martedì 25 febbraio 2025

 

 Di Giovanni Provvidenti.

CUOR DI DRAGO

Giovane amico che vuoi diventare uno spirito libero e andare al di là di ogni convenzione rituale e filosofica, ti dico ciò che io ho imparato quando ho voluto la stessa cosa che ora vuoi tu.

Ti senti libero nello spirito e forte nella volontà? Allora il tuo cuore deve diventare intrepido come quello di un drago e dal tuo petto devi voler vederti fuggire e volare alto il tuo pensiero più vigoroso! Cosa importano di virtù e di valori e di culture domestiche: tutto ciò fanno del tuo senno un somigliante a un sodo e pigro deretano: poiché ottuso e indolente verso ogni "pensiero attivo", selvaggio, libero, leonino - "dragoniano"!

I palpiti del tuo cuore devono precedere le tue brame; i palpiti del tuo cuore devono diventare tutte frecce del desiderio e inseguire i tuoi sogni, fino a giungere là dove una meta e cento mete attendono di farsi bersaglio! Perciò tu stesso devi creare il fuoco che in te arde e con esso volerti bruciare e incenerire, e dalle tue stesse ceneri rinascere, come tu fossi la leggendaria Araba Fenice, dando origine al drago del tuo cuore! Oh, non senti già il suo alito di fuoco e il suo irresistibile scalpitio dentro di te? Persino nel profondo del tuo più ignoto anfratto onirico! Ma bada che il "sogno del drago" non è la sedia a dondolo di un'anima mezzo assopita e rannicchiata accanto al camino delle certezze ataviche, col capo ciondolante di quà e di là, come fosse il pendolo di un orologio che segna il tempo senza tempo di un istante che non và oltre un tic e tac, sempre identico a se stesso! Sappi, mio giovane amico, che ben desto è lo spirito pugnace che esplora l'attimo ed esperimenta se stesso inoltrandosi nel suo abisso più ignoto: proprio là, ove risiedono i mostri e gli enigmi e tutte le stranezze che non hai mai saputo chiamare per nome - forse non hai nemmeno mai voluto vedere i loro riflessi salire in auge dal tuo specchio interiore.

La prima esperienza del novizio drago è un audace e pericoloso volo sopra "l'abisso uomo": guardare là e al di là d'ogni orizzonte cognito senza fuggire al di quà di una rassicurante visione mascherata di certezza: appunto la coscienza atavica e tradizionale che fino ad ora non t'hanno permesso di andare oltre un millimetro dal tuo perimetro umano, troppo umano. Volar e sostar sopra l'abisso uomo lo può soltanto un drago. Pur tremando e provando le vertigini di tutti i paradossi onirici, reali e apparenti, esso non fugge, anzi vi precipita fin dentro le profonde viscere e, con l'ironia e il coraggio di chi conobbe tragedie e paradossi dell'anima, lotta contro se stesso, perché vuole domare i suoi mostri ed enigmi e superare tutti i suoi paradossi: poiché vuole altresì un io signore di tutti i suoi istinti. Tutto ciò ti appare immane e oltremodo difficile? Ah! Lo è! Eccome se lo è! Ma se vuoi diventare un vero spirito libero, al tuo cuore devi saper creare le ali e farlo volare coraggiosamente al di sopra di abissi, sogni e realtà e poi farlo diventare remingo in mondi noti e ignoti; andare verso luoghi inesplorati tra la notte, la mezzanotte e l'aurora: laddove iniziano tutte le danze dello spirito libero!

Che il tuo cuore, rifugio di caos e caso, sia dunque l'alcova di una nuova stella danzante! Cuor materno e paterno, dove ogni palpito sia figlio di un grande anelito. Dallo zero allo zenit: sia questo l'infinito che insegue il drago del tuo cuore!

