sabato 3 maggio 2014

Ecco le scenografiche immagini scelte dalla Nasa per celebrare il ritorno della trasmissione Cosmos

Cosmos, la leggendaria serie di documentari sull’Universo presentata da Carl Sagan e in onda negli anni ’80 in Italia all’interno di Quark si rinnova e, da ieri sera, è in onda anche in Italia su National Geographic Channel (canale 113 di Sky) col titolo di Cosmos: Odissea nello Spazio.
In occasione dell’inaugurazione della nuova trasmissione di divulgazione astronomica, la Nasa ha riproposto (rendendolo noto attraverso un tweet) un intero album di immagini, alcune inedite, dei più affascinanti scorci dello Spazio inquadrati da potenti telescopi spaziali e da diversi satelliti. Dalle supernovae più brillanti alle nebulose più fertili di giovani stelle, passando in volata sulla superficie dei pianeti più misteriosi del Sistema solare, ecco tutti gli scatti in questa bellissima gallery.
Nella foto un brillamento stellare, qui in una rappresentazione artistica (Casey Reed/Nasa)Le foto spaziali che non avete mai visto (© Casey Reed/Nasa)

venerdì 2 maggio 2014

Capacità di problem solving e capacità coltivate dall’apprendimento scolastico.


Capacità di problem solving e capacità coltivate dall’apprendimento scolastico. Ancora PISA 2012

La lettura dei dati OCSE-PISA può essere una fonte importantissima per comprendere e motivare le capacità dei giovani, a partire dalla scuola. Infatti, nel problem solving gli studenti italiani hanno superato di 10 punti la media PISA e si piazzano al 15° posto. A differenza che in altri test più tradizionali, i quindicenni italiani dimostrano di avere pensiero critico e di saper elaborare soluzioni.
La nuova tornata dell’indagine OCSE-PISA 2015 è già quasi pronta, ma i dati che PISA 2012 ha raccolto producono approfondimenti specifici di grande interesse; infatti, mentre si attende l’ultimo rapporto relativo alla “Financial literacy”, l’OCSE mette a disposizione i risultati relativi alle prove di problem solving che sono state prodotte dagli studenti, che hanno svolto i test di PISA 2012 su computer.

Finalmente una buona notizia: abbiamo fatto una bella figura, il punteggio medio conseguito dai nostri studenti è di 10 punti superiore alla media OCSE e ci colloca al quindicesimo posto (sono 44 i paesi che hanno svolto le prove di problem solving), siamo appena sotto Francia, Olanda, Finlandia e Regno Unito, sopra Germania, Stati Uniti, ecc.
Le indagini OCSE-PISA tuttavia non vanno considerate solo come produttrici di graduatorie, ma come fonti di utilissime informazioni sui sistemi che, nei singoli paesi, producono le diverse performance degli studenti e permettono di delineare profili nazionali delle competenze dei giovani.
In attesa che l’Invalsi rilasci il rapporto Italiano, è possibile fare alcune considerazioni.
Prima di tutto si può rilevare un dato: nonostante i tanti tagli e i risparmi, le nostre scuole sono dotate di computer e i nostri studenti ne padroneggiano l’uso. Le scuole sono state sorteggiate casualmente nel campione italiano, solo due di queste, pur avendo computer disponibili, utilizzavano programmi non compatibili con i programmi in uso per la somministrazione delle prove; fra le scuole estratte a sorte sono stati sorteggiati casualmente gli studenti che hanno fatto le prove via computer (18 su 35 sorteggiati in ogni istituzione scolastico/formativa sorteggiata), nessuno ha dichiarato di non essere in grado di utilizzare questo strumento, nessuno si è rivelato non competente all’atto dello svolgimento della prova.

