mercoledì 21 gennaio 2026

VIKTOR FRANKL

 

Gli avevano tolto tutto: il nome, la casa, la libertà.

Ma non riuscirono mai a strappargli ciò che gli salvò la vita —

e che, anni dopo, avrebbe salvato milioni di altre vite.

Nel campo di concentramento Viktor Frankl non era più un uomo. Era il numero 119104.

Psichiatra viennese, brillante e rispettato, a 37 anni si ritrovò con il cranio rasato, un pigiama a righe, il suo manoscritto, cucito nel cappotto, strappato via all’ingresso di Auschwitz.

Tutto ciò che aveva costruito era perduto.

Ma c’era una cosa che i nazisti non potevano portargli via: quello che sapeva.

E Viktor Frankl sapeva qualcosa che avrebbe cambiato il mondo.

Nei lager osservò.

Vide che non si moriva solo per fame, per freddo, per malattia.

Si moriva quando si perdeva il proprio “perché”.

Quando un uomo non aveva più uno scopo né un volto da rivedere, una missione da compiere —

il suo corpo crollava.

I medici avevano un nome per questo: “give-up-itis”, la malattia dell’abbandono.

Così Frankl cominciò il suo esperimento.

Non in un laboratorio, ma nelle baracche.

Si avvicinava a chi stava mollando e chiedeva:

Chi ti aspetta fuori?

Cosa ti resta da dire?

Perché vale la pena resistere?

Non offriva pane, né libertà.

Offriva significato.

Qualcuno sopravvisse pensando a una figlia.

Qualcuno a un libro da finire.

Lui riscrisse mentalmente il suo, parola dopo parola, notte dopo notte.

Era aprile 1945.

Pesava 38 chili. La moglie, la madre, il fratello: tutti morti.

Avrebbe potuto arrendersi.

Invece si sedette. E scrisse.

In nove giorni riscrisse quel libro che gli avevano bruciato.

Ma ora conteneva qualcosa che prima non c’era:

la prova.

La sua teoria non era solo filosofia.

Era sopravvivenza.

La chiamò Logoterapia.

Un’idea semplice e rivoluzionaria:

l’essere umano può sopportare qualunque “come”, se ha un “perché”.

Il libro uscì nel 1946.

Titolo: Dire sì alla vita, nonostante tutto.

In inglese: Man’s Search for Meaning.

All’inizio fu ignorato. “Troppo cupo,” dicevano.

Ma si diffuse.

E iniziò a salvare vite.

Tradotto in oltre 50 lingue, più di 16 milioni di copie.

Letto da malati terminali, prigionieri, cuori spezzati.

E da chi, una notte qualunque, si domandava se valesse la pena resistere ancora un giorno.

E trovava la risposta.

Perché Viktor Frankl dimostrò una verità che sopravvive a ogni dittatura:

non possiamo scegliere ciò che ci accade.

Ma possiamo sempre scegliere cosa farne.

Oggi, nelle corsie degli ospedali, negli studi terapeutici, nei momenti più bui,

le sue parole continuano a camminare accanto a chi soffre:

“Si può togliere tutto a un uomo, tranne una cosa:

la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a qualsiasi circostanza.”

I nazisti gli diedero un numero.

La Storia gli ha dato l’immortalità.


𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.



lunedì 19 gennaio 2026

IRAN. PERCHÉ POTEVO. E L’HO FATTO

 

Nel 2019 ho viaggiato in Iran.

Un Paese di una bellezza struggente, antica, profonda.

E come spesso accade, a raccontarmelo davvero non sono stati i monumenti, ma una persona qualunque: un tassista.

All’inizio aveva paura. Paura di parlare di politica, paura delle parole, paura anche solo delle domande. In Iran la paura è una compagna quotidiana, silenziosa, educata. Poi, l’ultimo giorno, mentre mi accompagnava, qualcosa è cambiato. Ha parlato. Perché poteva. E io ho ascoltato. Perché potevo. E l’ho fatto.

Mi disse che il regime non sarebbe caduto per mano di chi era cresciuto dentro la rassegnazione, ma quando i giovanissimi, diciassette, diciotto, diciannove, vent’anni, si sarebbero stancati di non avere diritti, di subire violenza, corruzione, umiliazione. Disse che quella stanchezza avrebbe avuto un prezzo altissimo. Disse che avrebbero pagato con la vita la rinascita di uno dei Paesi più belli al mondo.

Oggi quelle parole non sono più una previsione.

