Una volta ad un uomo colto è stato chiesto
di spiegare la differenza tra religione e spiritualità. La sua risposta è stata
profonda:
-Siamo esseri spirituali, che vivono
un'esperienza umana.
Fonte sconosciuta...
Una volta ad un uomo colto è stato chiesto
di spiegare la differenza tra religione e spiritualità. La sua risposta è stata
profonda:
-Siamo esseri spirituali, che vivono
un'esperienza umana.
Fonte sconosciuta...
Un recente post indignato e lucido di Sara Reginella, l’autrice del libro «Le guerre che ti vendono», non è solo una denuncia: è una radiografia perfetta di un meccanismo tossico che muove gran parte del giornalismo occidentale, il quale al momento del dunque non chiama le cose con il loro nome.
Non stiamo parlando di semplici
"sfumature linguistiche", bensì di un'operazione chirurgica e
consapevole per anestetizzare la coscienza pubblica. Quando dico consapevole
intendo proprio questo. È consapevole perché le redazioni applicano sistematicamente
due pesi e due misure. Sanno quando enfatizzare notizie fragili contro bersagli
politici designati (cannoneggiandoli con titoli allusivi, esperti a gettone,
narrazione persistente). E sanno quando sommergere notizie gravissime che
minacciano élite o alleati, usando eufemismi, spostando il focus su dettagli
marginali e seppellendo il nucleo sotto altre notizie. Questa selettività
costante - mai invertita - non lascia nulla al caso, perché è il protocollo
consapevole di un sistema mediatico che funziona come sistema immunitario del
potere, attaccando le minacce esterne e proteggendo il proprio organismo.
Il processo è sempre lo stesso:
1. Rinominare l'orrore. Reginella
elenca tutti i trucchi usati dai giornaloni in questi giorni. Un pedofilo
sadico diventa un "finanziere". Una rete di sfruttamento sessuale di
minori diventa "feste orgiastiche". Bambine rapite, abusate e
torturate diventano "donne minorenni", un ossimoro che mistifica la
violenza. Crimini contro l'umanità vengono derubricati a "bassezze" o
"gossip dell'alta società". È il primo passo: se l'orrore non ha un
nome preciso, non può generare un'ondata di giusta indignazione.
2. Spostare il focus. Il sistema dei
media, quando non può ignorare, devia. L'attenzione viene dirottata sul
dettaglio irrilevante, sul gossip, sulla figura marginale. Ad esempio, l’unico
richiamo di peso al caso Epstein oggi sul Corriere riguarda Robert Kennedy Jr.
e una sua presunta gita con Epstein e un paleontologo a caccia di fossili, pur
di lordare un nome e di non parlare dei clienti effettivi, dei protettori in
alto loco, delle prove inconfutabili che collegano quella rete a primi
ministri, a capi di stato, a servizi segreti (come quelli di Tel Aviv, per i
quali Epstein effettivamente operava) su ben altre gite.
3. Creare il capro espiatorio
inverosimile. Mentre si minimizzano le prove dirette e schiaccianti, si
lanciano nel dibattito pubblico congetture senza fondamento, come l'assurda
ipotesi di un "comando russo" della rete di Epstein. E se non credi
ai complottisti mainstream, sei un complottista.
4. Seppellire la prova. Il silenzio
più assordante è quello che circonda i milioni di file ancora inaccessibili,
quelli che – secondo le indagini più serie – contengono non solo i nomi, ma le
prove di omicidi, torture efferate e violenze aberranti che vanno ben oltre lo
"sfruttamento sessuale". Perché quei file non vengono desecretati?
Perché mostrerebbero, senza più mediazioni, il volto mostruoso di un'élite
criminale e il suo potere di rimanere impunita.
L'obiettivo finale è esattamente
quello descritto da Reginella: mazonianamente lo potremmo chiamare “sopire e
troncare”. Sopire la rabbia giusta, troncare ogni filone d'indagine scomodo.
Normalizzare passo dopo passo l'inaccettabile, finché la massa, bombardata da
eufemismi e notizie derubricate, non percepirà più la differenza tra un
"finanziere" e un mostro, tra una "festa" e un crimine
organizzato, tra eccezione e sistema.