Altra buona notizia: la percentuale di studenti che hanno dimostrato competenze limitatissime in relazione alle prove di problem solving (chi si colloca tra il livello inferiore al livello zero è il livello 2) sono il 21,4%, media OCSE, solo il 16,4%, media italiana. Per quanto riguarda i livelli più elevati (livello 5/6) gli italiani con una media del 10,8% si collocano appena sotto alla media OCSE che è 11,4%.
La capacità di problem solving è distribuita in modo molto più equilibrato tra i giovani, di quanto non risultino le competenze legate ad ambiti disciplinari, e soprattutto è limitata la quota di quanti evidenziano gravi difficoltà.

Meno tranquillizzante invece è il fatto che anche queste prove disegnano profili di giovani a “due velocità” che, purtroppo al solito, sono legate alla diversa collocazione geografica (Nord Ovest, Nord Est e Centro con punteggi rispettivamente di: 533, 527 e 514 stanno sopra il punteggio medio OCSE; il Sud e le Isole non superano i 486 punti) anche se, come negli altri paesi, il background socio-economico familiare sembra pesare meno sulle performance.
Il rapporto nazionale potrà/dovrà approfondire questo tema insieme alle differenze per tipologia di scuola e soprattutto alle differenze dei risultati delle ragazze rispetto ai ragazzi (il risultato più modesto delle ragazze italiane appare in controtendenza rispetto a molti dei 44 paesi che hanno svolto la prova).

Nel presentare i risultati l’OCSE esplicita le ragioni che fanno ritenere questo tipo di prova importante, in senso predittivo, della capacità delle giovani generazioni di rispondere alle esigenze che il mondo contemporaneo mette loro di fronte. Il problem solving è definito come capacità individuale d’impegnarsi in un processo cognitivo finalizzato a capire e risolvere una situazione problematica, la cui soluzione non è né ovvia né immediatamente riconducibile a routine riconoscibili.
La prova consiste nella descrizione di una situazione all’interno della quale è presente un problema (che il giovane deve saper riconoscere in quanto tale) e nella individuazione di un metodo di soluzione.

A differenza dei test più tradizionali, che fanno riferimento a conoscenze più o meno complesse, qui si tratta d’impegnarsi (l’enfasi sull’impegno, “engagement”, è molto evidente ) in un contesto che chiede di mettersi alla prova. In questo senso l’uso delle ICT, che nelle prove di problem solving per gli adulti (vedi PIAAC), richiede di muoversi in contesti ricchi d’informazioni da reperire e collocare e di usare software diversi, il problem solving per i quindicenni non punta sulla complessità e potenzialità dello strumento informatico, ma stimola l’attivazione di un processo cognitivo che usa il computer solo come mezzo e come semplificatore in alcuni passaggi (chi deve scegliere l’itinerario più adeguato in termini di tempo e di kilometri non deve fare né somme né sottrazioni, ma deve simulare lo spostamento entro uno spazio dato, riconoscendo e rispettando le condizioni richieste).
Il focus della prova sta tutto nelle barriere che si frappongono tra la situazione di partenza e l’obiettivo da raggiungere, sono queste che mobilizzano operatori e strumenti.
Il supporto informatico permette agevolmente di inserire nel corso della prova accadimenti, effetti imprevisti, che richiedono un riallineamento e una ridefinizione di operatori e strumenti, prove statiche versus prove interattive.
Il punto interessante, rispetto al quale sarà utile fare ulteriori approfondimenti, sembra essere proprio il tipo di atteggiamento mentale che il contesto e lo sviluppo della prova stessa suggeriscono; se è vero infatti che il supporto informatico ha una funzione puramente strumentale, chi risolve la prova è chiamato a “interessarsi” a quello che sta accadendo in relazione a quello che dovrà/dovrebbe accadere.