Sono realtà.

In Iran, in queste ore, sono soprattutto ragazze e ragazzi a riempire le strade. Non chiedono privilegi. Chiedono di vivere. Chiedono libertà. E per questo vengono picchiati, arrestati, uccisi.

È una frattura storica.

È il grido di donne che si tolgono il velo in pubblico, che si tagliano i capelli in strada, che si accendono una sigaretta come atto politico, ragazzi giovanissimi con occhi sorridenti che cantano come gesto di disobbedienza, come affermazione di esistenza. È il corpo che diventa linguaggio quando ogni altra parola viene censurata.

Non è cominciato ieri.

Le radici affondano nel 1979, nell’arrivo al potere del regime islamico, nelle prime proteste delle donne contro l’obbligo del velo, represse nel silenzio del mondo. Da allora, decenni di controllo, repressione, violenza sistemica, soprattutto sui corpi femminili. Ma oggi qualcosa è diverso: questa generazione non ha più paura di perdere ciò che non ha mai avuto.

La risposta del regime è brutale. Spari. Carceri. Processi sommari. Occhi colpiti. Vite spezzate. Internet oscurato. Famiglie costrette al silenzio. È una violenza che non mira solo a fermare le proteste, ma a spezzare l’idea stessa di futuro.

A tutto questo si aggiunge un altro livello di responsabilità, meno visibile ma altrettanto reale. Gli embarghi internazionali, protratti per anni, non hanno colpito il potere né i vertici del regime. Hanno colpito la popolazione. Hanno reso la vita quotidiana più difficile, il lavoro più precario, l’accesso ai beni essenziali più complesso. Hanno colpito soprattutto i giovani, già schiacciati dalla repressione politica, costretti a crescere in un Paese isolato, impoverito, senza prospettive economiche e sociali. Gli embarghi non hanno indebolito il regime, hanno reso più fragile la società.

Eppure continuano.

Continuano perché sanno che non esiste ritorno.

Continuano perché la libertà, una volta immaginata, non può più essere cancellata.

Non serve nessuna interferenza esterna.

Non serve nessun salvatore.

Questo è un movimento che nasce dentro, dalle strade, dalle scuole, dalle case, dai corpi. È una rivoluzione che non chiede di essere guidata, ma di essere vista, riconosciuta, protetta dal silenzio.

Ripenso a quel tassista. Alla sua voce bassa. Alla sua certezza dolorosa.

Aveva ragione.

E oggi, mentre ragazze e ragazzi iraniani pagano con la vita il diritto di esistere, non possiamo dire che sia grazie a loro se il mondo sarà pochino migliore. È grazie a loro che il mondo deve sapere di essere rivoluzione.

Viva l’Iran.

Viva l’Iran libero.

Foto e testo F.Malavolta ( foto città di Kashan 2019)


 

martedì 6 gennaio 2026

Risposta del presidente della Colombia a Trump

 

 "Il presidente della Colombia Gustavo Petro ha risposto alle minacce e alle accuse deliranti di Donald Trump, che lo ha definito un narcotrafficante. E lo ha fatto come raramente si vede: a testa alta, senza paura, senza servilismi.

Quella che segue è una risposta politica durissima, carica di storia, dignità e sovranità.

Leggetela. Perché spiega molto meglio di mille analisi cosa sta succedendo oggi in America Latina:

“Il potere giudiziario in Colombia non mi appartiene: è indipendente da me ed è in gran parte controllato dalla mia opposizione.

Se si vuole sapere qualcosa sulla mafia e sulla mercificazione della coca*na, basta consultare gli archivi giudiziari della Colombia.

Per questo respingo con forza che Trump parli senza conoscere. Il mio nome, in cinquant’anni, non compare negli archivi giudiziari sul narcotraffico, né in passato né oggi. Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano emerso dalla lotta armata e poi dalla lotta per la pace del popolo colombiano.

Io facevo parte dell’organizzazione clandestina che ha lottato per la democrazia in Colombia contro la dittatura civile dello “Stato d’assedio”, l’organizzazione che nel 1974, molto prima di Chávez, realizzò l’operazione per riportare alla luce la spada di Bolívar, colui che disse che non l’avrebbe mai rimessa nel fodero finché non fosse finita l’ingiustizia nella Grande Colombia. Io facevo parte dell’M-19, che realizzò la prima pace dell’America Latina contemporanea.