Ribellarsi a questo non è solo un
dovere morale, è un atto di sopravvivenza civile. Significa rifiutare il
linguaggio ingannatore, pretendere i nomi, urlare la verità: Epstein era un
pedofilo al servizio di un sistema di potere. Le sue vittime erano bambine e
adolescenti. I suoi complici erano e sono tra le "élite" globali.
L'impunità di cui godono è la misura della nostra sottomissione.
Sta a noi non dimenticare e non
abbassare la guardia. La verità, per quanto sepolta, rimane l'unica arma che
abbiamo.
PINO CABRAS
In questo momento storico spaventoso,
in Europa è rimasto un unico Uomo a reggere praticamente da solo sulle proprie
spalle la dignità umana e politica di un continente intero.
Si chiama Pedro Sánchez
Pérez-Castejón, è il primo ministro della Spagna.
L’unico che negli ultimi 14 mesi di
presidenza Trump è stato capace di tenere testa con una dignità straordinaria
all’uomo più potente, pericoloso e vendicativo del mondo.
L’uomo che nel giugno del 2025 si è
rifiutato di aumentare del 5% le spese militari del Pil come aveva ordinato il
padrone (degli altri) americano.
L’unico che per due anni ha avuto il
coraggio di chiamare il genocidio a Gaza con il suo nome.
L’unico ad aver sospeso
unilateralmente ogni accordo commerciale, economico e militare con Israele e un
governo genocida.
L’unico in Europa che ha
immediatamente definito il golpe di Stato di Trump in Venezuela una palese
violazione del diritto internazionale.
L’unico in Europa che, sabato
mattina, meno di un’ora dopo la prima bomba, ha condannato senza se e senza ma
l’attacco israelo-americano in Iran.
L’unico in Europa che, meno di 24 ore
fa, ha rifiutato di prestare agli Stati Uniti le basi militari spagnole per non
rendersi complice di un massacro unilaterale, illegittimo e illegale.
E ha fatto tutto questo senza che
nessun leader di nessun grande Paese europeo - Meloni in testa - abbia avuto la
dignità, il coraggio di dire mezza parola di denuncia della barbarie a cui
stiamo assistendo e che potrebbe precipitare l’Europa intera in un conflitto
mondiale dalle dimensioni e conseguenze non prevedibili.
E, per tutto questo, oggi Sanchez è
diventato ufficialmente il nemico pubblico numero uno di Donald Trump.
Minacciato. Punito. Bandito.
Da solo contro Trump e in pratica
l’intero Occidente sdraiato sul trumpismo.
Davide contro Golia.
Chiunque sia rimasto umano, conosca e
rispetti il diritto e le leggi internazionali, chiunque sappia riconoscere
ancora un uomo di Stato, oggi, stasera e domani non può che stare con Pedro
Sánchez e la sua Spagna
Paese LIBERO e detrumpizzato.
L’ultimo faro di diritti, diritto e
democrazia rimasto in Europa.
Mentre noi come servi rimanemmo a guardare.
Lorenzo Tosa
Ali Khamenei è stato trovato sotto le
macerie di un bunker centrato dai bombardamenti israeliani e americani.
E tantissimi iraniani ballano,
piangono di gioia, bruciano i ritratti di chi li ha oppressi per decenni.
Gente che ha conosciuto la tortura,
la censura, le esecuzioni pubbliche, le donne ammazzate perché un velo
scivolava dalla testa.
Chi può biasimarli? Chi oserebbe dire
loro di non esultare?
Nessuno.
Il problema è un altro.
Il problema sono quelli che da casa
nostra, col telecomando in una mano e il telefono nell’altra, festeggiano come
se fosse la finale dei Mondiali.
Quelli per cui la morte di Khamenei è
la prova che Trump è un genio, che la forza bruta funziona, che bastano le
bombe giuste sulle persone giuste e il mondo diventa un posto migliore.
Quello che è successo è qualcosa di
molto più grande e molto più pericoloso.
Due Paesi, da soli, senza consultare
nessuno, senza un voto alle Nazioni Unite, senza uno straccio di mandato
internazionale, hanno deciso di bombardare uno Stato sovrano, eliminarne la
leadership e ridisegnare gli equilibri di un’intera regione.
