “Navi di Ong salpavano all’improvviso dai porti europei (soprattutto italiani) e facevano rotta verso un punto X in simultanea, o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guarda caso, puntava diritto verso X”. Certamente le navi delle Ong sono più veloci dei gommoni degli scafisti, ma l’idea che partendo dall’Italia le une e dalla Libia gli altri, entrambi raggiungano simultaneamente i limiti delle acque territoriali libiche, il famoso punto X, è pura fantasia; che Travaglio sostiene confermata da intercettazioni, rilievi satellitari e filmati “che tutti possono vedere”, perché sono in mano alla Procura di Catania, che peraltro non ha ancora concluso le sue indagini. E così arriva a sostenere che Annalisa Camilli, la sua critica, “si arrampica sugli specchi”, perché cita una ricerca del gruppo di geografia forense della Goldsmiths Institute che dimostra esattamente il contrario; mentre quella che non è altro che la personale interpretazione che Travaglio dà del materiale acquisito dalla Procura di Catania – che avrebbe “acclarato”, anche se non “accertato” (sic!) le responsabilità delle Ong – sarebbero fatti, “più forti di qualunque gruppo di oceanografia”. Per questo quelli effettuati dalle Ong non sono salvataggi, bensì “consegne”. E per documentarlo Travaglio non trova di meglio che chiamare a testimoniare l’odiato quotidiano Repubblica, ben sapendo che è stato anch’esso un indefesso difensore delle politiche del ministro Minniti: quello che non ha fatto che aprire la strada a quelle di Salvini, che Travaglio esecra, cioè del governo Conte, che Travaglio sostiene invece con tutte le sue forze.
Ma di chi?
In realtà l’unica vera sincronizzazione di cui si ha notizia è quella che il 24 giugno scorso, ha preceduto, la visita di Salvini in Libia: circa mille migranti partiti tutti insieme dallo stesso punto della costa e alla stessa ora su una decina di gommoni – fatto mai prima verificatosi – in perfetto sincronismo con la partenza delle vedette libiche che li hanno prontamente intercettati. Una dimostrazione pubblica di efficienza, programmata a beneficio del nostro ministro degli interni, che è costata almeno 100 morti annegati, e che dimostra, questa sì, l’intesa perfetta tra trafficanti e Guardia costiera libica: un evento su cui nessuno, dopo la denuncia del comandante di Open Arms Oscar Camps, ha più voluto indagare.
Ma la questione fondamentale su cui i sostenitori del fattore pull soprassiedono è la presenza del fattore push. Perché mai i migranti, quando vedono una vedetta della guardia costiera libica, si buttano in mare e preferiscono annegare piuttosto che venir “salvati”? Che cosa li spinge a fuggire e a non voler ritornare in Libia, costi quel che costi? Perché sanno benissimo che una volta “salvati” ritorneranno in mano a chi li ha massacrati, violate, torturati, venduti come schiavi, rapinato loro e le loro famiglie per mesi e a volte per anni: cioè in quei porti che Salvini vorrebbe venissero dichiarati “sicuri”. Nessuno di loro vuole tornare in quell’inferno; e il fatto stesso di venire dalla Libia fa di ognuno di loro un profugo meritevole di protezione internazionale, qualsiasi sia il suo paese di origine. Così, di fronte alla drastica riduzione del numero degli sbarchi nessuno, e meno che mai Travaglio, si è chiesto o si chiede che cosa ne sia di coloro che non arrivano più, che non partono più, o che vengono intercettati, catturati e riportati dalla guardia costiera libica là da dove stavano fuggendo. Ma è chiaro che in queste condizione quello che gioca è indubitabilmente il fattore push
Ma quali scafisti!
Travaglio sostiene inoltre che andando a raccogliere il loro “carico umano” a ridosso delle acque territoriali libiche (il che peraltro non sempre è vero) le Ong proteggono di fatto gli scafisti da un possibile arresto, impedendo di fatto alle Procure italiane, come ha denunciato il procuratore di Catania Zuccaro, di portare avanti le loro indagini che, come è noto, languono. Ma è noto che gli scafisti non salgono né sui gommoni né sui barconi, alla cui guida mettono sempre qualche migrante a cui fanno lo sconto e che magari non ha mai visto il mare prima, tanto che la maggior parte delle persone arrestate come scafisti sono in realtà dei disperati che non hanno nemmeno i soldi per pagarsi il viaggio. Se le indagini devono partire da loro invece che da chi sta al vertice della cupola dove trafficanti e uomini del governo libico si incontrano – e va riconosciuto che l’impresa è tutt’altro che facile – difficilmente si arriverà mai a mettere le mani su qualche organizzazione di trafficanti.
Più o meno morti?
