martedì 13 ottobre 2026

Non chiamatela “scoperta dell’America”: cosa significa Abya Yala, il nome indigeno che ribalta il senso del Columbus Day

 

Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo arrivò nelle Americhe, ma quelle terre non erano affatto sconosciute a chi già le abitava. Esiste una parola, Abya Yala, che oggi molti movimenti indigeni utilizzano per chiamare il continente e rivendicare la propria storia

Ogni 12 ottobre torna sui libri di storia, sui giornali e nelle celebrazioni una delle date più conosciute al mondo: il Columbus Day, in onore della “scoperta dell’America”. È il giorno in cui, nel 1492, Cristoforo Colombo raggiunse i Caraibi, dando inizio a un incontro che avrebbe cambiato per sempre la storia di interi continenti.

Ma c’è una domanda che raramente ci poniamo: si può davvero “scoprire” una terra dove già vivono già milioni di persone? Per gli europei del XV secolo, quelle raggiunte da Colombo erano terre fino ad allora sconosciute. Per i popoli che le abitavano, invece, erano casa. Luoghi con nomi, lingue, culture, tradizioni, sistemi di conoscenza e una storia che non aveva certo aspettato l’arrivo delle caravelle per avere inizio.

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Proviamo, quindi, a cambiare almeno per una volta prospettiva, perché quella che siamo abituati a chiamare America ha anche un altro nome: Abya Yala. Un’espressione che, forse, non abbiamo mai sentito pronunciare, ma che racconta molto più di una semplice questione geografica.

Che cosa significa Abya Yala?

Abya Yala è un’espressione -che proviene dalla lingua del popolo Guna (anche Kuna o Cuna), originario dei territori che oggi fanno parte di Panama e Colombia. Nella sua forma Abiayala, viene comunemente tradotta come “terra in piena maturità”, ma esistono anche interpretazioni come “terra viva”, “terra del sangue vitale” o “continente della vita”.

 Sono traduzioni che restituiscono sfumature differenti di un concetto profondamente legato al territorio e alla cultura da cui proviene. Il termine è stato poi adottato da diversi movimenti indigeni per indicare l’insieme delle Americhe, dal Nord al Sud, ed è quindi una espressione legata soprattutto ai movimenti per i diritti dei popoli indigeni sviluppatisi nel Novecento, simbolo di identità, appartenenza e autodeterminazione.

Chiamare quelle terre Abya Yala significa, per chi sceglie di utilizzare questo nome, guardarle attraverso una prospettiva che non comincia con l’arrivo degli europei. Lo scopo? Tenere a mente che quei territori esistevano, erano abitati e avevano già una propria storia molto prima del 1492.

Allora perché chiamiamo quel continente America?

La parola America, è chiaro, non fu scelta dai popoli che abitavano il continente, ma comparve nel 1507 su una carta geografica realizzata dal cartografo tedesco Martin Waldseemüller, che volle rendere omaggio al navigatore fiorentino Amerigo Vespucci (che contribuì a far comprendere agli europei che le terre raggiunte attraverso l’Atlantico appartenevano a una massa continentale distinta dall’Asia).

 La celebre mappa del 1507, oggi conservata alla Library of Congress negli Stati Uniti, è considerata il primo documento cartografico conosciuto in cui, appunto, appare il nome America, inizialmente riferito alla parte meridionale del continente. Un nome destinato a imporsi nei secoli successivi, fino a diventare quello con cui il mondo intero avrebbe identificato quelle terre. Ergo: il nome con cui oggi identifichiamo un intero continente nasce dallo sguardo di chi vi arrivò dall’esterno, non da quello di chi già vi abitava.

Insomma, raccontare il Columbus Day, il 12 ottobre 1492, esclusivamente come una grande impresa di esplorazione significa lasciare fuori una parte fondamentale della storia. L’arrivo di Colombo rappresentò sì una svolta per la conoscenza geografica europea e aprì una nuova fase di relazioni tra continenti, ma segnò anche l’inizio di un lungo processo di conquista e colonizzazione, accompagnato da violenze, sfruttamento, espropriazioni territoriali, imposizioni culturali e dalla diffusione di malattie che provocarono un crollo devastante delle popolazioni indigene.