Uno di questi due Paesi è governato
da un uomo che si comporta da padrone del pianeta. L’altro è guidato da chi,
negli ultimi due anni, ha accumulato un catalogo di orrori nei confronti della
popolazione civile di Gaza che farebbe impallidire diversi capitoli della
storia che studiamo a scuola giurandoci “mai più”.
E insieme, questa notte, hanno
stabilito un principio semplicissimo: chi ha la potenza di fuoco decide chi
vive e chi muore. Fine.
Nessuna regola, nessun tribunale,
nessun limite. Solo la legge del più armato.
Ora, Khamenei era un tiranno
sanguinario? Sì.
Il suo regime ha massacrato,
impiccato, stuprato, torturato? Sì.
Il mondo è un posto migliore senza di
lui? Forse.
Ma il precedente che è stato appena
scritto nella storia è un veleno lento che ci attraverserà tutti.
Perché se oggi puoi bombardare
Teheran perché il bersaglio lo meritava, domani la stessa logica varrà per
chiunque altro.
Valeva ieri per Putin che ha invaso
l’Ucraina dicendo di volerla “denazificare”.
Varrà domani per la Cina quando
deciderà che Taiwan va “riunificata”.
Varrà dopodomani per qualunque
potenza nucleare che avrà un pretesto sufficientemente presentabile.
E noi, l’Europa, l’Italia, il
cosiddetto Occidente dei diritti e delle regole, avremo perso per sempre la
facoltà di obiettare qualunque cosa. Perché il diritto internazionale o esiste
per tutti o non esiste per nessuno.
E stanotte è stato sepolto sotto le
stesse macerie di Khamenei.
FEDERICO FAGGIN
Analizzare il pensiero di Federico
Faggin è come fare un viaggio nel cuore del mistero che unisce la tecnologia
più avanzata alla spiritualità più profonda.
Lui non è solo l'inventore del
microprocessore, ma è l'uomo che, dopo aver dato "un cervello" alle
macchine, ha capito che quel cervello non avrà mai un'anima se lo guardiamo
solo come materia.
“Questa realtà è una realtà in gran
parte virtuale. Noi non sappiamo esattamente cosa c’è qui. Ognuno di noi
costruisce una realtà nella propria mente, col proprio cervello, attraverso
l’information processing, i segnali che sono qui, e li trasforma in un’esperienza…
Siccome siamo tutti molto simili, il mondo che tu hai dentro è simile al mio e
possiamo essere d’accordo, ma in realtà nessuno sa cosa c’è qui…
Il SE è un campo di campi. La
coscienza è ovunque e tutte le nostre coscienze sono in contrapposizione…
Ti sei mai chiesto perché la realtà
che è fuori di noi la vediamo fuori?
Se io fossi un computer il mondo che
c’è fuori sarebbe quello che ho nella memoria del mio hard disk. Lo vedo fuori
perché io sono un campo e quello che vedo è nel mio campo, quello che tu vedi è
nel tuo campo. La correlazione tra campo porta a definire la realtà…”
Il problema è che noi siamo stati
condizionati a credere che siamo macchine. E se siamo macchine, tutto ciò che è
spirituale, tutto ciò che ha a che fare con il significato della vita, è
un'illusione. È un 'epifenomeno' del cervello, come dicono i neuroscienziati.
“Ma io, che le macchine le ho
progettate” dice Faggin, “vi dico che una macchina non può avere sensazioni.
Una macchina può processare segnali elettrici, può muovere dati, ma non può
sentire il sapore di un vino, non può sentire la gioia di un amore o il dolore
di una perdita.”
La fisica quantistica ci suggerisce
che la realtà non è fatta di oggetti, ma di relazioni e di potenzialità. La
consapevolezza non deriva dalla materia; è la materia che emerge dalla
consapevolezza. Noi siamo esseri spirituali che hanno un'esperienza fisica, non
il contrario. Se non capiamo questo, saremo sempre schiavi di un sistema che ci
vuole numeri, algoritmi, consumatori prevedibili. Noi siamo liberi perché siamo
coscienti, e la coscienza non è algoritmica.
Faggin lancia una sfida intellettuale
al dogma scientifico. Il cuore del suo messaggio si articola in tre pilastri
fondamentali:
1. La distinzione tra Dati e Qualia
Faggin distingue tra l'informazione
simbolica (i bit che una macchina elabora) e i Qualia (le esperienze
soggettive).
