lunedì 20 luglio 2015

Quando a pagare i debiti era la Germania

Germania Grecia UE
Un summit di stati europei che deve decidere circa i pagamenti dei debiti contratti da un Paese nei confronti degli altri: non siamo a Bruxelles nel 2015, ma a Londra tra il 1951 ed il 1953, quando a dover pagare i debiti era la Germania (per la precisione la Repubblica Federale Tedesca), e non la Grecia. Per ben due anni, i dibattiti si susseguirono incessanti circa la possibilità o meno di ridurre il debito tedesco dopo il conflitto mondiale.
Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer si trovava dunque in una situazione paragonabile a quella di Alexis Tsipras oggi, messo sul banco degli imputati dal resto del continente, con gli Stati Uniti a fare da supervisori. Adenauer invitò allora i creditor a “considerare la situazione economica della Repubblica Federale, e soprattutto il fatto che gli interessi sul debito aumentano mentre l’economia nazionale si contrae”. In quell’occasione, Adenauer riuscì a convincere gli interlocutori sull’inutilità di “tagliare” la spesa pubblica, fino a quando si giunse all’accordo del 27 febbraio 1953. Questo trattato ridusse di una soglia minima pari al 50% i debiti contratti dalla Germania nel periodo tra le due guerre mondiali. Inoltre, si stabilirono cinque anni di moratoria nel rimborso del debito, fu fissata una soglia agli interessi sul debito e furono cancellati tutti i possibili debiti contratti dalla stessa Germania durante la seconda guerra mondiale. Curiosamente, tra i Paesi che firmarono queste ampie concessioni alla Germania Occidentale ci fu anche la Grecia, che dunque rinunciò a gran parte del credito che avrebbe potuto reclamare al governo di Bonn.
Ma non è tutto: va infatti ricordato che, negli stessi anni, la Germania Occidentale beneficiò del Piano Marshall varato dagli Stati Uniti, volto alla ricostruzione dell’Europa dopo il secondo conflitto mondiale. Il nascente governo di Bonn ricevette un totale di quasi 1,5 miliardi di dollari dal 1948 al 1951, una cifra inferiore solamente a quelle di Regno Unito e Francia. Grazie agli aiuti di Washington ed alla cancellazione di gran parte del debito estero, il decennio degli anni ’50 sarà quello che segnerà il “miracolo economico tedesco”, con la Germania che tornerà ad essere una potenza economica e politica del continente europeo.
Quella del 1953, però, non fu la sola cancellazione dei debiti della quale beneficiò la Germania. Già dopo la prima guerra mondiale, infatti, l’allora Repubblica di Weimar fu condannata a rimborsare ingentemente i Paesi vincitori del conflitto in base al trattato di Versailles dl 28 giugno 1919, che riconosceva la Germania come “colpevole” dello scoppio della Grande Guerra, ma di fatto i tedeschi non rimborsarono mai quanto dovuto. Già nel 1924, il piano Dawes portò ad una riduzione notevole della cifra delle riparazioni, ma è nel 1929, con il piano Young, che le annualità fissate furono sensibilmente abbassate rispetto a quelle fissate precedentemente nel 1921. La successiva crisi economica mondiale, costrinse il presidente statunitense Herbert Hoover a proporre una moratoria (nota, appunto, come “moratoria Hoover”) sui pagamenti per la durata di un anno nel 1931. Nel giugno 1932, infine, la Conferenza di Losanna determinò la fine definitiva delle riparazioni: su un debito fissato a 132 miliardi di marchi-oro nel 1921, la Germania rimborsò alla fine meno di 23 milioni.
Il bilancio finale dei debiti tedeschi contratti nel ’900 è dunque il seguente: la Germania si è vista cancellare quasi l’83% delle riparazioni che avrebbe dovuto pagare in seguito alla prima guerra mondiale, più del 50% dei debiti contratti tra le due guerre, ed il 100% dei debiti contratti durante il secondo conflitto mondiale. Certamente una cifra complessiva enormemente più grande di qualsiasi debito greco.
GIULIO CHINAPPI

lunedì 13 luglio 2015

MONDO Intervista a New Statesman: "Schaeuble controlla ministri finanze" Varoufakis contro Tsipras e la Germania: "Avevo un piano ma ci hanno imbrogliato"