La prova, così impostata, è più motivante: lo studente deve risolvere la prova, non rispondere semplicemente, quindi s’incuriosisce e s’impegna.
Forse da queste prove potrebbe venire qualche suggerimento sull’organizzazione di situazioni di apprendimento a scuola, più motivanti e quindi più capaci d’evidenziare e coltivare le potenzialità e le capacità dei ragazzi. (Fonte : http://www.educationduepuntozero.it/studi-e-ricerche/capacita-problem-solving-capacita-coltivate-dall-apprendimento-scolastico-ancora-pisa-2012-4098019717.shtml)

giovedì 1 maggio 2014

Come si guarisce o ci si ammala con la mente

Enzo Soresi, tisiologo, anatomopatologo, oncologo, già primario di pneumologia al Niguarda di Milano. Nel libro "Il cervello anarchico" racconta casi di persone uccise dallo stress o salvate dallo choc carismatico della fede
enzo soresi

Dopo una vita passata a dissezionare cadaveri, a curare tumori polmonari, a combattere tubercolosi, bronchiti croniche, asme, danni da fumo, il professor Enzo Soresi, 70 anni, tisiologo, anatomopatologo e oncologo, primario emerito di pneumologia al Niguarda di Milano, ha finalmente individuato con certezza l’epicentro di tutte le malattie: il cervello. Negli ultimi dieci anni, cioè da quando ha lasciato l’ospedale per dedicarsi alla libera professione e tuffarsi con l’entusiasmo del neofita negli studi di neurobiologia, ha maturato la convinzione che sia proprio qui, nell’encefalo, l’interruttore in grado di accendere e spegnere le patologie non solo psichiche ma anche fisiche.
C’era già arrivato per intuizione il filosofo ateniese Antifonte, avversario di Socrate, nel V secolo avanti Cristo: «In tutti gli uomini è la mente che dirige il corpo verso la salute o verso la malattia, come verso tutto il resto». Soresi c’è arrivato dopo aver visto gente ammalarsi o guarire con la sola forza del pensiero. Primo caso: «Ho in cura una signora di Milano il cui marito, integerrimo commercialista, la sera andava a bucare le gomme delle auto. Per il dispiacere s’è ammalata di tubercolosi. Io lo chiamo danno biologico primario». Secondo caso: «Un agricoltore sessantenne con melanoma metastatico incontrò Madre Teresa di Calcutta, ricevette in dono un’immaginetta sacra e guarì. Io lo chiamo shock carismatico». Il professore ha dato una spiegazione scientifica al miracolo: «Il melanoma è un tumore che viene identificato dagli anticorpi dell’organismo, tant’è vero che si sta studiando da 30 anni un vaccino specifico. Non riusciamo a controllarlo solo perché l’antigene tumorale è talmente aggressivo da paralizzare il sistema immunitario. Nel caso del contadino ha funzionato una combinazione di fattori: aspettativa fideistica, strutture cerebrali arcaiche, Madre Teresa, consegna del santino. Risultato: il suo organismo ha sprigionato fiumi di interferoni e interleuchine che hanno attivato gli anticorpi e fatto fuori il cancro».
Come Soresi illustra nel libro Il cervello anarchico (Utet), già ristampato quattro volte, la nostra salute dipende da un network formato da sistema endocrino, sistema immunitario e sistema nervoso centrale. «Il secondo ci difende e ci organizza la vita. Di più: ci tollera. L’organo-mito è il linfocita, un particolare tipo di globulo bianco che risponde agli attacchi dei virus creando anticorpi. Abbiamo 40 miliardi di linfociti. Quando si attivano, producono ormoni cerebrali. Questa si chiama Pnei, psiconeuroendocrinoimmunologia, una nuova grande scienza, trascurata dalla medicina perché nessuno è in grado di quantificare quanti neurotrasmettitori vengano liberati da un’emozione. Io e lei siamo due esperimenti biologici che datano 4 miliardi di anni. Io sono più riuscito di lei. Perciò nego la vecchiaia. Non c’è limite alla plasticità cerebrale, non c’è limite alla neurogenesi. Esiste un flusso continuo di cellule staminali prodotte dal cervello: chi non le utilizza, le perde. Le premesse della longevità sono due: camminare 40 minuti tre volte la settimana – altrimenti si blocca il ricambio delle cellule e non si libera un fattore di accrescimento, il Bdnf, che nutre il cervello – e studiare».