 L'abitudine, come la Circe della felicità, può condurre a una visione distorta del nostro rapporto con la gioia. Quando ci abituiamo a rinunciare alla possibilità di vivere il momento con pienezza, rischiamo di confondere la felicità con un'illusione irraggiungibile. La felicità non è un traguardo da inseguire, ma una qualità da coltivare nell'attimo presente, libero da condizionamenti e aspettative razionali. Come il fanciullo che vive nel qui e ora, la felicità si trova nell'arte di lasciarsi sorprendere dal mondo, di saper cogliere le piccole sfumature della vita. La ricerca incessante di un appagamento futuro ci allontana dal presente, dove la vera ricchezza risiede: la felicità è un'emozione che nasce dal saper vivere intensamente l'attimo, senza paura di perderlo.

sabato 22 febbraio 2025

Dall'archivio di Giovanni Provvidenti. L'abitudine è la Circe della felicità?

 La stragrande maggioranza delle persone dicono che la felicità o è irraggiungibile oppure troppo effimera per essere riconosciuta e quindi colta; con un dire che è diventata una vera abitudine: forse perché ci si vuole convincere che la felicità è davvero irraggiungibile o effimera? E a chi mostra felicità lo si guarda quasi con patetico sospetto o paternalismo per non sentirsi addosso il peso di un sentimento reconditamente rancoroso: "tanto durerà poco! Che ne sa questo felice del mordi e fuggi della sua emozione! È un illuso perché la felicità è illusione, è speranza, è il giogo giostrale della mente quando fantastica". Siffatta figura retorica è molto consolatoria ... Di certo è che se ci si convince che tale conclusione sia vera, vera diventa. Forse è vero, la felicità è irraggiungibile o troppo effimera, ma è vero solo per loro.

Oh insomma, ci si dovrebbe disabituare alla troppa razionalità, alla troppa oggettività altrimenti tutto diventa relativismo e non prospettiva, e in mancanza di prospettive poetiche e di aneliti tutto diventa logico, razionale, matematico, algoritmico, relativo ad una presunta oggettività dei fatti: ma un pò di "poesia" e un pò di sano romanticismo non guastano mica l'intelletto! Allora si potrebbero cogliere tutte quelle nuances che la natura offre come scorci, che la vita offre come trasogni.

Perchè, solitamente, non si è felici? Perché le persone sono troppo abituate, troppo indaffarate a risolvere piccoli o grandi problemi esistenziali, quotidiani o di sistema, oppure troppo assuefatte ad insensati edonismi (alcool, droghe, acquisti fatti in modo convulsivo e senza criterio di vero bisogno, sì perché anche andar a far compere è diventato una sorta di edonismo), ci si procura insomma emozioni che durano tanto quanto un battito di ciglia; ed è per ciò che si ritiene la felicità qualcosa di effimero, fugace e la si lascia andare per così dire nell'attimo fuggente. Se invece si diventasse capaci di riappropriarsi del proprio tempo e dei propri sguardi e degli scorci che dinnanzi ci si stagliano - ah quante piccole cose si riuscirebbero a cogliere, a percepire! La felicità è fatta di cose "piccole" e semplici e non è affatto vero che è irraggiungibile o effimera, il limite è solo un convincimento autoindotto, il limite è ... un limite! Poiché promuove il senso dell'appagamento costante: la contentezza di ritiene che chi si accontenta gode. Ma se si vivesse magicamente il momento nemmeno ci si renderebbe conto del tempo, dell'attimo fuggente, del nichilistico edonismo e sapremmo cogliere le "occasioni" che l'attimo fuggente ci offre. L'attimo fuggente ce lo dobbiamo creare, non attenderlo come si attende un momento fortunato. L'attimo, invero, è tutta l'eternità che possiamo sottrarre al tempo e il tempo piegarlo al nostro volere. Infine la felicità non bisogna cercarla, inseguirla: più lo si fa più non la si raggiunge - come quel famoso paradosso di Achille e la tartaruga -, la felicità è saper vivere l'attimo, è l'attimo è l'eternità: una felicità senza fine!