• Una telecamera può registrare la
frequenza della luce rossa (dato), ma non può "provare" il rosso
(sentimento).
• Per Faggin, questa capacità di
"sentire" è la prova che la coscienza è una proprietà fondamentale
dell'Universo, irriducibile a una serie di impulsi elettrici tra neuroni.
2. La Fisica Quantistica come Ponte
L'interconnessione con la fisica
moderna è totale. Faggin si rifà a concetti come:
• Indeterminismo: Se fossimo macchine
classiche, saremmo deterministici (prevedibili). La natura quantistica della
realtà permette il libero arbitrio.
• Entanglement (Correlazione):
Suggerisce che la coscienza sia un campo unitario, dove tutto è connesso. La
separazione tra "io" e "mondo" è una costruzione della
mente razionale, non la realtà ultima.
La Coscienza come Origine (Ontologia
Invertita)
Faggin inverte il paradigma: non è il
cervello a produrre la coscienza (visione materialista), ma è la Coscienza
Universale che, manifestandosi, crea la realtà fisica. È un ritorno a una
visione neoplatonica supportata dalla matematica quantistica, dove l'essere
umano è un "osservatore" che collassa la funzione d'onda della realtà
stessa.
Faggin ci avverte: se accettiamo
l'idea di essere solo algoritmi biologici, stiamo firmando la nostra condanna
alla schiavitù digitale. Il suo è un atto di ribellione contro il riduzionismo.
Egli sostiene che la nostra
"unicità" risiede proprio in ciò che la scienza attuale non sa
spiegare. La sua missione è dimostrare che la spiritualità non è
"fantasia", ma la scienza del futuro, quella che studierà la natura
della luce interiore con la stessa precisione con cui oggi studiamo il silicio.
#FedericoFaggin #Consapevolezza #FisicaQuantistica #Qualia #OltreLaMateria #MicrochipToSoul #ScienzaESpiritualità #LiberoArbitrio #EvoluzioneUmana #FilosofiaDellaScienza #coscienza
Ci aveva avvertiti già settant’anni
fa: il vero pericolo non è far credere alle persone delle menzogne. È farle
rinunciare del tutto alla verità.
Hannah Arendt era una filosofa
politica, nata in Germania. Sopravvisse all’ascesa del nazismo, fuggì
dall’Europa e dedicò il resto della sua vita a una domanda spaventosa: come può
una società “civile” precipitare in un incubo totalitario? Nel 1951 pubblicò Le
origini del totalitarismo, un’opera che oggi suona ancora inquietantemente
attuale.
L’idea centrale di Arendt era questa:
i sistemi totalitari non vincono perché convincono tutti della loro ideologia.
Vincono perché distruggono la capacità delle persone di pensare. Punto.
In una delle sue osservazioni più
celebri scrisse:
«Il soggetto ideale del regime
totalitario non è il nazista convinto né il comunista convinto, ma persone per
le quali la distinzione tra fatto e finzione (e tra vero e falso) non esiste
più.»
Rileggila.
L’obiettivo non è la fede.
È la confusione.
È lo sfinimento.
È sommergere le persone con
affermazioni contraddittorie, menzogne e contro-menzogne, finché smettono di
provare a capire cosa sia reale. Perché cercare la verità richiede energia. E
il potere, quando vuole dominare, spesso punta proprio a esaurire quell’energia.
Quando non distingui più tra vero e
falso, non distingui più tra bene e male. E quando questo accade diventi
controllabile. Non perché ti hanno convinto, ma perché hai smesso di pensare
con la tua testa.
Arendt capì una cosa essenziale: il
totalitarismo non si limita a indottrinare. Prima ancora, distrugge la
possibilità stessa di formare convinzioni. Se non credi più in nulla, se non ti
fidi più di niente, se ogni cosa ti sembra manipolata… allora non resisti a
nulla. Ti lasci trascinare, intorpidito, mentre intorno a te il mondo si
scurisce.
Nel saggio Verità e politica (1967)
Arendt analizzò come funzionano le menzogne nei sistemi politici. Il problema,
scriveva, non è solo che il potere diffonde falsità: è che la menzogna costante
corrode l’idea stessa di verità. Quando tutto viene contestato, quando ogni
fatto diventa “di parte”, quando la realtà è trattata come una semplice
opinione… allora la verità perde potere.