Secondo il medico-scrittore, è questa la strada per allungare la vita di 10 anni. «Quando ci impegniamo a leggere o a compilare le parole crociate, le staminali vengono catturate dalla zona dell’encefalo interessata a queste attività. Se io oggi sottopongo la sua testa a una scintigrafia e poi lei si mette a studiare il cinese, fra tre anni in un’altra scintigrafia vedrò le nuove mappe cerebrali che si sono create per immagazzinare questa lingua. Prenda i tassisti di Londra: hanno un ippocampo più grande perché mettono in memoria la carta topografica di una città che si estende per 6 miglia».
Il professor Soresi è cresciuto in mezzo alle lastre: suo padre Gino, tisiologo, combatteva la Tbc nel sanatorio Vialba di Milano, oggi ospedale Sacco. Si considera un tuttologo, al massimo un buon internista, che ha scoperto l’importanza della neurobiologia studiando il microcitoma. «È un tumore polmonare che ha la caratteristica di esordire con sindromi paraneoplastiche, cioè con malattie che non c’entrano nulla col cancro: artrite reumatoide, tiroidite autoimmune, sclerodermia, reumatismo articolare. È una neoplasia che nel 100% dei casi scompare con quattro cicli di chemioterapia. Eppure uccide lo stesso nel giro di sei mesi. Era diventato la mia ossessione: non riuscire a guarire una cosa che sparisce».
Com’è possibile?
«Ci ho scritto 100 lavori scientifici e ci ho messo 30 anni a capirlo: perché il microcitoma ha una struttura neuroendocrina. La massa nel polmone scompare, ma si espande con metastasi ovunque. Ne ho concluso che la medicina non è una vera scienza. Tuttalpiù una scienza in progress».
Diciamo una scienza inesatta.
«L’ho provato sulla mia pelle nel 1950. Ero basso di statura, come adesso, e mio padre si preoccupava. Eppure le premesse genetiche c’erano tutte: lui piccolo, mia madre piccola. Mi portò dal mitico professor Nicola Pende, endocrinologo che aveva pubblicato sei volumi sul timo come organo chiave dell’accrescimento. Pende mi visitò, mi palpò i testicoli e concluse: “Questo bambino ha il timo iperplastico, troppo grosso. Bisogna irradiarlo”. Se mio padre avesse seguito quel consiglio, sarei morto. Questa è la medicina, ragazzi, non illudiamoci».
Torniamo al cervello.
«Sto aspettando di diventare nonno. Il tubo neurale della mia nipotina ha cominciato a svilupparsi dal secondo mese di gravidanza. Alla nascita il cervello non sarà ancora programmato, bensì in fase evolutiva. L’interazione con l’ambiente lo strutturerà. Ora facciamo l’ipotesi che un neonato abbia la cataratta: se non viene operato entro tre mesi, i neuroni specifici della vista non si attivano e quel bimbo non vedrà bene per il resto della vita. Oppure poniamo che la madre sia ansiosa e stressata, il padre ubriacone e manesco: lei capisce bene che i segnali ricevuti dal neonato sono ben diversi da quelli che sarebbero auspicabili. E questo vale fino al terzo anno di vita, quando nasce il linguaggio, che attiva la coscienza del sé, e la persona assume una sua identità. Di questi primi tre anni d’inconsapevolezza non sappiamo nulla, è una memoria implicita, un mondo sommerso al quale nessuno ha accesso, neanche l’interessato, neppure con la psicoanalisi. Ma sono i tre anni che ci fanno muovere».
Allora non è vero che si può «entrare» nel cervello.