Vivi l'attimo e sii simile al fanciullo: e di cosa ha più di tutto il fanciullo se non di vivere l'attimo?

venerdì 21 febbraio 2025

CHE COS'E' LA VITA?

 

Giancarlo Rizzo

11 febbraio alle ore 22:45  · 

Che cos’è la vita? Scienziati svelano un nuovo approccio filosofico-scientifico

Dall'infinitesimale al macroscopico, la vita si manifesta come un fenomeno di auto-organizzazione e di emergenza. Un nuovo studio suggerisce che questa proprietà fondamentale possa essere compresa attraverso il concetto di una cascata di 'macchine' che si auto-replicano, un'idea che collega il mondo molecolare alla complessità degli ecosistemi e che potrebbe fornire una chiave per comprendere la sua origine ed evoluzione

ByDénise Meloni 11 Febbraio 2025

Che cos'è la vita? Scienziati svelano un nuovo approccio filosofico-scientifico

La vita, con la sua straordinaria complessità e diversità, ha sempre rappresentato un enigma per la scienza. Un nuovo approccio suggerisce una chiave per svelare questo mistero: l’esistenza come una cascata di ‘macchine‘ che si auto-organizzano, un’idea che collega il livello molecolare alla biosfera e che potrebbe finalmente aiutarci a capire cosa significa essere vivi.

Che cos’è la vita? Scienziati svelano un nuovo approccio filosofico-scientifico

Un’idea ispirata da Leibniz

Questa visione rivoluzionaria è il frutto della collaborazione tra i professori Tsvi Tlusty dell’Ulsan National Institute of Science and Technology (UNIST) in Corea del Sud e Albert Libchaber della Rockefeller University di New York.

Ispirati dalle osservazioni del matematico Gottfried Leibniz nel XVII secolo, che vedeva i corpi viventi come “macchine nelle loro parti più piccole, all’infinito“, i due scienziati hanno sviluppato un modello concettuale che descrive la vita come una doppia cascata (quasi) infinita.

Questa cascata si estende per ben diciotto ordini di grandezza nello spazio e trenta nel tempo, collegando il microcosmo delle molecole e degli atomi al macrocosmo della biosfera. Al livello più elementare, troviamo le macchine molecolari, come le pompe ioniche e gli enzimi, che svolgono funzioni vitali all’interno delle cellule. Queste, a loro volta, sono costituite da sottomacchine ancora più piccole, in una gerarchia che sembra non avere fine.

La cascata però non si ferma qui. Le cellule si auto-organizzano in strutture più complesse, come tessuti, organi e popolazioni, che a loro volta interagiscono per formare ecosistemi e, infine, la biosfera nel suo complesso. L’idea chiave è che ogni livello di questa cascata è costituito da macchine che producono altre macchine, creando un ciclo continuo di auto-organizzazione e complessità.

Questo nuovo quadro concettuale offre un modo potente per comprendere la complessità della vita. Non si tratta solo di una metafora, ma di un vero e proprio modello scientifico che può essere utilizzato per studiare i sistemi viventi a diverse scale e per identificare i principi fondamentali che ne regolano il funzionamento.

La ricerca di Tlusty e Libchaber apre nuove prospettive sulla natura della vita e potrebbe portare a importanti scoperte nel campo della biologia, della medicina e dell’ingegneria. Comprendere l’esistenza come una cascata di macchine potrebbe aiutarci a sviluppare nuove terapie per le malattie, a progettare sistemi biologici artificiali e a comprendere meglio l’evoluzione della vita sulla Terra.

La nuova visione della vita come una cascata di macchine non è solo un’astrazione teorica, ma ha implicazioni concrete per la ricerca scientifica e per la nostra comprensione del mondo vivente. In biologia, il modello potrebbe fornire un quadro unificante per studiare i sistemi biologici a diverse scale, dalla singola molecola all’intero ecosistema.

