domenica 12 aprile 2026

George Orwell diceva

 La solitudine più terribile non è quella che deriva dall'essere soli, ma quella che deriva dall'essere fraintesi; la solitudine di stare in una stanza affollata, circondata da persone che non ti vedono, che non ti sentono, che non ti sanno la vera essenza di chi sei. E in quella solitudine, ti senti come se stessi svanendo, scomparendo nello sfondo, fino a non essere altro che un fantasma, un'ombra del te stesso di prima.

È quel dolore profondo dell'anima di essere circondato da persone - amici, familiari, colleghi - eppure sentirsi completamente invisibili. Puoi sorridere, annuire e passare attraverso i movimenti, ma dentro, senti un senso di isolamento che le parole non riescono a catturare appieno. Ti senti come se nessuno ti capisse veramente, come se le parti più vere di te fossero nascoste, lasciate non riconosciute, mentre il mondo riconosce solo la versione di te che si adatta.

Questo tipo di solitudine colpisce duramente perché non riguarda l'assenza di persone, ma l'assenza di connessione. Desideri essere vista per quello che sei veramente, per far capire a qualcuno il linguaggio della tua anima, le tue stranezze, i tuoi sogni e le complessità del tuo cuore. Ma quando vieni frainteso, ti sembra che ci sia un divario incolmabile tra il tuo mondo interiore e quello esterno. È come stare dietro una parete di vetro, sperando disperatamente che qualcuno ti guardi attraverso e ti *veda* veramente, per poi rendersi conto che ti sta guardando davanti.

In quello spazio di sentirsi sconosciuti, inizi a mettersi in discussione. Ti chiedi se dovresti cambiare, se dovresti diventare ciò che il mondo si aspetta o desidera, solo per sentire un pizzico di accettazione. Ma anche allora, la solitudine non svanisce, ma solo cresce. Perché la tragedia più profonda è la lenta dissolvenza della propria essenza, le parti di te che inizi a nascondere o a lasciare andare, semplicemente ad appartenere. Diventi un'ombra, un fantasma del te stesso vibrante che eri una volta, alla deriva silenziosa, aggrappandosi alla speranza che un giorno, qualcuno possa capire.

Ciò che rende questo tipo di solitudine così dolorosa è che non è solo il desiderio di essere amati, ma il desiderio di essere conosciuti, e amati *per* essere conosciuti. Per qualcuno che guardi le parti di te che sono incasinate, complicate, e anche rotte, e dica: "Ti vedo. Capisco. E sono qui. ” È il desiderio che qualcuno senta i sussurri più silenziosi del tuo cuore e senta le profondità della tua anima senza giudizio o aspettative.

Eppure, anche in quella terribile solitudine, c'è una forza tranquilla. C'è resilienza nel aggrapparsi alla propria essenza, anche quando sembra invisibile. C'è coraggio nel mantenere viva la tua luce, nel rifiutare di lasciare che l'incomprensione del mondo spenga il fuoco dentro di te. Puoi sentirti invisibile, ma la verità è che la tua unicità, la tua complessità, sono ciò che ti rende straordinario. Da qualche parte, qualcuno lo apprezzerà. E fino ad allora, puoi apprezzarlo.

A volte, il viaggio attraverso l'essere incompresi porta a una comprensione più profonda di se stessi. Ti insegna ad abbracciare chi sei, anche se il mondo non è pronto. Invita a trovare pace in compagnia, a coltivare le parti di te che si sentono soli e sconosciute. E, col tempo, potrai scoprire che i legami giusti - quelli che ti vedono, ti sentono e ti conoscono - arrivano quando meno te li aspetti.

Quindi, aspetta. Tieni viva la tua essenza. Rifiutati di diventare un'ombra, anche se questo significa stare da soli per un po'. Il tuo vero io merita di essere celebrato, e anche se l'attesa può sembrare lunga, la bellezza di essere pienamente conosciuti vale ogni momento. Il tuo popolo, quelli che capiscono veramente la tua anima, sono là fuori, e quando ti troveranno, la terribile solitudine inizierà a svanire. Ti renderai conto che la tua essenza non è mai stata fatta per essere nascosta. È sempre stato fatto per brillare. CIT.

