Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo arrivò nelle Americhe, ma quelle terre non erano affatto sconosciute a chi già le abitava. Esiste una parola, Abya Yala, che oggi molti movimenti indigeni utilizzano per chiamare il continente e rivendicare la propria storia
Ogni 12 ottobre torna sui libri di storia,
sui giornali e nelle celebrazioni una delle date più conosciute al mondo: il Columbus
Day, in onore della “scoperta dell’America”. È il giorno in cui, nel 1492,
Cristoforo Colombo raggiunse i Caraibi, dando inizio a un incontro che avrebbe
cambiato per sempre la storia di interi continenti.
Ma c’è una domanda che raramente ci
poniamo: si può davvero “scoprire” una terra dove già vivono già milioni di
persone? Per gli europei del XV secolo, quelle raggiunte da Colombo erano terre
fino ad allora sconosciute. Per i popoli che le abitavano, invece, erano casa.
Luoghi con nomi, lingue, culture, tradizioni, sistemi di conoscenza e una
storia che non aveva certo aspettato l’arrivo delle caravelle per avere inizio.
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che potrebbe riscrivere la storia
Proviamo, quindi, a cambiare almeno per
una volta prospettiva, perché quella che siamo abituati a chiamare America ha
anche un altro nome: Abya Yala. Un’espressione che, forse, non abbiamo
mai sentito pronunciare, ma che racconta molto più di una semplice questione
geografica.
Che cosa significa Abya Yala?
Abya Yala è un’espressione -che proviene
dalla lingua del popolo Guna (anche Kuna o Cuna), originario dei territori che
oggi fanno parte di Panama e Colombia. Nella sua forma Abiayala, viene
comunemente tradotta come “terra in piena maturità”, ma esistono anche
interpretazioni come “terra viva”, “terra del sangue vitale” o “continente
della vita”.
Sono traduzioni che restituiscono sfumature differenti di un concetto profondamente legato al territorio e alla cultura da cui proviene. Il termine è stato poi adottato da diversi movimenti indigeni per indicare l’insieme delle Americhe, dal Nord al Sud, ed è quindi una espressione legata soprattutto ai movimenti per i diritti dei popoli indigeni sviluppatisi nel Novecento, simbolo di identità, appartenenza e autodeterminazione.
Chiamare quelle terre Abya Yala significa, per chi sceglie di utilizzare questo nome, guardarle attraverso una prospettiva che non comincia con l’arrivo degli europei. Lo scopo? Tenere a mente che quei territori esistevano, erano abitati e avevano già una propria storia molto prima del 1492.
Allora perché chiamiamo quel continente
America?
La parola America, è chiaro, non fu
scelta dai popoli che abitavano il continente, ma comparve nel 1507 su una
carta geografica realizzata dal cartografo tedesco Martin Waldseemüller,
che volle rendere omaggio al navigatore fiorentino Amerigo Vespucci (che
contribuì a far comprendere agli europei che le terre raggiunte attraverso
l’Atlantico appartenevano a una massa continentale distinta dall’Asia).
La celebre mappa del 1507, oggi conservata alla Library of Congress negli Stati Uniti, è considerata il primo documento cartografico conosciuto in cui, appunto, appare il nome America, inizialmente riferito alla parte meridionale del continente. Un nome destinato a imporsi nei secoli successivi, fino a diventare quello con cui il mondo intero avrebbe identificato quelle terre. Ergo: il nome con cui oggi identifichiamo un intero continente nasce dallo sguardo di chi vi arrivò dall’esterno, non da quello di chi già vi abitava.
Insomma, raccontare il Columbus Day,
il 12 ottobre 1492, esclusivamente come una grande impresa di esplorazione
significa lasciare fuori una parte fondamentale della storia. L’arrivo di
Colombo rappresentò sì una svolta per la conoscenza geografica europea e aprì
una nuova fase di relazioni tra continenti, ma segnò anche l’inizio di un lungo
processo di conquista e colonizzazione, accompagnato da violenze, sfruttamento,
espropriazioni territoriali, imposizioni culturali e dalla diffusione di
malattie che provocarono un crollo devastante delle popolazioni indigene.