Lei non legge la storia della Colombia, e per questo sbaglia quando ci critica. Dovrebbe solo incontrare i suoi funzionari esperti in indagini sul traffico di droga in Colombia, ai quali ho collaborato con le mie stesse ricerche come senatore della Repubblica della sinistra colombiana e del suo popolo, che ha subito il genocidio del narcotraffico e dei suoi alleati politici, che sono anche alleati dell’estrema destra nordamericana.

A noi hanno assassinato decine di migliaia di compagni e compagne della lotta armata e popolare per la democrazia, e non siamo mai andati a chiedere invasioni a voi: abbiamo resistito e abbiamo vinto con la pace.

Io non ho mai bruciato una bandiera degli Stati Uniti, perché ho letto la storia delle lotte popolari e operaie degli USA attraverso i libri di Howard Zinn in spagnolo. Per questo onoro il popolo lavoratore nordamericano, il popolo nero e indigeno, e i giovani soldati che, insieme ai sovietici, sconfissero Hit*er.

Ed è per questo che ho osato parlare in una strada di New York, davanti al palazzo delle Nazioni Unite, sotto la legge degli Stati Uniti che tutela la libertà di espressione di chi partecipa all’Assemblea delle Nazioni Unite. Ho parlato contro il genocidio a Gaza. Quanto avrei voluto accompagnarla a fare la pace a Gaza, dove i palestinesi mi vogliono bene. E forse, invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con un controllo limitato sul petrolio — perché voi avete bloccato il petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che è arrivato nel vostro Paese — l’avrei accompagnata a catturare Netanyahu, il genocida.

Per quello che ho detto, lei si è arrogato la presunzione di punire la mia opinione, le mie parole contro il genocidio palestinese. La sua punizione è accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Io non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare la mia casa alla banca con il mio stipendio. È ingiusto, e io lotto contro le ingiustizie.

Sono amico di molte persone negli Stati Uniti che mi fermano per strada e mi abbracciano.

Per questo rispetto la storia che nacque con Washington e Bolívar insieme: si scambiarono doni, erano liberatori più che schiavisti.

Ho imparato a non essere schiavo e rifiuto le sue frasi che ci assegnano unilateralmente come campo del vostro dominio. Noi latinoamericani siamo repubblicani e indipendenti, e molti di noi sono rivoluzionari. Non creda che l’America Latina sia solo un nido di criminali che avvelenano il vostro popolo. Rispettateci e leggete la nostra storia, che risale a 30.000 anni fa in tutta l’America. Io leggo la vostra storia per capirvi. Non vedete narcotrafficanti dove ci sono solo autentici combattenti per la democrazia e la libertà”.




lunedì 22 dicembre 2025

Vita dopo la morte

 

E se la fisica quantistica implicasse che voi non potete morire? Non nel senso mistico o religioso, ma come conseguenza diretta delle leggi fondamentali della natura. In questo preciso istante, mentre leggete questo post, potrebbero esistere infinite copie di voi stessi in universi paralleli. In alcuni di questi universi state facendo scelte diverse, vivendo vite diverse. E in alcuni, siete già morti. Ma c'è un aspetto profondamente inquietante: voi non potrete mai sperimentare quegli universi in cui non esistete più. La vostra linea di coscienza può seguire solo i rami della realtà in cui continuate a essere vivi. Questo significa che, dal vostro punto di vista soggettivo, potreste essere effettivamente immortali. Questa non è fantascienza, ma una conseguenza speculativa eppure logicamente coerente di una delle interpretazioni più serie della meccanica quantistica, l'interpretazione a molti mondi proposta da Hugh Everett nel 1957. Secondo questa visione, ogni evento quantistico biforca la realtà in universi paralleli dove tutti i possibili esiti si realizzano simultaneamente. Quando si verifica un evento che potrebbe causare la vostra morte, l'universo si divide: in alcuni rami morite, in altri sopravvivete. Ma voi potete sperimentare solo i rami dove la vostra coscienza continua a esistere. Gli universi in cui siete morti semplicemente svaniscono dalla vostra esperienza soggettiva, pur continuando a esistere oggettivamente. È come se foste immortali, non perché magicamente protetti, ma perché la struttura stessa della realtà quantistica fa sì che possiate seguire solo i rami dove continuate a esistere. Nel 1998, il fisico Max Tegmark ha proposto un esperimento mentale radicale per esplorare questa idea: l'esperimento del suicidio quantistico, che coinvolge una pistola collegata a un rivelatore quantistico. Naturalmente è solo un esperimento concettuale, mai da ripetere nella realtà, ma le sue implicazioni sono vertiginose. Dal punto di vista dello sperimentatore, non importa quante volte prema il grilletto, la pistola emetterà sempre solo un click innocuo, perché può sperimentare solo gli universi in cui rimane vivo. Questo paradosso solleva domande profondissime sulla natura della coscienza, dell'identità personale e della realtà stessa. Se ci sono infinite copie di noi che muoiono in universi paralleli, ha ancora senso parlare di immortalità? E cosa significa per la nostra comprensione della vita e della morte? Nel nuovo video esploriamo in dettaglio questo affascinante paradosso, dall'esperimento del gatto di Schrödinger fino alle conseguenze filosofiche più profonde dell'interpretazione a molti mondi. Un viaggio dove la fisica moderna incontra la metafisica più profonda, dove tutto ciò che credevamo di sapere sulla realtà viene messo in discussione. Scoprite come la meccanica quantistica, la teoria scientifica più verificata e più bizzarra che l'umanità abbia mai concepito, potrebbe implicare che dal vostro punto di vista soggettivo siete destinati a non morire mai. Link al video completo su YouTube di seguito: https://youtu.be/OCC3XFA3K20?si=hEMBPrSZS_JeAolD