E quando la verità non ha più potere,
neanche la giustizia, la morale e la dignità umana ne hanno.
Arendt lo vide accadere nella
Germania degli anni Trenta. Capì che i nazisti non si limitavano a mentire:
crearono un ambiente in cui la menzogna diventava così continua, così
soffocante, che le persone comuni smettevano di preoccuparsi di ciò che era vero.
Diventavano ciniche. Distaccate. Assuefatte. E dentro quell’assuefazione,
l’orrore diventava possibile.
Non lo scrisse per distribuire colpe.
Lo scrisse come avvertimento:
Può accadere ovunque.
Può accadere a chiunque.
E spesso non comincia con la
violenza. Comincia con l’erosione lenta della nostra capacità di distinguere la
realtà dalla finzione.
Allora, che cosa si fa?
Arendt credeva che la risposta fosse
in ciò che chiamava “pensare”. Non solo assorbire informazioni, ma entrarci
dentro. Mettere in discussione. Riflettere. Considerare prospettive diverse.
Rifiutare risposte facili e spiegazioni comode.
Perché il momento in cui smetti di
pensare criticamente — il momento in cui accetti un racconto senza domande,
anche se ti piace, anche se ti conferma — è il momento in cui sei già
vulnerabile.
Il totalitarismo non arriva sempre
con stivali e carri armati. Spesso arriva in silenzio: nella rassegnazione, nel
cinismo, nella frase ripetuta come un anestetico: “tanto mentono tutti”, “non
ci si può fidare di nessuno”, «Chi lo sa cosa è vero davvero?».
Quello sfinimento, quella resa, era
esattamente ciò contro cui Arendt ci metteva in guardia.
Hannah Arendt morì nel 1975, ma il
suo avvertimento resta vivo:
Proteggi la tua capacità di pensare.
Pretendi prove.
Distingui fatti e opinioni.
Non lasciare che il rumore delle
menzogne ti faccia rinunciare alla verità.
Perché il momento in cui smetti di
preoccuparti di ciò che è vero, hai già perso ciò che conta.
La battaglia non è solo credere alle
cose “giuste”.
È rifiutarsi di smettere di pensare.
Quando ho letto l'ultima partita di
email di Epstein, ho avuto la strana sensazione che la storia stesse diventando
più grande nel senso serio che inizia a spingerti verso domande che normalmente
vengono considerate troppo pesanti per una conversazione educata: chi comanda
davvero, chi possiede i soldi, chi imposta il limiti del possibile, e del
perché spesso il mondo si sente gestito dall'alto mentre il resto di noi
semplicemente reagisce dal basso.
E voglio iniziare questo op-ed con un
disclaimer, perché nell'ambiente odierno la gente o vuole che parli con
certezza religiosa o vuole che tu stia zitto, e io respingo entrambe le
richieste; starò attento alle parole, solleverò polemiche idee, e vi dico
apertamente che alcune di quelle che sto per dire sono speculazioni, non perché
mi voglia nascondere dietro una siepe, ma perché chi parla di queste reti
onestamente deve ammettere dove finiscono le prove e dove inizia
l'interpretazione.
Per anni, si sente dire "siamo
governati da culti satanici", e io sono sempre stato scettico su questa
inquadratura, non perché ritengo che il mondo sia moralmente puro, ma perché
non accetto pretese estreme senza prove; tuttavia, quello che ho sempre detto -
molto prima di questi documenti - è che il popolo chi detta la politica estera,
chi inizia le guerre, chi impone sanzioni per fame, chi può guardare alla
sofferenza di milioni e chiamarla "strategia", deve avere un certo
profilo psicologico, perché gli esseri umani normali non distruggono
casualmente intere società per poi dormire bene la notte.