Prima dell’arrivo degli europei le
Americhe ospitavano società numerose e profondamente diverse tra loro. Dai
grandi centri urbani delle civiltà mesoamericane e andine alle comunità
dell’Amazzonia, dalle popolazioni caraibiche ai popoli delle regioni settentrionali,
esistevano reti commerciali, conoscenze agricole, tradizioni spirituali, lingue
e sistemi di organizzazione sociale. Non un continente vuoto in attesa di
essere scoperto, ma un mondo già abitato, conosciuto e trasformato dai suoi
popoli. Ed è proprio questa consapevolezza ad aver alimentato, soprattutto
negli ultimi decenni, la richiesta di ripensare il modo in cui il 12 ottobre
viene ricordato, tanto che in diversi luoghi delle Americhe, accanto alle
celebrazioni legate a Colombo o in loro sostituzione, si è affermata la
Giornata dei Popoli Indigeni, dedicata proprio alla loro storia, alle culture e
soprattutto alla loro presenza contemporanea.
Come ricorda lo Smithsonian National Museum of the American Indian, il
senso di questa ricorrenza è anche superare una narrazione che relega le
popolazioni native esclusivamente al passato, riconoscendo le comunità che
ancora oggi continuano a custodire, trasformare e rivendicare le proprie
tradizioni.
In ogni caso, parlare di popoli indigeni delle Americhe non significa parlare di un’unica cultura, dal momento che ogni comunità possiede una propria storia, una propria lingua e un legame specifico con il territorio. Nella tradizione nahuatl, per esempio, troviamo il termine Anáhuac, legato al territorio del Messico centrale e al mondo culturale dei popoli nahua, tra cui i Mexica. Nella tradizione andina, Tawantinsuyu era il nome dell’organizzazione territoriale e politica dell’Impero inca, mentre Pindorama è un termine di origine tupi utilizzato per richiamare le terre dell’attuale Brasile.
Sono nomi diversi, nati da visioni del
mondo differenti, che ci ricordano una cosa fondamentale: non esiste un’unica
voce indigena, ma una pluralità di popoli che hanno il diritto di raccontare la
propria storia. E Abya Yala non cancella questa diversità: per molte
organizzazioni che l’hanno adottata, rappresenta invece un modo per costruire
un terreno comune, senza rinunciare alle identità locali. E non solo: per molte
comunità indigene, il territorio non è soltanto uno spazio delimitato da
confini amministrativi o una risorsa economica da sfruttare. È anche il luogo
in cui si tramandano conoscenze, si costruiscono relazioni, si custodiscono
memorie e si sviluppa un senso di appartenenza.
Questo significa riconoscere che esistono
modi diversi di intendere il rapporto con la terra, cosa particolarmente
importante oggi, mentre molte comunità indigene si trovano a difendere i propri
territori dall’espansione delle attività estrattive, dalla deforestazione e da
altre pressioni economiche e ambientali. Per queste popolazioni, difendere una
foresta, un fiume o un territorio vuol dire anche difendere una lingua, una
tradizione, una memoria collettiva e la possibilità di continuare a vivere secondo
le proprie scelte.
Perché conoscere la parola Abya Yala è
importante proprio il 12 ottobre
Conoscere questa espressione non significa
cancellare Cristoforo Colombo dai libri, negare l’importanza delle esplorazioni
geografiche o riscrivere il passato per adattarlo al presente, ma – piuttosto –
aggiungere al racconto storico le prospettive delle persone che per secoli
hanno avuto meno spazio per raccontarlo.
Significa capire che la storia del 1492
cambia profondamente a seconda del punto da cui la osserviamo. Per chi
attraversò l’Atlantico, fu l’arrivo in terre sconosciute. Per chi viveva già su
quelle terre, fu l’inizio di trasformazioni profonde, spesso drammatiche, le
cui conseguenze continuano a farsi sentire. E significa ricordare che i
popoli indigeni non appartengono soltanto alla storia di cinque secoli fa, ma
esistono oggi, parlano lingue vive, producono cultura, difendono diritti e
partecipano al dibattito sul futuro del pianeta.
In fondo, è questa la forza di una parola
come Abya Yala.
Cosa ha fatto oggi Mamdani
Per il Columbus Day 2026, il sindaco di
New York Zohran Mamdani risponde a Donald Trump scegliendo di celebrare
non Cristoforo Colombo, ma Vito Marcantonio, storico deputato italo-americano
impegnato nella difesa dei lavoratori e dei diritti civili.
Mamdani ha ricordato anche le
discriminazioni e lo sfruttamento subiti dagli immigrati italiani,
contrapponendo il loro contributo alla città alla retorica di Trump in difesa
di Colombo.

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