sabato 25 gennaio 2025

La filosofia come commedia della verità

 

Dall'archivio di Giovanni Provvidenti.

Dopo Socrate il filosofo raramente è stato sognatore, un cuore tragico sospinto verso mete e miti da un afflatico romanticismo, il cui anelito fosse l'aire, lo slancio dato da un "istinto razionale", artistico nel pieno significato di arte e di estetica crepuscolare, di estasi dell'anima, quando l'anima diviene una vera e propria aurora dell'Essere. Insomma, il senso artistico del soggetto sognatore, perocchè il sogno dona agli istinti il senso drammatico della commedia e della liturgia dell'ego. Come se si volesse inseguire uno sconosciuto desiderio fuggito da un istinto ribelle, rivoluzionario; un desiderio fuggito da un sogno, e che vuole perseguire realtà e verità il cui principio sia null'altro che un riflesso onirico generato da un palpito che fugge dal cuore e si riversa magmatico nell'aurora dell'anima.

Chissà perché ci sono filosofi che pensano di dover essere ad ogni costo individui razionali, freddi, lucidi fino alla lucida follia dei sensi, logici, oggettivi e possessori del logos più veritiero del mondo, di più: possessori di tutte le realtà e verità del mondo! Altrimenti non vogliono credere e quando elogiano il dubbio mentono a se stessi, perché in realtà enunciano un mistificato necrologio... A meno che il filosofo non sia capace di diventare anche "poeta", allora il discorso cambia. Allora il filosofo "filosofeggia", cioè sogna, anela, vuole creare e, più che realtà e verità, aspira a creare commedie di scorci di panorami di realtà e verità; più che possibili futuri, attimi danzanti di eternità. Allora inventa i ditirambi coi quali imprime nelle parole il senso del dramma, del tramonto, la simmetria e la geometria dei segni, dei simboli, che lascia sì casualmente, ma anche volutamente, sparsi quà e là nei suoi discorsi; i suoi stessi discorsi assumono parvenza di drammaturgia. E fonda! Fonda la "sua scuola", i suoi discepoli, i suoi nuovi valori e principi archetipici, cui tutto il futuro dovrà fare i conti. I presocratici sono stati filosofi sognatori, poiché la loro filosofia era intrisa di una meravigliosa poetica. Per quanto sofisti, la loro tragicità li fece andare al di là dell'astrattismo teoretico, cui la logica della retorica e della dialettica non proponeva altro che l'eterno ritorno a una filosofia precedente, seppur trasfigurata in una presunta novità, allorché il sofismo dialettico susseguente ne mutava il contenuto sillogistico, cangiando la maschera in commedia; così ogni filosofo diventava maestro di un'altra maschera e commedia e di una nuova scuola del tragico. Purtroppo dopo Socrate la filosofia diviene un monolite, una fredda, logica razionalità, un vero e proprio nichilismo istintuale la qual volontà cognitiva era diventata oramai cognizione di causa di una altrettanto vera e propria dogmatica: brama di verità, di sapere, spesso mascherata di "opinione". Si elogiava ancora la tragedia, la commedia, il dubbio, ma guai ad afferrare per le corna il toro della verità e matarlo di santa ragione! Guai ad affermare che la loro commedia fosse oramai diventata noiosa, cioè ripetitiva e priva del fascino dualistico di Eros e Thanatos, Apollo e Dioniso; invero dell'istintualità più naturale che nell'epoca tragica dei greci trovava nella commedia la sua massima espressione - della commedia non solo teatrale, ma soprattutto della vita quotidiana -. Dopo Socrate dubitare della verità venne considerato pura pazzia. Atene facendo bere la cicuta a Socrate cercò di salvaguardare l'ultimo barlume di antico testamento ellenistico rimasto negli anfratti di qualche pensiero filosofico taletiano, anassimandriniano, eraclitiano; tuttavia Platone, con la sua Repubblica, diede al pensiero morente presocratico il colpo di grazia. Solo a partire dall'epoca illuministica della cosiddetta Rivoluzione Copernicana (che possiamo tranquillamente chiamare anche rivoluzione copernicana della filosofia) la filosofia ri-inizia a riprendersi il suo posto e il ruolo originario e preminente nella conoscenza pura, in quanto torna ad appropriarsi dei suoi specifici strumenti scientifico-teorici, che appunto gli erano propri nell'epoca presocratica. Fino ad arrivare a Nietzsche che con la sua ulteriore rivoluzione filosofica abbattè del tutto quel monumentale monolite di pensiero freddo e razionale, ridando alla tragedia il suo vigoroso, degno ruolo in commedia, fondando il teatro e l'anfiteatro della verità, mutando la verità nel luogo tragico ove il filosofo e la filosofia ritrovassero la loro "follia", il loro gioco e la fanciullezza del sogno, della metafora... della poesia. Personalmente mi sento erede di questa antica commedia, erede di questa antica filosofia come "commedia della verità".

 

 

 

 

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