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Cosa significherebbe per te sentirti veramente conosciuto e compreso da qualcuno?

martedì 17 marzo 2026

DIFFERENZA TRA RELIGIONE E SPIRITUALITA'

 

Una volta ad un uomo colto è stato chiesto di spiegare la differenza tra religione e spiritualità. La sua risposta è stata profonda:

La religione non è solo una, ce ne sono tante.

La spiritualità è una.

La religione è per chi dorme.

La spiritualità è per chi è sveglio.

La religione è per chi ha bisogno di qualcuno che gli dica cosa fare e vuole essere guidato.

La spiritualità è per chi presta attenzione alla propria voce interiore.

La religione ha un insieme di regole dogmatiche.

La spiritualità ci invita a ragionare su tutto, a mettere in discussione tutto.

La religione minaccia e spaventa.

La spiritualità dona pace interiore.

La religione parla di peccato e senso di colpa.

La spiritualità dice: "impara da un errore".

La religione reprime tutto ciò che è falso.

La spiritualità trascende tutto, ti avvicina alla tua verità!

La religione parla di un Dio; non è Dio.

La spiritualità è tutto e quindi è in Dio.

La religione inventa.

Ritrovamenti spirituali.

La religione non tollera alcuna domanda.

La spiritualità mette in discussione tutto.

La religione è umana. È un'organizzazione con regole fatte dagli uomini.

La spiritualità è Divina, senza regole umane.

La religione è la causa delle divisioni.

La spiritualità unisce.

La religione cerca te per credere.

La spiritualità bisogna cercarla per credere.

La religione segue i concetti di un libro sacro.

La spiritualità cerca il sacro in tutti i libri.

La religione si nutre di paura.

La spiritualità si nutre di fiducia e fede.

La religione vive nel pensiero.

La spiritualità vive nella Coscienza Interiore.

La religione si occupa di eseguire rituali.

La spiritualità ha a che fare con il Sé Interiore.

La religione alimenta l'ego.

La spiritualità spinge a trascendere oltre.

La religione ci fa rinunciare al mondo per seguire un Dio.

La spiritualità ci fa vivere in Dio, senza rinunciare alla nostra vita esistente.

La religione è un culto.

La spiritualità è meditazione interiore.

La religione ci riempie di sogni di gloria in paradiso.

La spiritualità ci fa vivere la gloria e il paradiso in terra.

La religione vive nel passato e nel futuro.

La spiritualità vive nel presente.

La religione crea chiostri nella nostra memoria.

La spiritualità libera la nostra Coscienza.

La religione ci fa credere nella vita eterna.

La spiritualità ci rende consapevoli della Vita Eterna.

La religione promette vita dopo la morte.

La spiritualità è trovare Dio nella nostra interiorità durante la vita attuale prima della morte. -Non siamo esseri umani, che attraversano un'esperienza spirituale.

-Siamo esseri spirituali, che vivono un'esperienza umana.

Fonte sconosciuta...

 

domenica 8 marzo 2026

𝗘𝗣𝗦𝗧𝗘𝗜𝗡 𝗘 𝗜𝗟 𝗟𝗘𝗦𝗦𝗜𝗖𝗢 𝗠𝗘𝗗𝗜𝗔𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗜𝗠𝗣𝗨𝗡𝗜𝗧𝗔'

 

Un recente post indignato e lucido di Sara Reginella, l’autrice del libro «Le guerre che ti vendono», non è solo una denuncia: è una radiografia perfetta di un meccanismo tossico che muove gran parte del giornalismo occidentale, il quale al momento del dunque non chiama le cose con il loro nome.

Non stiamo parlando di semplici "sfumature linguistiche", bensì di un'operazione chirurgica e consapevole per anestetizzare la coscienza pubblica. Quando dico consapevole intendo proprio questo. È consapevole perché le redazioni applicano sistematicamente due pesi e due misure. Sanno quando enfatizzare notizie fragili contro bersagli politici designati (cannoneggiandoli con titoli allusivi, esperti a gettone, narrazione persistente). E sanno quando sommergere notizie gravissime che minacciano élite o alleati, usando eufemismi, spostando il focus su dettagli marginali e seppellendo il nucleo sotto altre notizie. Questa selettività costante - mai invertita - non lascia nulla al caso, perché è il protocollo consapevole di un sistema mediatico che funziona come sistema immunitario del potere, attaccando le minacce esterne e proteggendo il proprio organismo.