In medicina, comprendere come le “macchine” biologiche funzionano e interagiscono potrebbe portare a nuove terapie per malattie come il cancro o le malattie autoimmuni. In ingegneria, ispirandosi alla natura, potremmo progettare nuove “macchine” biologiche artificiali con applicazioni in diversi campi, dalla produzione di energia alla bonifica ambientale. Infine, il modello potrebbe fornire indizi importanti sull’origine dell’esistenza sulla Terra e sulla sua evoluzione nel tempo.

La ricerca di Tlusty e Libchaber rappresenta un importante passo avanti nella nostra comprensione della vita. La loro visione innovativa e interessante potrebbe rivoluzionare il modo in cui studiamo i sistemi viventi e aprire nuove frontiere per la scienza e la tecnologia.

Il punto critico della vita: 1000 secondi e 1 micron

Come già accennato, la vita è un fenomeno complesso e affascinante che si manifesta su scale diverse, dal microcosmo delle molecole al macrocosmo della biosfera. Ma esiste un punto critico in questa cascata di eventi, un punto in cui il micro e il macro si incontrano e danno origine all’esistenza come la conosciamo?

Un recente studio suggerisce di sì: 1000 secondi e 1 micron.

Come abbiamo visto, l’esistenza può essere concettualizzata come una cascata di macchine che producono altre macchine. Questa cascata si estende per diciotto ordini di grandezza nello spazio e trenta nel tempo, collegando il livello molecolare a quello della biosfera. Ma c’è un punto in cui questa cascata si “concentra“, un punto critico che segna il passaggio dalla costruzione di macchine autoreplicanti minime all’emergere di società di tali macchine, che porteranno infine alla formazione di intere biosfere.

Questo punto critico corrisponde a 1000 secondi (circa 16 minuti) e 1 micron (un millesimo di millimetro). Queste sono le tipiche scale temporali e spaziali della vita microbica, un mondo brulicante di attività e interazioni. Ma perché proprio queste dimensioni e questo tempo?

Lo studio spiega le origini del punto critico basandosi su principi fisici e logici fondamentali. Identifica queste condizioni minime come necessarie affinché una macchina autoreplicantesi possa interfacciarsi con l’acqua salata, l’ambiente primordiale in cui la vita ha avuto origine. Questo punto critico segna l’evoluzione dalla costruzione di macchine autoreplicanti minime all’emergere di società di tali macchine. È il momento in cui le singole “unità” iniziano a collaborare, a formare strutture più complesse e a interagire con l’ambiente circostante. Questo passaggio è fondamentale per l’evoluzione della vita, poiché permette la creazione di ecosistemi e, infine, della biosfera.

“Questo lavoro getta le basi concettuali per lo sviluppo di linguaggi matematici che racchiudono i tratti distintivi della vita“, ha affermato il professor Tlusty: “Tali formalismi sono essenziali per costruire una teoria della vita“.

Conclusioni

L’articolo “Il punto critico della vita: 1000 secondi e 1 micron” non rappresenta solo un’aggiunta al corpus di conoscenze scientifiche, ma un vero e proprio spartiacque concettuale. Esso illumina un aspetto fondamentale dell’esistenza: la vita non come entità statica, bensì come un processo dinamico, una cascata ininterrotta di “macchine” autoreplicanti che si estende su scale spazio-temporali immense.

Lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.

martedì 4 febbraio 2025

Carl Sagan

 

Osserva di nuovo quel puntino. Questo è qui. Questa è casa nostra. Questo siamo noi. Tutti quelli che ami, tutti quelli che conosci, tutti quelli di cui hai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la loro vita su quel puntino.

La somma delle nostre gioie e sofferenze, migliaia di religioni, ideologie, dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e contadino, ogni coppia innamorata, ogni madre e padre, ogni bambino brillante, inventore ed esploratore, ogni insegnante di etica, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "leader supremo", ogni santo e peccatore della storia della nostra specie hanno vissuto qui, su una piccola particella di polvere sospesa in un raggio di sole.