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venerdì 12 dicembre 2025

Riflessioni

 

Col tempo, ci si allontana un po’ alla volta dalle feste, dagli eventi, dalle folle rumorose…

E chi guarda da fuori, spesso pensa: “Ha perso il suo entusiasmo, ha perso la voglia di vivere.”

Ma non è così.

È che abbiamo imparato a scegliere.

A capire che non dobbiamo più essere ovunque, sorridere sempre, cercare di entrare a forza in spazi che non ci appartengono.

Abbiamo imparato a non forzare la nostra presenza dove il cuore non batte più.

E allora, con una leggerezza che un tempo sembrava impossibile, diciamo semplicemente:

«Questo non fa più per me.»

Qualcuno, sentendo queste parole, magari prova pena…

Ma solo chi è arrivato fin qui può capire: non è tristezza.

È sollievo.

È la pace di chi non ha più bisogno di dimostrare nulla.

È la bellezza di poter dire con fermezza e serenità:

«Questo lo voglio. Questo no.»

Ecco cos’è la libertà.

E la vera libertà, quella che ti abbraccia l’anima, non ha età.

Arriva quando smettiamo di rincorrere tutto — e iniziamo a inseguire solo ciò che dà senso.

Se c’è un rimpianto, forse è solo questo:

Non averlo imparato prima.

Ma va bene così.

Perché quando questa consapevolezza arriva, anche se tardi, ci rendiamo conto di una cosa:

Non è mai stata una resa.

È sempre stato un ritorno a casa .Il Poeta

mercoledì 3 dicembre 2025

𝗟𝗔 𝗠𝗢𝗥𝗧𝗘 𝗘̀' 𝗜𝗟 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗖𝗟𝗔𝗠𝗢𝗥𝗢𝗦𝗢 𝗘𝗤𝗨𝗜𝗩𝗢𝗖𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗨𝗠𝗔𝗡𝗔


Dai più eminenti uomini di scienza dell’ultimo secolo scopriamo che l’Universo è tutto Pensiero e che la Realtà esiste solo in ciò che pensiamo

L’energia è quella manifestazione che fa accadere le cose e gli eventi. Essendo di carattere vibrazionale essa si manifesta in una incommensurabile vastità di forme e di aspetti. Dietro tutte queste apparenze si cela una realtà legata a un campo di frequenze comprese in bande, ciascuna delle quali ha uno sbocco nel panorama delle cose materiali che noi vediamo.

Sofisticate tecnologie dimostrano che l’uomo non muore, quando sembra separarsi dalla sua carica energetica che lo vivifica, perché ciò che si stacca dal soma migra e fluisce verso altre locazioni.

Il nostro apparato sensoriale è limitato e quindi inadeguato a permetterci di percepire la realtà al suo livello più profondo.

Occorre comprendere che l’anima che sta per trapassare non è il corpo, bensì la vita stessa e che la sua natura non è materica ma spirituale e che al contrario del suo corpo psico-fisico non conosce mutamento, né decadimento.

Inconsciamente non possiamo sopportare di morire in quanto sappiamo che non è possibile farlo. Quando l’Io ben centrato ne ha la suddetta visione, allora siamo fuori dal paradigma spazio-temporale.