E se pensate che sia un'esagerazione,
basta guardare come funzionano le sanzioni come arma. Negli Stati Uniti, la
maggior parte delle persone ha cibo in tavola, e sì, c'è povertà e ingiustizia
in America, ma ci sono famiglie fuori dall'America che non possono permettersi
pane per i propri figli, non possono permettersi latte per un neonato, e il
pubblico occidentale è addestrato a credere che questo sia sempre il risultato
della corruzione locale o della cattiva gestione locale, ma sappiamo entrambi,
se hai seguito il mio lavoro sulla Siria, che le misure coercitive unilaterali
guidate dagli Stati Uniti — sanzioni economiche illegali — sono utilizzate come
strumento di guerra e sono progettate per rompere le società fino a quando non
si sottomettono.
La Siria è l'esempio più chiaro
perché il record non è nemmeno contestato: dopo le sanzioni di Donald Trump,
specialmente il Caesar Act, i siriani sono stati spinti sotto la soglia di
povertà su scala massiccia, e stiamo parlando di milioni di persone che vivono
all'interno del paese che hanno visto crollare la loro valuta, il loro potere
d'acquisto evaporare, e la loro società soffoca economicamente anche dopo che
le grandi battaglie si sono calmate.
Ora, qui è dove le mail di Epstein
iniziano a cambiare il modo di percepire il mondo, perché per anni abbiamo
presunto che le persone che prendono queste decisioni fossero le istituzioni
visibili: la Casa Bianca, il Congresso, il Senato, il Dipartimento della
Difesa, il Dipartimento di Giustizia, le agenzie di intelligence; abbiamo
presunto quelle erano le stanze dove si fa politica, e forse lo sono, in parte,
ma ciò che queste fughe di notizie invitano a considerare è che anche quelle
istituzioni potrebbero non essere in cima alla piramide, che oltre i
presidenti, oltre i politici, oltre i volti che si vedono in televisione,
potrebbero esserci forze più forti che finanziare, incentivare e guidare le
decisioni, e che i leader visibili sono talvolta esecutori piuttosto che
padroni.
Perché quando inizi a leggere delle
relazioni intorno a Epstein - chi ha incontrato, chi ha consigliato, a chi
aveva accesso, chi si vantava di rappresentare - inizi a vedere qualcosa come
una rete, una rete connessa di denaro, ideologia e burocrazia, dove gli stessi
nomi compaiono in finanza, tecnologia, accademia, politica, e si comincia a
sospettare che quella che chiamiamo democrazia possa essere più simile a un
palcoscenico: un circo di politici in competizione che sembrano leader ma
funzionano, in realtà, come dipendenti di un sistema che non controllano.
Lo dico non per sembrare
melodrammatico, ma perché le implicazioni sono profondamente inquietanti: se il
potere funziona attraverso le reti che non riusciamo a vedere direttamente,
allora qual è il significato di elezioni, parlamenti, promesse elettorali,
dibattiti televisivi e atteggiamento morale? Stiamo davvero scegliendo il
nostro futuro, o ci viene proposto un menù dove il vero chef rimane nascosto, e
il nostro unico ruolo è selezionare quale piatto ci verrà servito in questa
stagione?
Qui è dove i nomi che appaiono
intorno a Epstein iniziano a diventare più che pettegolezzi. Il punto è non
venerare o demonizzare una singola famiglia o una singola dinastia, e voglio
essere chiaro qui perché internet ama trasformare l'analisi in target tribale;
il punto è capire che le dinastie bancarie, gli interessi militari-industriali
e i progetti tecnologici d'élite non sono universi separati, ma sono spesso
intrecciati, e quando vedi Epstein che dice alla gente che rappresenta i
principali interessi bancari, e quando vedi la vicinanza tra miliardari della
Silicon Valley e reti come la sua, inizi a pensare che molti dei progetti
"visionari" venduti al pubblico - transumanesimo, chip cerebrali,
governance dell'IA, sistemi di valuta digitale - potrebbero non essere affatto
innovazioni di base, ma progetti dall'alto verso il basso alla ricerca di un
controllo totale sull'ambiente umano.
E quando la pensi in questo modo,
inizi a mettere in discussione l'intera gerarchia del potere. Forse i
parlamenti non sono il primo livello decisionale, ma il quarto o il quinto.
Forse primi ministri e presidenti non sono leader sovranisti ma dirigenti di
terzo livello, incaricati di vendere politica al pubblico. Forse la classe Musk
e Thiel - quelli che gestiscono piattaforme, costruiscono sistemi di AI,
spingono tecnologie neurali - non sono nemmeno i top, ma i direttori esecutivi
che realizzano progetti progettati altrove, per interessi più grandi del loro.