Meglio allora prendersela con le Ong. Mettendole fuori gioco, molte più vite che si potevano salvare andranno perdute, ma si ridurranno anche gli sbarchi. Meno sbarchi; anzi, meno partenze, meno morti, dice Salvini, e con lui Travaglio. In termini relativi, rispetto cioè a quelli che partono, è vero il contrario: i morti sono molti di più; in numero assoluto, rispetto a quando le partenze erano dell’85 per cento di più, è certamente vero. Ma, ancora una volta, che ne è di quelli che non sono partiti o che vengono riacciuffati dalla guardia costiera libica? Si stima che i morti durante il viaggio di terra, che comprende per lo più una lunga permanenza in Libia, siano almeno il doppio di quelli periti in mare, che sono ormai – quelli accertati – più di 35mila. E quanti di quei 70mila sono morti in Libia, là dove li vuole ricacciare la politica italiana ed europea dei respingimenti mascherati?
Aveva ragione Berlusconi?
Per questa strada Travaglio approda disinvoltamente a rivalutare la politica di Berlusconi che aveva stretto con Tripoli un patto che equivaleva a un vero e proprio respingimento, e per il quale l’Italia ha già subito una condanna dalla CEDU, relativamente a un singolo episodio. Quel patto, secondo Travaglio, “era vergognoso col tiranno Gheddafi, ma potrebbe essere proficuo col governo al-Serraj”; cioè, quello che era vergognoso con Berlusconi potrebbe essere proficuo con Conte…; anche se quello che veniva fatto ai migranti sotto Gheddafi impallidisce di fronte a quello che viene permesso, ma anche promosso e finanziato, sotto il governo Al Serraj.
Quanti possiamo accoglierne?
Non resta che affrontare l’argomento principe di tutti i nemici dei migranti, che Travaglio riassume così: “L’Italia non può accogliere 700mila o un milione di nuovi migranti, e nemmeno un quinto di essi, pena conseguenze sociali e politiche che potrebbero addirittura farci rimpiangere Salvini”. L’Italia forse no, ma l’Europa sicuramente sì, se invece di accanirsi sulla protezione dei confini esterni ci si impegnasse finalmente a legare il futuro e l’esistenza stessa dell’Unione Europea all’abbattimento delle barriere interne, quelle tra Stato e Stato, con un permesso di soggiorno europeo. Ma va anche ricordato che tra la fine del secolo scorso e il 2008 l’Italia ha accolto, e di fatto regolarizzato con una sfilza di sanatorie, molte delle quali decise dal partito di Salvini, allora al governo, quasi cinque milioni di migranti, in alcuni periodi al ritmo di 300mila all’anno. Poi è cambiata, in Italia e in Europa, la politica economica, avvitandosi sempre di più in misure di austerità le cui conseguenze si vedono, ben prima che sulla stretta sui migranti, sul peggioramento delle condizioni di vita di tutti coloro che non vivono sullo sfruttamento di altri.
Farli star male non li dissuaderà dal venire
Così chi oggi riesce a raggiungere l’Italia per arrivare in Europa trova ad accoglierlo un sistema che lo stesso Travaglio non esita a deplorare: è “il destino di quei disperati tra le gabbie dei Cie, le grinfie dei ladroni della solidarietà (finta) che intascano 35 euro a migrante in cambio da pasti da fame, le spire della criminalità più o meno organizzata e le zanne dei nuovi schiavisti tipo Rosarno” (dove ci sono peraltro anche aziende che rispettano i diritti di chi lavora per, e con, loro). Sembra che quel trattamento sia un destino ineludibile, mentre è una politica cinica, stupida e spietata, che non basta comunque a scoraggiare gli arrivi, ma che concorre a spaventare la gente, a far odiare o disprezzare i migranti, a impedire il loro inserimento sociale, a cacciare per strada coloro a cui non viene concesso alcuna forma di protezione – internazionale, sussidiaria o umanitaria – a trasformare la nostra agricoltura in tanti Lager, a fornire manodopera alla criminalità organizzata e carne umana allo sfruttamento della prostituzione. Ma, soprattutto, a impedire a chi è già arrivato di fare ritorno o di fare visita alle comunità e ai territori che ha lasciato, perché una volta usciti dall’Italia non vi si rientra più. Così si trasforma in una condanna a vita alla marginalità e alla “clandestinità” quello che potrebbe essere un legame tra paesi, comunità e culture diverse; e si riduce alla disperazione una umanità che potrebbe invece essere enormemente valorizzata, perché coloro che affrontano un viaggio rischioso come quello a cui devono sottoporsi i migranti di oggi sono la parte migliore, più intraprendente e spesso anche più istruita di quello che un paese dell’Africa o del Medioriente può offrire e che un paese dell’Europa può sperare di accogliere. Se fosse più umano…