Il processo è sempre lo stesso:

1. Rinominare l'orrore. Reginella elenca tutti i trucchi usati dai giornaloni in questi giorni. Un pedofilo sadico diventa un "finanziere". Una rete di sfruttamento sessuale di minori diventa "feste orgiastiche". Bambine rapite, abusate e torturate diventano "donne minorenni", un ossimoro che mistifica la violenza. Crimini contro l'umanità vengono derubricati a "bassezze" o "gossip dell'alta società". È il primo passo: se l'orrore non ha un nome preciso, non può generare un'ondata di giusta indignazione.

2. Spostare il focus. Il sistema dei media, quando non può ignorare, devia. L'attenzione viene dirottata sul dettaglio irrilevante, sul gossip, sulla figura marginale. Ad esempio, l’unico richiamo di peso al caso Epstein oggi sul Corriere riguarda Robert Kennedy Jr. e una sua presunta gita con Epstein e un paleontologo a caccia di fossili, pur di lordare un nome e di non parlare dei clienti effettivi, dei protettori in alto loco, delle prove inconfutabili che collegano quella rete a primi ministri, a capi di stato, a servizi segreti (come quelli di Tel Aviv, per i quali Epstein effettivamente operava) su ben altre gite.

3. Creare il capro espiatorio inverosimile. Mentre si minimizzano le prove dirette e schiaccianti, si lanciano nel dibattito pubblico congetture senza fondamento, come l'assurda ipotesi di un "comando russo" della rete di Epstein. E se non credi ai complottisti mainstream, sei un complottista.

4. Seppellire la prova. Il silenzio più assordante è quello che circonda i milioni di file ancora inaccessibili, quelli che – secondo le indagini più serie – contengono non solo i nomi, ma le prove di omicidi, torture efferate e violenze aberranti che vanno ben oltre lo "sfruttamento sessuale". Perché quei file non vengono desecretati? Perché mostrerebbero, senza più mediazioni, il volto mostruoso di un'élite criminale e il suo potere di rimanere impunita.

L'obiettivo finale è esattamente quello descritto da Reginella: mazonianamente lo potremmo chiamare “sopire e troncare”. Sopire la rabbia giusta, troncare ogni filone d'indagine scomodo. Normalizzare passo dopo passo l'inaccettabile, finché la massa, bombardata da eufemismi e notizie derubricate, non percepirà più la differenza tra un "finanziere" e un mostro, tra una "festa" e un crimine organizzato, tra eccezione e sistema.

Ribellarsi a questo non è solo un dovere morale, è un atto di sopravvivenza civile. Significa rifiutare il linguaggio ingannatore, pretendere i nomi, urlare la verità: Epstein era un pedofilo al servizio di un sistema di potere. Le sue vittime erano bambine e adolescenti. I suoi complici erano e sono tra le "élite" globali. L'impunità di cui godono è la misura della nostra sottomissione.

Sta a noi non dimenticare e non abbassare la guardia. La verità, per quanto sepolta, rimane l'unica arma che abbiamo.

PINO CABRAS

 

 

 

mercoledì 4 marzo 2026

L'unico uomo a reggere un continente intero

 

In questo momento storico spaventoso, in Europa è rimasto un unico Uomo a reggere praticamente da solo sulle proprie spalle la dignità umana e politica di un continente intero.

Si chiama Pedro Sánchez Pérez-Castejón, è il primo ministro della Spagna.

L’unico che negli ultimi 14 mesi di presidenza Trump è stato capace di tenere testa con una dignità straordinaria all’uomo più potente, pericoloso e vendicativo del mondo.

L’uomo che nel giugno del 2025 si è rifiutato di aumentare del 5% le spese militari del Pil come aveva ordinato il padrone (degli altri) americano.

L’unico che per due anni ha avuto il coraggio di chiamare il genocidio a Gaza con il suo nome.

L’unico ad aver sospeso unilateralmente ogni accordo commerciale, economico e militare con Israele e un governo genocida.

L’unico in Europa che ha immediatamente definito il golpe di Stato di Trump in Venezuela una palese violazione del diritto internazionale.

L’unico in Europa che, sabato mattina, meno di un’ora dopo la prima bomba, ha condannato senza se e senza ma l’attacco israelo-americano in Iran.

L’unico in Europa che, meno di 24 ore fa, ha rifiutato di prestare agli Stati Uniti le basi militari spagnole per non rendersi complice di un massacro unilaterale, illegittimo e illegale.