E poi arrivi alla domanda più
pericolosa di tutte, la domanda che nessuno vuole che i cittadini facciano
troppo forte: se il vero potere sta sopra la scena democratica, nel buio, in
reti che possono alimentare denaro, spingere idee, mobilitare la burocrazia per
attuarle, allora viviamo davvero nelle democrazie, o viviamo dentro democrazie
gestite dove la libertà è per lo più un sentimento, e la scelta è per lo più
una prestazione?
Qui è dove l'agenda moderna inizia a
sembrare meno progresso e più una trappola. ID digitali. Valute digitali della
banca centrale. Un futuro di verifica permanente. Un futuro in cui ogni
transazione, movimento e interazione sociale possa essere registrata,
controllata ed eventualmente punita. Anche la sanità pubblica, cosa che
dovrebbe appartenere alla medicina e alla cura, diventa un campo di disciplina
e di applicazione, dove ti viene detto che devi ottemperare non perché la
scienza è sistemata ma perché il sistema ha deciso che il dissenso è
intollerabile.
E la gente si chiederà: abbiamo
scelta? Siamo davvero in grado di dire "no" se questi sistemi vengono
costruiti indipendentemente da quello che pensano gli elettori? Perché se
questi progetti possono essere imposti anche contro lo scetticismo pubblico,
allora la democrazia diventa un esercizio di branding piuttosto che una realtà
di governo.
Quello che è cambiato per me da
questa recente caduta di Epstein non è che ho scoperto improvvisamente
l'esistenza del male, o che i potenti mentono; ciò che è cambiato è che il velo
si sente più sottile, e la gerarchia si sente più chiara, e l'idea che i
politici siano "leader" è più difficile da mantenere. Quando uno come
Tony Blair, che ha avuto un ruolo strumentale nell'invadere l'Iraq, torna anni
dopo e cerca di vendere al pubblico la necessità di identità digitali, lo vedo
come un dipendente, un dirigente intermedio, che attua i progetti dei superiori
di cui raramente vediamo il nome sullo schermo.
E forse questo è il vero significato
geopolitico delle mail di Epstein, oltre la depravazione, oltre lo scandalo,
oltre il sensazionalismo: costringono a confrontarsi con la possibilità che il
mondo sia governato dalle reti, e che quelle reti siano più durevoli dei
governi, più influenti delle elezioni, e altro isolato di quanto qualsiasi
istituzione ufficiale possa mai ammettere.
Non ti sto chiedendo di accettare una
singola grande teoria. Vi chiedo di notare lo schema, e di chiedervi se lo
schema spiega perché il mondo si senta sempre più libero, sempre più gestito,
sempre più ingegnerizzato, anche come ci viene detto, con le facce rette, che
viviamo nell'era più democratica della storia umana.
Se è qui che siamo diretti, verso un
futuro di controllo digitale stratificato sopra l'esaurimento economico e le
crisi fabbricate, allora l'unica domanda seria che rimane non è "chi
vincerà le prossime elezioni", ma se la gente comune possa recuperare
abbastanza chiarezza, unità e coraggio per reclamare una vita politica che non
è scritto dall'alto.
Perché se siamo ridotti a una
reazione permanente - sempre reagendo alla prossima guerra, alla prossima
crisi, al prossimo panico fabbricato - allora non siamo cittadini. Siamo
sudditi.
E forse questa è la parte più
sconvolgente di tutte: che la storia di Epstein, iniziata come un sordido
scandalo, finisce costringendoci a chiederci se la civiltà in cui viviamo è
ancora quella che dice di essere.
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Scritto da Kevork Almassian, analista
geopolitico siriano e fondatore di Syriana Analysis.
Io non scrivo per piacere o per
deludere qualcuno, posso solamente condividere con chi le apprezza le mie
riflessione, le mie idee le mie ricerche nella speranza che possano servire ad
allargare menti ed orizzonti.Chi vuole continuare a dormire e’ libero di farlo
così come chi vuole tenersi la sindrome dello struzzo, ma per entrambe le
categorie la verità non cambia perché quest’ultima si materializza anche senza
la loro presa di coscienza.
Buona domenica