«Ai tempi in cui facevo le autopsie, aprivo il cranio e manco sapevo a che cosa servissero i lobi frontali. Li chiamavamo lobi silenti, proprio perché ne ignoravamo la funzione. Molti anni dopo s’è scoperto che sono la sede dell’etica, i direttori d’orchestra di ogni nostra azione».
E graziaddio avete smesso con le lobotomie.
«A quel punto sono addirittura arrivato a fare le diagnosi a distanza. Se mi telefonavano dalla clinica dicendo che un paziente con un tumore polmonare s’era messo d’improvviso a urlare frasi sconce o aveva tentato di violentare la caposala, capivo, dalla perdita del senso etico, che era subentrata una metastasi al lobo frontale destro».
Ippocrate aveva definito il cervello come una ghiandola mammaria.
«Aveva còlto la funzione secretiva di un organo endocrino che non produce solo i neurotrasmettitori cerebrali – la serotonina, la dopamina, le endorfine – ma anche le citochine, cioè la chiave di volta dei tre sistemi che formano il network della vita. Lei sa che cosa sono le citochine?».
Sì e no.
«Sono 4 interferoni, che aiutano le cellule a resistere agli attacchi di virus, batteri, tumori e parassiti, e 39 interleuchine, ognuna con una funzione specifica. Se sono allegro e creativo libero citochine che mi fanno bene, se sono arrabbiato e abulico mi bombardo di citochine flogogene, che producono processi infiammatori. Ecco perché il futuro della medicina è tutto nel cervello. Le faccio un esempio di come il cervello da solo può curare una patologia?».
La ascolto.
«Avevo un paziente affetto da asma, ossessivo nel riferire i sintomi. Più gli davo terapie, più peggiorava. Torna dopo tre mesi: “Sono guarito”. Gli dico: senta, non abbassi la guardia, perché dall’asma non si guarisce. “No, no”, risponde lui, “avevo il malocchio e una fattucchiera del mio paese me l’ha tolto infilandomi gli spilloni nel materasso”. La manderei da un esperto in malocchi, replico io. E riesco a spedirlo dallo psichiatra Tullio Gasperoni. Il quale accerta che il paziente era in delirio psicotico. Conclusione: da delirante stava bene, da presunto normale gli tornava l’asma».
Effetto placebo degli spilloni.
«Paragonabile a quello dei finti farmaci. L’effetto placebo arriva a rispondere fino al 60% nel far scomparire un sintomo. Noi medici non possiamo sfruttarlo, altrimenti diventerebbe un inganno. Ma esiste anche l’effetto nocebo».
Esemplifichi.
«Donna di altissimo livello culturale, fumatrice accanita. Il marito, un imprenditore fratello di un noto politico, la tradiva sfrontatamente con una giovane amante. Quando la informai che aveva un tumore polmonare, mi raggelò: “Non m’interessa. L’importante è che lo dica a mio marito”. Cosa che feci, anche in maniera piuttosto teatrale. Lui scoppiò a piangere, lei sfoderò un sorriso trionfale. È evidente che due anni di stress violento avevano provocato nella donna un abbassamento delle difese immunitarie. Almeno morì contenta, sei mesi dopo. Vuole un altro esempio? Una cara amica con bronchiettasie bilaterali. Antibiotici su antibiotici. Qual era il movente? Non andava più d’accordo col marito. Per due anni non la vedo. La cerco al telefono: “Enzo, mi sono separata, vado in chiesa tutte le mattine, sto bene”. L’assetto psichico stabilizzato le ha consentito di ritrovare la salute. Continuo?».
Prego.
«Colf di 55 anni, origine salernitana, tradizionalista. Mai un giorno di malattia. La figlia le dice: “Vado in Inghilterra a fare la cameriera”. Stress di 10 giorni, ginocchio gonfio così. La lastra evidenzia un’artrosi della tibia: non s’era mai attivata, ma al momento del disagio mentale è esplosa. C’è voluto un intervento chirurgico».
Nel libro Il cervello anarchico lei riferisce di sogni premonitori.