Prima dell’arrivo degli europei le Americhe ospitavano società numerose e profondamente diverse tra loro. Dai grandi centri urbani delle civiltà mesoamericane e andine alle comunità dell’Amazzonia, dalle popolazioni caraibiche ai popoli delle regioni settentrionali, esistevano reti commerciali, conoscenze agricole, tradizioni spirituali, lingue e sistemi di organizzazione sociale. Non un continente vuoto in attesa di essere scoperto, ma un mondo già abitato, conosciuto e trasformato dai suoi popoli. Ed è proprio questa consapevolezza ad aver alimentato, soprattutto negli ultimi decenni, la richiesta di ripensare il modo in cui il 12 ottobre viene ricordato, tanto che in diversi luoghi delle Americhe, accanto alle celebrazioni legate a Colombo o in loro sostituzione, si è affermata la Giornata dei Popoli Indigeni, dedicata proprio alla loro storia, alle culture e soprattutto alla loro presenza contemporanea.

Come ricorda lo Smithsonian National Museum of the American Indian, il senso di questa ricorrenza è anche superare una narrazione che relega le popolazioni native esclusivamente al passato, riconoscendo le comunità che ancora oggi continuano a custodire, trasformare e rivendicare le proprie tradizioni.

In ogni caso, parlare di popoli indigeni delle Americhe non significa parlare di un’unica cultura, dal momento che ogni comunità possiede una propria storia, una propria lingua e un legame specifico con il territorio. Nella tradizione nahuatl, per esempio, troviamo il termine Anáhuac, legato al territorio del Messico centrale e al mondo culturale dei popoli nahua, tra cui i Mexica. Nella tradizione andina, Tawantinsuyu era il nome dell’organizzazione territoriale e politica dell’Impero inca, mentre Pindorama è un termine di origine tupi utilizzato per richiamare le terre dell’attuale Brasile.

Sono nomi diversi, nati da visioni del mondo differenti, che ci ricordano una cosa fondamentale: non esiste un’unica voce indigena, ma una pluralità di popoli che hanno il diritto di raccontare la propria storia. E Abya Yala non cancella questa diversità: per molte organizzazioni che l’hanno adottata, rappresenta invece un modo per costruire un terreno comune, senza rinunciare alle identità locali. E non solo: per molte comunità indigene, il territorio non è soltanto uno spazio delimitato da confini amministrativi o una risorsa economica da sfruttare. È anche il luogo in cui si tramandano conoscenze, si costruiscono relazioni, si custodiscono memorie e si sviluppa un senso di appartenenza.

Questo significa riconoscere che esistono modi diversi di intendere il rapporto con la terra, cosa particolarmente importante oggi, mentre molte comunità indigene si trovano a difendere i propri territori dall’espansione delle attività estrattive, dalla deforestazione e da altre pressioni economiche e ambientali. Per queste popolazioni, difendere una foresta, un fiume o un territorio vuol dire anche difendere una lingua, una tradizione, una memoria collettiva e la possibilità di continuare a vivere secondo le proprie scelte.

Perché conoscere la parola Abya Yala è importante proprio il 12 ottobre

Conoscere questa espressione non significa cancellare Cristoforo Colombo dai libri, negare l’importanza delle esplorazioni geografiche o riscrivere il passato per adattarlo al presente, ma – piuttosto – aggiungere al racconto storico le prospettive delle persone che per secoli hanno avuto meno spazio per raccontarlo.

Significa capire che la storia del 1492 cambia profondamente a seconda del punto da cui la osserviamo. Per chi attraversò l’Atlantico, fu l’arrivo in terre sconosciute. Per chi viveva già su quelle terre, fu l’inizio di trasformazioni profonde, spesso drammatiche, le cui conseguenze continuano a farsi sentire. E significa ricordare che i popoli indigeni non appartengono soltanto alla storia di cinque secoli fa, ma esistono oggi, parlano lingue vive, producono cultura, difendono diritti e partecipano al dibattito sul futuro del pianeta.

In fondo, è questa la forza di una parola come Abya Yala.

Cosa ha fatto oggi Mamdani

Per il Columbus Day 2026, il sindaco di New York Zohran Mamdani risponde a Donald Trump scegliendo di celebrare non Cristoforo Colombo, ma Vito Marcantonio, storico deputato italo-americano impegnato nella difesa dei lavoratori e dei diritti civili.

Mamdani ha ricordato anche le discriminazioni e lo sfruttamento subiti dagli immigrati italiani, contrapponendo il loro contributo alla città alla retorica di Trump in difesa di Colombo.


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