Il tutto dipende dalla qualità del nostro livello di coscienza.

Se non modifichiamo il nostro atteggiamento mentale, se non cambiamo lo stato della nostra visione del mondo, non potremo scegliere il mondo successivo, ma ci troveremo a ripetere ciò che siamo qui con le stesse difficoltà e le stesse limitazioni.

Il paradiso infine, non è un luogo, ma è una dimensione della coscienza.

Il tempo non esiste.

Quando il tempo incomincia a scorrere? L’etimologia della parola ha una derivazione di origine indo-europea che significa dividere.

Quando nasce il tempo nasce anche il concetto di morte.

Anche il Big Bang non è mai avvenuto

Si è scoperto di recente un “Campo Informazionale” che permea tutto.

È infinito. Non ha inizio e non ha fine. Noi vediamo attraverso i nostri occhi tutte le cose divise, frantumate, separate e invece tutto è Uno. Il viaggio dell’evoluzione è dall’inconscio al conscio.

Quando mi chiedono cosa c’era prima del tempo e della morte rispondo che tutto ciò che esiste è AMORE.

Questa parola non è legata a sentimento, affetto o passione, come lo conosciamo oggi, ma significa A-MORS non morte.

Tutto vive, dall’atomo alla più grande galassia.

Abbiamo verificato che anche le piante e i minerali vivono, su piani diversi.

Tutto è costituito da una sola sostanza, con manifestazioni diverse.

Questa sostanza è fisicamente e psichicamente pensante.

Ilya Prygogine, che è stato il più grande chimico vivente (premio Nobel nel 1977), nel corso delle sue ricerche chimiche della materia organica, si è accorto che ogni molecola viveva e sapeva perfettamente quello che faceva ogni altra molecola a distanze macroscopiche.

Anche nell’esperimento che fece Pauli (fisico) le particelle separate (fotoni) che si trovavano nello stesso livello energetico o stato quantico, pur lanciate a distanze differenti, rimanevano sempre collegate.

Tutto è interconnesso e non-locale (entanglement).

Le informazioni sono istantanee, perché abbiamo scoperto che le particelle come possono essere ad esempio gli stessi elettroni/processo o evento, non sono masserelle solide ed inerti, ma nuclei del tutto inconsistenti che rivelano di essere “un bit concentrato di informazione”, andando così a costituire un campo informazionale.

L’unica cosa solida allora di cui si può parlare di questa materia, che sembrava fatta di “mattoni atomici”, è invece che assomiglia più ad un PENSIERO.

Le onde e le particelle (“ondicelle”) in realtà sono le solite. Esse si trovano sia qui che ovunque, Ciò perchè esse, oltre ad essere se stesse , sono anche lo spazio che intercorre tra loro.

E quindi non hanno neppure alcun bisogno di comunicare tra loro, perchè sono la stessa cosa dello “spazio”.

Ed in più esse non hanno nessuna ragione per doversi connettere, perchè non sono mai state disconnesse o disgiunte.

In sintesi, sono un ologramma, un “Tutto-parte”, una versione su scala più ridotta del Cosmo, dell’ Intero Corpo organico universale. Una goccia concentrata e indissolubile dell’infinito oceano energetico, detto Coscienza non locale.

La Coscienza dunque non sta nel cervello ma nel Campo.

Sia la fisica che la neurofisiologia che la quantistica concordano su questo punto.

Non è il cervello che produce il pensiero, ma è il PENSIERO o COSCIENZA che edifica il cervello.

Max Planck, padre della teoria dei quanti, scioccò il mondo nel 1944 quando affermò che esiste un’unica matrice energetica “intelligente” da cui ha origine tutto, il visibile dall’invisibile.

Con questa implicazione sconcertante il mondo scopriva per la prima volta che Tutto è coscienza.

Abbiamo oggi gli strumenti che possono vedere che intorno a noi esiste un globo luminoso. Un nostro prolungamento (un duplicato immateriale). È stato definito un campo di ultra-luce.

Noi non lo vediamo con gli occhi e anche con gli strumenti possiamo vedere fino ad un certo punto.

Questo campo è milioni di volte più sottile della più sottile materia. Ha una frequenza vibrazionale di 10 alla 26 Hz.

Esso è più sensibile e impressionabile della più sensibile ed impressionabile pellicola fotografica.

Anche la PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia) ha riconosciuto che gli antichi avevano ragione.