La Terra è una minuscola scena in un vasto teatro cosmico. Riflettiamo sui fiumi di sangue versati da generali ed imperatori per assicurarsi, in gloria e trionfo, il controllo temporaneo di una frazione di granello di sabbia. Riflettiamo sulle crudeltà infinite inflitte dagli abitanti di un angolo di quel puntino agli abitanti, quasi indistinguibili, di un altro angolo. Quanto spesso fraintendiamo, quanto ardentemente desideriamo ucciderci, quanto intensi sono i nostri odi.

Le nostre convinzioni, la nostra importanza immaginaria, l’illusione di un ruolo privilegiato nell’universo, sono ridicolmente meschine di fronte a questo puntino di luce pallida. La nostra Terra è solo una minuscola macchia solitaria nell’enorme oscurità cosmica che ci avvolge. In questo vasto vuoto, non c’è alcuna indicazione che qualcuno verrà a salvarci da noi stessi.

La Terra è l’unico mondo che conosciamo in grado di ospitare la vita. Proteggiamolo.

(Carl Sagan, commentando questa foto del nostro pianeta scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, a una distanza di 6 miliardi di chilometri)





 


 

giovedì 30 gennaio 2025

L'io: volontà di vita e di morte-(Giovanni Provvidenti)

 Chi non sa modellare la propria esistenza ad immagine e somiglianza del proprio io, è come se morisse ogni giorno, perché ogni giorno ci si trova in balìa di una depressione evidente o latente. L'io cioè ha bisogno di continui stimoli, interni ed esterni, di interventi fisiologici e a-fisiologici per rimanere attaccato alla vita, ha bisogno di desiderare insomma. Ma questa potrebbe apparire come semplice retorica filosofica. Sarò più esplicito.

Mettiamo che una persona decida di togliersi la vita, perché lo fa? è perché dentro di essa l'io non introverte più stimoli, gli è venuto meno il desiderio positivo, non di amare se stessa, bensì di amore per la vita, che ora vede come un'acerrima nemica, un ostacolo alla liberazione del suo spirito o della sua anima. Il desiderio di vivere non è semplicemente lo stimolo di esistere di per sè, bensì è desiderio di conoscenza, curiosità per il piacere fine a se stesso e di per se stesso, e il "piacere" del dolore: poiché persino il dolore procura in un certo senso piacere, ossia stimoli psicofisici, adrenalina: piacere e dolore sono le due facce della volontà di potenza. Quando la volontà di potenza viene meno allora affiora la volontà di impotenza ed è come se l'io si stesse spegnendo o fosse moribondo, poiché ha perduto la sua forza vitale. Se l'io non è più in grado di generare sogni, istinto, sentimenti, emozioni, pathos, non è più in grado di generare linfa vitale, di gestire l'Essere, ed è come se l'esistenza dell'intero universo gli pesasse addosso, lo schiacciasse continuamente, allora cerca di sopprimere se stesso, giacché così agendo annienterebbe ogni ostacolo tra sè e la "felicità", si libererebbe di ogni fardello esistenzale.

Si verifica ciò che io chiamo la "depressione dell'io", ed è questa che induce l'io a sopprimere se stesso, attraverso il suicidio fisico o metafisico: non sottovalutiamolo questo aspetto dell'io.

Per esempio: se una persona sa di essere malata terminale e cerca di lottare con tutte le sue forze per vivere, ad un certo punto, rendendosi conto che è una lotta inutile, una corsa inutile verso la vita, si lascia andare alla depressione e il suo io non produce più gli enti necessari per farle desiderare di vivere, allora si arrende e desidera solo di morire ed inizia la sua corsa verso la morte in cerca di "felicità": la felicità di essersi liberata del proprio male fisico, del proprio dolore fisico. Questo desiderio di morte può sembrare un riflesso o un impeto della volontà di potenza, ma in realtà, essendo un desiderio negativo o nichilistico, è pura volontà di impotenza.