  L'ex ministro delle finanze greche Yanis Varoufakis dichiara: "Io avevo un piano, ma Tsipras non ha voluto sfidare i nostri partner europei" Tweet Il debutto di Tsakalotos a Bruxelles al posto di Varoufakis Greci al voto per il referendum. Timori per prelievo forzoso. Varoufakis: "Creditori terroristi" Grecia, dopo il no il giorno della verità. Vertice Merkel Hollande. Varoufakis annuncia dimissioni Grecia. Il nuovo ministro Tsakalotos, in moto senza casco dietro Varoufakis Grecia, il ministro Varoufakis: "Mi dimetto per aiutare Tsipras nelle trattative" 13 luglio 2015 Poche ore dopo il pesantissimo accordo tra i leader dell'eurozona che consentirà ad Atene di continuare a usare l'euro, il New Statesman, testata liberal britannica, pubblica la prima intervista dopo la dimissioni dell'ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis che accusa senza mezzi termini: "ci hanno imobrogliati" e ricorda i cinque mesi di battaglia in Europa per tentare di ottenere un po' di respiro per l'economia greca, schiacciata da sei anni di austerità. Le dimissioni del 5 luglio Varoufakis, che si è dimesso domenica 5 luglio, dopo il referendum che ha respinto la prima proposta di riforme avanzata dall'Eurogruppo, ha accusato i suoi colleghi europei di aver fatto lavorare il suo governo a vuoto, nella speranza di ottenere un accordo, quando nella realtà era già stato deciso di non rinegoziare. "Ci dicevano di volere dati sul percorso fiscale in cui si trovava la Grecia, tutti di dati delle imprese pubbliche. Perciò spendevamo un sacco di tempo per forniglierli e rispondere a questionari e tenere riunioni infinite. Ed era la prima fase. In un secondo momento ci chiedevano che cosa intendevamo fare sull'Iva. Poi respingevano la nostra proposta, ma non ne presentavano una loro. Quindi, prima che potessimo accordarci sull'Iva, passavano a un altro punto, le privatizzazioni. Ci chiedevano cosa avremmo fatto sulle privatizzazioni: proponevamo qualcosa, lo respingevano. E passavano a un altro argomento, pensioni, mercato dei beni, lavoro à un gatto che si morde la cosa". La sintesi: "siamo stati imbrogliati". L'affondo contro Tsipras: "Avevo un piano ma non mi ha appoggiato" "Io avevo un piano - dichiara Varoufakis - ma non è stato appoggiato, anzi Alexis Tsipras ha deciso malgrado il No ad ulteriori ulteriori concessioni e ha accettato il fatto che qualsiasi fosse stata la posizione dei creditori, lui non li avrebbe sfidati". "La Germania controlla l'Eurogruppo" Sulla responsabilità altrettanta chiarezza: la Germania controllo "completamente" l'Eurogruppo. "E' un'orchestra ben affiatata. E lui (Schaeuble) è il direttore". "Solo il ministro francese (Michel Sapin) esprimeva qualche differenza dalla linea tedesca, con grande sottigliezza. Si avvertiva che usava un linguaggio molto attento per non mostrare la sua opposizione. E in definitiva quando Schaeuble dettava la linea ufficiale, il ministro francese cedeva". "Sul piano personale c'erano persone che mostravano simpatia, specialmente dal Fmi" ha detto Varoufakis, confermando che si riferisce al direttore generale Christine Lagarde. "Ma nell'Eurogruppo non c'erano parole gentili: si tornava dietro le transenne dei ruoli ufficiali". L'ex ministro greco aggiunge che i governi che avrebbero potuto mostrare maggiore simpatia verso Atene nella realtà si sono rivelati i suoi "nemici più energici". Per i paesi ad alto debito "il peggiore incubo" "sarebbe stato "il nostro successo". "Se avessimo potuto negoziare un accordo migliore, li avremmo cancellati politicamente: avrebbero dovuto spiegare si loro cittadini perchè non sono stati in grado di fare altrettanto". - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Varoufakis-contro-Tsipras-e-la-Germania-a4e8d6cf-4cba-474a-9bce-6c93014e993b.html

La storia di B.A. rinchiuso nel Cie di Bari.

Quante altre violazioni dei diritti prima della chiusura dei Cie?