E ha fatto tutto questo senza che nessun leader di nessun grande Paese europeo - Meloni in testa - abbia avuto la dignità, il coraggio di dire mezza parola di denuncia della barbarie a cui stiamo assistendo e che potrebbe precipitare l’Europa intera in un conflitto mondiale dalle dimensioni e conseguenze non prevedibili.

E, per tutto questo, oggi Sanchez è diventato ufficialmente il nemico pubblico numero uno di Donald Trump. Minacciato. Punito. Bandito.

Da solo contro Trump e in pratica l’intero Occidente sdraiato sul trumpismo.

Davide contro Golia.

Chiunque sia rimasto umano, conosca e rispetti il diritto e le leggi internazionali, chiunque sappia riconoscere ancora un uomo di Stato, oggi, stasera e domani non può che stare con Pedro Sánchez e la sua Spagna

Paese LIBERO e detrumpizzato.

L’ultimo faro di diritti, diritto e democrazia rimasto in Europa.

Mentre noi come servi rimanemmo a guardare.

Lorenzo Tosa


domenica 1 marzo 2026

Una notizia che vale il cambiamento della storia

 

Ali Khamenei è stato trovato sotto le macerie di un bunker centrato dai bombardamenti israeliani e americani.

E tantissimi iraniani ballano, piangono di gioia, bruciano i ritratti di chi li ha oppressi per decenni.

Gente che ha conosciuto la tortura, la censura, le esecuzioni pubbliche, le donne ammazzate perché un velo scivolava dalla testa.

Chi può biasimarli? Chi oserebbe dire loro di non esultare?

Nessuno.

Il problema è un altro.

Il problema sono quelli che da casa nostra, col telecomando in una mano e il telefono nell’altra, festeggiano come se fosse la finale dei Mondiali.

Quelli per cui la morte di Khamenei è la prova che Trump è un genio, che la forza bruta funziona, che bastano le bombe giuste sulle persone giuste e il mondo diventa un posto migliore.

Quello che è successo è qualcosa di molto più grande e molto più pericoloso.

Due Paesi, da soli, senza consultare nessuno, senza un voto alle Nazioni Unite, senza uno straccio di mandato internazionale, hanno deciso di bombardare uno Stato sovrano, eliminarne la leadership e ridisegnare gli equilibri di un’intera regione.

Uno di questi due Paesi è governato da un uomo che si comporta da padrone del pianeta. L’altro è guidato da chi, negli ultimi due anni, ha accumulato un catalogo di orrori nei confronti della popolazione civile di Gaza che farebbe impallidire diversi capitoli della storia che studiamo a scuola giurandoci “mai più”.

E insieme, questa notte, hanno stabilito un principio semplicissimo: chi ha la potenza di fuoco decide chi vive e chi muore. Fine.

Nessuna regola, nessun tribunale, nessun limite. Solo la legge del più armato.

Ora, Khamenei era un tiranno sanguinario? Sì.

Il suo regime ha massacrato, impiccato, stuprato, torturato? Sì.

Il mondo è un posto migliore senza di lui? Forse.

Ma il precedente che è stato appena scritto nella storia è un veleno lento che ci attraverserà tutti.

Perché se oggi puoi bombardare Teheran perché il bersaglio lo meritava, domani la stessa logica varrà per chiunque altro.

Valeva ieri per Putin che ha invaso l’Ucraina dicendo di volerla “denazificare”.

Varrà domani per la Cina quando deciderà che Taiwan va “riunificata”.

Varrà dopodomani per qualunque potenza nucleare che avrà un pretesto sufficientemente presentabile.

E noi, l’Europa, l’Italia, il cosiddetto Occidente dei diritti e delle regole, avremo perso per sempre la facoltà di obiettare qualunque cosa. Perché il diritto internazionale o esiste per tutti o non esiste per nessuno.

E stanotte è stato sepolto sotto le stesse macerie di Khamenei.

 

 


 

 

sabato 28 febbraio 2026

“Siamo immersi in un mondo virtuale”

 

FEDERICO FAGGIN

Analizzare il pensiero di Federico Faggin è come fare un viaggio nel cuore del mistero che unisce la tecnologia più avanzata alla spiritualità più profonda.

Lui non è solo l'inventore del microprocessore, ma è l'uomo che, dopo aver dato "un cervello" alle macchine, ha capito che quel cervello non avrà mai un'anima se lo guardiamo solo come materia.