Oppure se una persona si trova come fosse in forte stato di dipendenza di qualcosa o di qualcuno e questo qualcosa o qualcuno ora gli viene a mancare, il suo io và subito in stato depressivo e perde ogni interesse per la vita; capita alle persone che hanno costruito la loro esistenza intorno a un amore (o presunto tale); capita a quelle persone carcerate che sanno di dover affrontare una lunga esistenza privati della libertà fisica.

Capita a volte senza un apparente motivo, capita

ad un certo punto, capita e basta: chi può sapere una volta per tutte dei misteri della psiche e delle sue labirintiche intenzioni? 

Giovanni Provvidenti

sabato 25 gennaio 2025

La filosofia come commedia della verità

 

Dall'archivio di Giovanni Provvidenti.

Dopo Socrate il filosofo raramente è stato sognatore, un cuore tragico sospinto verso mete e miti da un afflatico romanticismo, il cui anelito fosse l'aire, lo slancio dato da un "istinto razionale", artistico nel pieno significato di arte e di estetica crepuscolare, di estasi dell'anima, quando l'anima diviene una vera e propria aurora dell'Essere. Insomma, il senso artistico del soggetto sognatore, perocchè il sogno dona agli istinti il senso drammatico della commedia e della liturgia dell'ego. Come se si volesse inseguire uno sconosciuto desiderio fuggito da un istinto ribelle, rivoluzionario; un desiderio fuggito da un sogno, e che vuole perseguire realtà e verità il cui principio sia null'altro che un riflesso onirico generato da un palpito che fugge dal cuore e si riversa magmatico nell'aurora dell'anima.

Chissà perché ci sono filosofi che pensano di dover essere ad ogni costo individui razionali, freddi, lucidi fino alla lucida follia dei sensi, logici, oggettivi e possessori del logos più veritiero del mondo, di più: possessori di tutte le realtà e verità del mondo! Altrimenti non vogliono credere e quando elogiano il dubbio mentono a se stessi, perché in realtà enunciano un mistificato necrologio... A meno che il filosofo non sia capace di diventare anche "poeta", allora il discorso cambia. Allora il filosofo "filosofeggia", cioè sogna, anela, vuole creare e, più che realtà e verità, aspira a creare commedie di scorci di panorami di realtà e verità; più che possibili futuri, attimi danzanti di eternità. Allora inventa i ditirambi coi quali imprime nelle parole il senso del dramma, del tramonto, la simmetria e la geometria dei segni, dei simboli, che lascia sì casualmente, ma anche volutamente, sparsi quà e là nei suoi discorsi; i suoi stessi discorsi assumono parvenza di drammaturgia. E fonda! Fonda la "sua scuola", i suoi discepoli, i suoi nuovi valori e principi archetipici, cui tutto il futuro dovrà fare i conti. I presocratici sono stati filosofi sognatori, poiché la loro filosofia era intrisa di una meravigliosa poetica. Per quanto sofisti, la loro tragicità li fece andare al di là dell'astrattismo teoretico, cui la logica della retorica e della dialettica non proponeva altro che l'eterno ritorno a una filosofia precedente, seppur trasfigurata in una presunta novità, allorché il sofismo dialettico susseguente ne mutava il contenuto sillogistico, cangiando la maschera in commedia; così ogni filosofo diventava maestro di un'altra maschera e commedia e di una nuova scuola del tragico. Purtroppo dopo Socrate la filosofia diviene un monolite, una fredda, logica razionalità, un vero e proprio nichilismo istintuale la qual volontà cognitiva era diventata oramai cognizione di causa di una altrettanto vera e propria dogmatica: brama di verità, di sapere, spesso mascherata di "opinione". Si elogiava ancora la tragedia, la commedia, il dubbio, ma guai ad afferrare per le corna il toro della verità e matarlo di santa ragione! Guai ad affermare che la loro commedia fosse oramai diventata noiosa, cioè ripetitiva e priva del fascino dualistico di Eros e Thanatos, Apollo e Dioniso; invero dell'istintualità più naturale che nell'epoca tragica dei greci trovava nella commedia la sua massima espressione - della commedia non solo teatrale, ma soprattutto della vita quotidiana -. Dopo Socrate dubitare della verità venne considerato pura pazzia. Atene facendo bere la cicuta a Socrate cercò di salvaguardare l'ultimo barlume di antico testamento ellenistico rimasto negli anfratti di qualche pensiero filosofico taletiano, anassimandriniano, eraclitiano; tuttavia Platone, con la sua Repubblica, diede al pensiero morente presocratico il colpo di grazia. Solo a partire dall'epoca illuministica della cosiddetta Rivoluzione Copernicana (che possiamo tranquillamente chiamare anche rivoluzione copernicana della filosofia) la filosofia ri-inizia a riprendersi il suo posto e il ruolo originario e preminente nella conoscenza pura, in quanto torna ad appropriarsi dei suoi specifici strumenti scientifico-teorici, che appunto gli erano propri nell'epoca presocratica. Fino ad arrivare a Nietzsche che con la sua ulteriore rivoluzione filosofica abbattè del tutto quel monumentale monolite di pensiero freddo e razionale, ridando alla tragedia il suo vigoroso, degno ruolo in commedia, fondando il teatro e l'anfiteatro della verità, mutando la verità nel luogo tragico ove il filosofo e la filosofia ritrovassero la loro "follia", il loro gioco e la fanciullezza del sogno, della metafora... della poesia. Personalmente mi sento erede di questa antica commedia, erede di questa antica filosofia come "commedia della verità".