Noi siamo un fascio di vibrazioni di cui l’aspetto fisico, la forma fisica è solo il nucleo più denso.

La luce che vedono le persone che hanno esperienze di premorte (NDE), siamo noi stessi, ciò di cui siamo costituiti.

Un fenomeno straordinario, che merita di essere chiamato con il nome di AUTOPSIA (composto da “autos”, stesso e “opsis”, vista), cioè “VISTA DI SE STESSO”.

E l’Autopsicità (quale può essere quella dell’ esperienza totale del Divino) è una situazione che implica la visione istantanea e diretta di una “partitura” in cui figurano tutti gli aspetti del Libro della Vita, cioè di una composizione universale, disposta in più mondi.

Qualcuno ha detto: “Chiarisci il tuo senso e illuminerai il mondo”.

Se vuoi sapere come fare, fai come fece il maestro Zen Poshang.

Quando gli fu chiesto come si cerca la natura del Buddha (Dio), Egli rispose: “È come cavalcare il Bue, in cerca del Bue”.

.Prof. Vittorio Marchi

Medico e neuroscienziato italiano. Studiò col prof. Golgi, per ricostruire la struttura del tessuto nervoso e delle cellule nervose con metodi istologici. Gli studi fatti e pubblicati portarono al Golgi il Premio Nobel e al Marchi una grande dimestichezza con i metodi utilizzati.

 

 

 

sabato 1 novembre 2025

LA VOSTRA AURA

 

Leggete qualsiasi testo spirituale delle tradizioni induista, buddista, sufi e cabalistica e troverete un accordo universale sul fatto che gli esseri umani sono molto più di un corpo fisico. Il nostro corpo fisico è solo una piccola percentuale di ciò che siamo. Il nostro spirito è ospitato all'interno del nostro corpo, ma scorre ben oltre le tenui mura della nostra carne. La parte del nostro spirito che circonda l'esterno del corpo è un campo energetico che viene spesso chiamato aura.

Quest'aura viene effettivamente registrata su strumenti fisici e i suoi colori possono essere visti attraverso la fotografia Kirlian. L'aura riflette tutto ciò che riguarda la vostra personalità e le vostre esperienze in questa vita e in altre incarnazioni. I chiaroveggenti possono vedere le informazioni contenute in questo campo energetico sotto forma di colori e immagini.

L'aura è composta da strati, o corpi spirituali. Nel corso dei secoli, diverse discipline spirituali e religioni hanno descritto l'aura in modo molto simile. In genere si ritiene che l'aura abbia sette strati o corpi principali.

Nella fotografia Kirlian, questi strati non sono molto distinti; i colori si fondono insieme, a volte coprendo completamente il soggetto della fotografia. I colori dell'aura o di altre energie spesso si manifestano inaspettatamente anche nella fotografia normale. Ai fini di una lettura chiaroveggente, è utile distinguere gli strati dell'aura, immaginando che ogni strato sia separato e unico dagli altri. In questo modo è più facile orientarsi nel complesso sistema di informazioni contenute nel campo energetico dell’interlocutore.

Nella mia esperienza, il primo strato (il primo corpo aurico) contiene spesso informazioni sul corpo fisico, poiché è il più vicino al corpo.

Il secondo strato corrisponde alle emozioni e alle energie sessuali.

Il terzo strato contiene spesso informazioni sul potere, sul controllo e sull'autostima.

Il quarto strato sembra contenere informazioni sulle questioni di cuore e sulle relazioni.

Il quinto strato riguarda la comunicazione. Il sesto strato contiene informazioni su come una persona percepisce sé stessa. Infine, il settimo strato, il più lontano dal corpo ma il più vicino al mondo esterno, spesso contiene informazioni sulle percezioni degli altri e sulle energie estranee che entrano ed escono dall'aura.

Potrebbero esserci altri strati che non ho sperimentato a causa della mia formazione e dei miei preconcetti sull'aura. L'aura contiene l'energia propria e quella delle altre persone e dell'ambiente.

Tutto ciò che vi riguarda - tutto ciò che siete stati, avete pensato, sognato, sperimentato, sentito, desiderato, così come ogni relazione che avete avuto - è registrato, immagazzinato e trasmesso attraverso l'aura.

Esito a descrivere l'aura nei dettagli perché il modo migliore per conoscerla, come per qualsiasi altra cosa, è attraverso la propria osservazione chiaroveggente, la sperimentazione e l'esperienza.

JEAN PIERRE HONLA