“Questa realtà è una realtà in gran parte virtuale. Noi non sappiamo esattamente cosa c’è qui. Ognuno di noi costruisce una realtà nella propria mente, col proprio cervello, attraverso l’information processing, i segnali che sono qui, e li trasforma in un’esperienza… Siccome siamo tutti molto simili, il mondo che tu hai dentro è simile al mio e possiamo essere d’accordo, ma in realtà nessuno sa cosa c’è qui…

Il SE è un campo di campi. La coscienza è ovunque e tutte le nostre coscienze sono in contrapposizione…

Ti sei mai chiesto perché la realtà che è fuori di noi la vediamo fuori?

Se io fossi un computer il mondo che c’è fuori sarebbe quello che ho nella memoria del mio hard disk. Lo vedo fuori perché io sono un campo e quello che vedo è nel mio campo, quello che tu vedi è nel tuo campo. La correlazione tra campo porta a definire la realtà…”

Il problema è che noi siamo stati condizionati a credere che siamo macchine. E se siamo macchine, tutto ciò che è spirituale, tutto ciò che ha a che fare con il significato della vita, è un'illusione. È un 'epifenomeno' del cervello, come dicono i neuroscienziati.

“Ma io, che le macchine le ho progettate” dice Faggin, “vi dico che una macchina non può avere sensazioni. Una macchina può processare segnali elettrici, può muovere dati, ma non può sentire il sapore di un vino, non può sentire la gioia di un amore o il dolore di una perdita.”

La fisica quantistica ci suggerisce che la realtà non è fatta di oggetti, ma di relazioni e di potenzialità. La consapevolezza non deriva dalla materia; è la materia che emerge dalla consapevolezza. Noi siamo esseri spirituali che hanno un'esperienza fisica, non il contrario. Se non capiamo questo, saremo sempre schiavi di un sistema che ci vuole numeri, algoritmi, consumatori prevedibili. Noi siamo liberi perché siamo coscienti, e la coscienza non è algoritmica.

Faggin lancia una sfida intellettuale al dogma scientifico. Il cuore del suo messaggio si articola in tre pilastri fondamentali:

1. La distinzione tra Dati e Qualia

Faggin distingue tra l'informazione simbolica (i bit che una macchina elabora) e i Qualia (le esperienze soggettive).

• Una telecamera può registrare la frequenza della luce rossa (dato), ma non può "provare" il rosso (sentimento).

• Per Faggin, questa capacità di "sentire" è la prova che la coscienza è una proprietà fondamentale dell'Universo, irriducibile a una serie di impulsi elettrici tra neuroni.

2. La Fisica Quantistica come Ponte

L'interconnessione con la fisica moderna è totale. Faggin si rifà a concetti come:

• Indeterminismo: Se fossimo macchine classiche, saremmo deterministici (prevedibili). La natura quantistica della realtà permette il libero arbitrio.

• Entanglement (Correlazione): Suggerisce che la coscienza sia un campo unitario, dove tutto è connesso. La separazione tra "io" e "mondo" è una costruzione della mente razionale, non la realtà ultima.

La Coscienza come Origine (Ontologia Invertita)

Faggin inverte il paradigma: non è il cervello a produrre la coscienza (visione materialista), ma è la Coscienza Universale che, manifestandosi, crea la realtà fisica. È un ritorno a una visione neoplatonica supportata dalla matematica quantistica, dove l'essere umano è un "osservatore" che collassa la funzione d'onda della realtà stessa.

Faggin ci avverte: se accettiamo l'idea di essere solo algoritmi biologici, stiamo firmando la nostra condanna alla schiavitù digitale. Il suo è un atto di ribellione contro il riduzionismo.

Egli sostiene che la nostra "unicità" risiede proprio in ciò che la scienza attuale non sa spiegare. La sua missione è dimostrare che la spiritualità non è "fantasia", ma la scienza del futuro, quella che studierà la natura della luce interiore con la stessa precisione con cui oggi studiamo il silicio.

#FedericoFaggin #Consapevolezza #FisicaQuantistica #Qualia #OltreLaMateria #MicrochipToSoul #ScienzaESpiritualità #LiberoArbitrio #EvoluzioneUmana #FilosofiaDellaScienza #coscienza




lunedì 23 febbraio 2026

Hannah Arendt

 

Ci aveva avvertiti già settant’anni fa: il vero pericolo non è far credere alle persone delle menzogne. È farle rinunciare del tutto alla verità.