 

 

 

 

lunedì 20 gennaio 2025

Il disinganno

 

Vedete quest’incredibile scultura? Il disinganno di Francesco Queirolo è una delle sculture più famose al mondo, ma ha una storia ancora più incredibile dietro.

Guardatela. C’è un uomo che sta lottando per liberarsi da una rete che lo imprigiona. Dà i brividi vero? È così morbida e realistica che non sembra possibile che sia fatto di marmo. Per secoli si credette che la sua incredibile leggerezza fosse opera dei poteri di un mago, il quale avrebbe adagiato sulla statua un vero e proprio drappo che si sarebbe marmorizzato attraverso un processo alchemico.

Ma cosa rappresenta? Ecco, la rete è il simbolo della menzogna, del peccato, di tutto ciò che ti imprigiona. Le verità che fai finta di non vedere. Le bugie a cui scegli di credere. Le persone a cui dai fiducia, anche quando non lo meritano. «Chi sa illudere gli uomini può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderli è sempre loro vittima.» Chi parla con sincerità viene spesso frainteso e negli agoni politici il popolo dà la sua preferenza a chi invece lo seduce e lo lusinga. Costui riscuote sempre un grande successo perché sfrutta le speranze e le paure del suo uditorio; alimenta tali speranze con grandiose promesse, ma si tratta appunto di "illusioni".

La verità fa male per poco, ma una bugia fa male per sempre. L’uomo però, aiutato da un genio alato, sta lottando per liberarsi. Se guardate con attenzione, noterete in basso, ai piedi dell’angelo, un globo e un libro poggiato su di esso. Il libro rappresenta l’intelletto ma anche la speranza. Al suo interno sta scritto: «Qui non vident, videant», quelli che non vedono, vedranno.

Perché ci sono cose che sono catene: il «si è sempre fatto così», «lo fanno tutti», «non me lo merito», «magari domani», «vedrai che cambierà» e ci sono ci sono cose, tutto ciò che nutre la mente, accende il cuore, libera lo sguardo, che ti aiutano ad essere un po’ più libero. Un po’ più consapevole. Un po’ più sincero. Che ti aiutano a riconoscere le bugie per quello che sono: veleni. Catene. E a liberartene. Perché è per essere liberi che siamo nati.

Guendalina Middei