«Sì. Viene da me uno psichiatra milanese, forte fumatore, con dolori scheletrici bestiali. Mi racconta d’aver sognato la sua tomba con la data della morte sulla lapide. Lastra e Tac negative. Era un tumore polmonare occulto, con metastasi ossee diffuse. Morì esattamente nel giorno che aveva sognato. Del resto lo psicoanalista Carl Gustav Jung mentre dormiva avvertì un forte colpo alla nuca, dopodiché gli apparve in sogno un amico che gli disse: “Mi sono sparato. Ho lasciato il testamento nel secondo scaffale della libreria”. L’indomani andò a casa dell’amico: s’era suicidato e la busta era nel posto indicato».
I miracoli secondo lei che cosa sono? Eventi soprannaturali o costruzioni del cervello?
«Io sono per un pensiero laico. Credo nella forza della parola. Se noi due ci parliamo, piano piano modifichiamo il nostro assetto biologico, perché la parola è un farmaco, la relazione è un farmaco. Di sicuro credere fa bene. Un gioielliere milanese mi portò la madre, colpita da metastasi epatiche. Potei prescriverle soltanto la morfina per attenuare il dolore. La compagna brasiliana di quest’uomo si chiama Maria di Lourdes e ha una sorella monaca in una congregazione religiosa che nella foresta amazzonica prega a distanza per le guarigioni. Maria di Lourdes telefonò al suo uomo dal Brasile: “Di’ alla mamma che le suore pregheranno per lei all’ora X del giorno X”. Da quel preciso istante la paziente oncologica, che prima urlava per il dolore, non soffrì più».
Come si mantiene in buona salute il cervello?
«Ho un cugino architetto, mio coetaneo, che sembrava un rottame. S’è iscritto all’università della terza età, ha preso passione per la lingua egiziana, tutti i giorni sta cinque ore davanti al computer, ha già tradotto quattro libri in italiano dall’egiziano. È ringiovanito, ha cambiato faccia».
Sappiamo tutto del cervello?
«Nooo! Sul piano anatomico e biologico sappiamo intorno al 70%. Ma sulla coscienza? Qui si apre il mondo. Lei calcoli che ogni anno vengono pubblicati 25.000 lavori scientifici di neurobiologia».
Allora come fa una legge dello Stato a dichiarare morto un organo che per il 30% ci è ignoto e della cui coscienza sappiamo poco, forse nulla?
«Siccome si muove per stimoli elettrici, nel momento in cui l’elettroencefalogramma risulta muto significa che il cervello non è più attivo».
Ma lei che cosa pensa della morte cerebrale?
«Mi fermo… Però ha ragione, ha ragione lei a essere così attento alla dichiarazione di morte. Nello stesso tempo c’è un momento in cui comunque bisogna dichiarare la morte di un individuo dal punto di vista biologico».
Prima del 1975 dichiaravate la morte quando il cuore si fermava, l’alito non appannava più lo specchio, il corpo s’irrigidiva.
«Eh, lo so… La morte cerebrale consente di recuperare gli organi per i trapianti».
Ha mai sperimentato su di sé disagi psichici che hanno influenzato il suo stato di salute?
«Nel 1971 ho sofferto moltissimo per la morte di mia moglie Marisa, uccisa da un linfogranuloma a 33 anni. Devo tutto a lei. Era una pittrice figurativa che andò a studiare negli Stati Uniti appena sedicenne e indossava i jeans quando a Milano non si sapeva manco che esistessero. La malattia cambiò la sua arte. Cominciò a dipingere corpi sfilacciati, cuori gettati sopra le montagne. Fu irradiata in maniera scorretta da un grande radioterapista dell’epoca, per cui nell’ultimo anno di vita rimase paralizzata. Nostro figlio Nicolò, nato nel 1968, l’ho cresciuto io. Marisa mi ha lasciato un modello perfetto: un bambino che riesce a sopportare persino la perdita più straziante solo perché la mamma ha saputo far sviluppare armonicamente il suo cervello nei primi tre anni di vita»