Hannah Arendt era una filosofa politica, nata in Germania. Sopravvisse all’ascesa del nazismo, fuggì dall’Europa e dedicò il resto della sua vita a una domanda spaventosa: come può una società “civile” precipitare in un incubo totalitario? Nel 1951 pubblicò Le origini del totalitarismo, un’opera che oggi suona ancora inquietantemente attuale.

L’idea centrale di Arendt era questa: i sistemi totalitari non vincono perché convincono tutti della loro ideologia. Vincono perché distruggono la capacità delle persone di pensare. Punto.

In una delle sue osservazioni più celebri scrisse:

«Il soggetto ideale del regime totalitario non è il nazista convinto né il comunista convinto, ma persone per le quali la distinzione tra fatto e finzione (e tra vero e falso) non esiste più.»

Rileggila.

L’obiettivo non è la fede.

È la confusione.

È lo sfinimento.

È sommergere le persone con affermazioni contraddittorie, menzogne e contro-menzogne, finché smettono di provare a capire cosa sia reale. Perché cercare la verità richiede energia. E il potere, quando vuole dominare, spesso punta proprio a esaurire quell’energia.

Quando non distingui più tra vero e falso, non distingui più tra bene e male. E quando questo accade diventi controllabile. Non perché ti hanno convinto, ma perché hai smesso di pensare con la tua testa.

Arendt capì una cosa essenziale: il totalitarismo non si limita a indottrinare. Prima ancora, distrugge la possibilità stessa di formare convinzioni. Se non credi più in nulla, se non ti fidi più di niente, se ogni cosa ti sembra manipolata… allora non resisti a nulla. Ti lasci trascinare, intorpidito, mentre intorno a te il mondo si scurisce.

Nel saggio Verità e politica (1967) Arendt analizzò come funzionano le menzogne nei sistemi politici. Il problema, scriveva, non è solo che il potere diffonde falsità: è che la menzogna costante corrode l’idea stessa di verità. Quando tutto viene contestato, quando ogni fatto diventa “di parte”, quando la realtà è trattata come una semplice opinione… allora la verità perde potere.

E quando la verità non ha più potere, neanche la giustizia, la morale e la dignità umana ne hanno.

Arendt lo vide accadere nella Germania degli anni Trenta. Capì che i nazisti non si limitavano a mentire: crearono un ambiente in cui la menzogna diventava così continua, così soffocante, che le persone comuni smettevano di preoccuparsi di ciò che era vero. Diventavano ciniche. Distaccate. Assuefatte. E dentro quell’assuefazione, l’orrore diventava possibile.

Non lo scrisse per distribuire colpe. Lo scrisse come avvertimento:

Può accadere ovunque.

Può accadere a chiunque.

E spesso non comincia con la violenza. Comincia con l’erosione lenta della nostra capacità di distinguere la realtà dalla finzione.

Allora, che cosa si fa?

Arendt credeva che la risposta fosse in ciò che chiamava “pensare”. Non solo assorbire informazioni, ma entrarci dentro. Mettere in discussione. Riflettere. Considerare prospettive diverse. Rifiutare risposte facili e spiegazioni comode.

Perché il momento in cui smetti di pensare criticamente — il momento in cui accetti un racconto senza domande, anche se ti piace, anche se ti conferma — è il momento in cui sei già vulnerabile.

Il totalitarismo non arriva sempre con stivali e carri armati. Spesso arriva in silenzio: nella rassegnazione, nel cinismo, nella frase ripetuta come un anestetico: “tanto mentono tutti”, “non ci si può fidare di nessuno”, «Chi lo sa cosa è vero davvero?».

Quello sfinimento, quella resa, era esattamente ciò contro cui Arendt ci metteva in guardia.

Hannah Arendt morì nel 1975, ma il suo avvertimento resta vivo:

Proteggi la tua capacità di pensare.

Pretendi prove.

Distingui fatti e opinioni.

Non lasciare che il rumore delle menzogne ti faccia rinunciare alla verità.

Perché il momento in cui smetti di preoccuparti di ciò che è vero, hai già perso ciò che conta.

La battaglia non è solo credere alle cose “giuste”.

È rifiutarsi di smettere di pensare.