testo tratto dal libro del dr. Enzo soresi “il cervello anarchico”

sabato 8 febbraio 2014

Stampa indiana: "Niente pena di morte per i marò"

Non saranno accusati di omicidio ma di violenza. Rischiano fino a 10 anni di carcere


Stampa indiana: "Niente pena di morte per i marò"
I due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone saranno accusati non di omicidio ma di violenza, evitando così la temuta pena capitale. Lo ha fatto sapere la stampa indiana citando quanto scritto nel rapporto che la polizia investigativa locale presenterà ai giudici. E che non conterrà più l'imputazione per "aver provocato la morte" di due pescatori locali scambiati per pirati.
Già venerdì il governo di Nuova Delhi aveva fatto sapere non chiederà l'applicazione della legge anti-pirateria, il cosiddetto Sua Act
Il Times of India sostiene che il ministero dell'Interno ha revocato l'indicazione di utilizzare per la formulazione del capo d'accusa il contestato articolo 3 comma g-1 del secondo capitolo sui reati, a favore del meno categorico articolo 3 comma a, secondo cui "chi commette un atto di violenza contro una persona a bordo di una piattaforma fissa o una nave sarà punito con la prigione per un periodo che può giungere fino a 10 anni ed è sottoponibile a multa".

Pedofilia, Vaticano insiste: "Dossier Onu anomalo"

Padre Lombardi torna sul testo diffuso mercoledì da Ginevra ma precisa: "Nessuno scontro con le Nazioni Unite"



Pedofilia, Vaticano insiste: "Dossier Onu anomalo"
"Nessuno scontro tra Onu e Vaticano, ma il rapporto sui preti pedofili è andato oltre le sue competenze". In un'intervista per la Radio Vaticana il portavoce della Santa Sede Padre Federico Lombardi risponde alle accuse di ingerenza già rivolte alle Nazioni unite per il dossier che accusa i vertici ecclesiastici di aver coperto e favorito gli abusi sui minori
"Le raccomandazioni formulate dal Comitato sono spesso piuttosto scarne e di peso relativo", rileva il gesuita che parla di "documento anomalo"."Non per caso - prosegue - non se ne è quasi mai sentita eco a livello di stampa internazionale, anche nel caso di Paesi dove i problemi dei diritti umani e dell'infanzia sono notoriamente gravi".
La vicenda non rischia comunque di minare i rapporti tra Chiesa e Nazioni Unite secondo Lombardi: "L'Onu apprezza e desidera il sostegno della Santa Sede e il dialogo positivo con essa. E altrettanto desidera la Santa Sede. I responsabili più alti delle Nazioni Unite sono stati sempre consapevoli dell'importanza del sostegno dell'autorità morale e religiosa della Santa Sede per la crescita della comunità dei popoli. Questa è la prospettiva in cui occorre porsi", ha concluso il religioso.

Stamina: Vannoni rinviato a giudizio


E' accusato di tentata truffa ai danni della Regione Piemonte



Stamina: Vannoni rinviato a giudizio
Il gup di Torino Luca Del Colle ha rinviato a giudizio Davide Vannoni, inventore del Metodo Stamina e presidente della Stamina Foundation per il tentativo di truffa ai danni della Regione Piemonte. Il suo legale Roberto Piacentino, aveva chiesto la prescrizione del reato o, in alternativa, l'assoluzione per Vannoni, che non era in aula. Il processo inizierà il prossimo 3 aprile.
"Sono sereno - ha commentato Vannoni -, dimostreremo in dibattimento la mia innocenza". "Speravo che la vicenda si risolvesse già oggi, vuol dire che andremo in dibattimento e dimostreremo lì la mia innocenza", ha assicurato ancora Vannoni, aggiungendo: "Non sono io a dire che non ho commesso il reato. A parlare sono i documenti e li porteremo in dibattimento".
Il fatto risale al 2007 quando Davide Vannoni cercò di ottenere un finanziamento da 500mila euro per un'altra sua società, Medicina Rigenerativa, per usare le staminali senza, come sostiene il pm Giancarlo Avenati Bassi, avere i requisiti scientifici e inventandosi addirittura l'esistenza di sei pazienti. Una delibera del 2008 della giunta regionale di allora, guidata da Mercedes Bresso, concesse il finanziamento ma la delibera venne ritirata poco dopo, prima di essere approvata.