E’ stato rilasciato dal Centro di identificazione ed espulsione di Bari Palese, e audito dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che gli ha finalmente riconosciuto la protezione umanitaria. Sembra incredibile la storia di B.A. Solo una settimana fa scriveva “Mi stanno uccidendo, aiutatemi”, in una lettera pubblicata dall’agenzia Ansa e diffusa dai quotidiani. E proprio l’attenzione che si è concentrata intorno alla sua vicenda, grazie anche agli attivisti di Rivoltiamo la precarietà, gli ha permesso di uscire dal Cie in cui era detenuto, dopo più di vent’anni di residenza in Italia.
“E’ cambiato tutto in una settimana”, sottolinea lui stesso, che in Italia è arrivato nel 1991, 23 anni fa, all’età di dodici anni. E dove ha frequentato le scuole, ha lavorato, si è sposato con una donna italiana, con la quale ha avuto un figlio. Insomma ha vissuto gran parte della propria vita in Italia. Ma questo non è stato sufficiente a evitargli il trattenimento nel Cie: non solo in quello di Bari, ma anche in quello di Roma, Ponte Galeria, dove è stato portato prima di ricevere un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza. Una misura predisposta a seguito di alcune condanne – tutte scontate – per reati di piccola entità.
All’interno del Cie fece, nel 2013, domanda di asilo, che però fu respinta. Ma proprio dal Cie di Ponte Galeria fu rilasciato, per “incompatibilità con il suo stato di salute”: B.A. è infatti cardiopatico, e per questo porta uno stent, segue una terapia farmacologica e negli anni si è recato varie volte in Svizzera. ‘Invitato’ a lasciare l’Italia entro sette giorni, decide di andare in Austria e lì chiedere protezione. In attesa dell’esame della domanda, in Austria gli è stato assicurato un alloggio e un sussidio, era stato anche programmato un intervento chirurgico di rivascolarizzazione. Che B.A. non è riuscito a fare: lo scorso 2 giugno, in ottemperanza all’ordine stabilito dal Giudice di sorveglianza di Frosinone di dare esecuzione alla misura di espulsione, la polizia austriaca lo ha prelevato da casa e lo ha accompagnato alla frontiera, consegnandolo alla polizia italiana che lo ha portato nel Cie di Bari. Qui ha inoltrato domanda di protezione. E qui lo scorso 28 giugno ha iniziato uno sciopero della fame e delle medicine “dopo essere stato aggredito da un poliziotto in servizio nel centro”, come ha scritto lui stesso in una lettera (che si può leggere qui), in cui ha spiegato le modalità dell’aggressione che, stando a quanto si legge, ha avuto luogo “davanti le telecamere a circuito chiuso” e alla presenza di un’infermiera e di un operatore.
Dopo la promessa di una visita medica ospedaliera per un pre-ricovero al fine di un intervento chirurgico, l’uomo ha interrotto lo sciopero in corso. Ma secondo il medico che ha effettuato la visita di controllo presso il reparto di cardiologia del Policlinico di Bari “non solo non ha bisogno dell’intervento, ma non ha neppure bisogno della terapia”. A. B. è tornato dunque nel Cie. Il medico del Centro di identificazione ed espulsione, dopo aver visto le cartelle cliniche di A.B., ha spiegato di “non essere assolutamente d’accordo”: i medici del Policlinico di Bari dopo un primo controllo avevano già incrementato la terapia seguita dall’uomo, suggerendo in quell’occasione “un intervento di rivascolarizzazione” – per il quale B. A. ha appunto effettuato la visita di pre-ricovero – perché, come ci spiega il diretto interessato, “lo stent si è chiuso e ho bisogno di un by-pass”. Ciononostante, il medico del Cie ha specificato che “deve valere quello che dice lo specialista, di cui comunque attendiamo la relazione”. Specialista che ad oggi risulta sospeso dal suo incarico presso l’ospedale barese.
Intanto la vicenda di B. A. è rimbalzata sui quotidiani. Alcuni parlamentari di Sel hanno presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno, e il presidente della Commissione del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani, Luigi Manconi, ha sollecitato la Prefettura di Bari. Lo stesso Manconi a febbraio aveva presentato un’interrogazione al Ministro dell’interno sul Cie. Un’altra interrogazione, presentata dalla deputata di Sel Pannarale Annalisa, chiedeva di fare luce sul decesso di un cittadino cittadino egiziano di 25 anni.
Sul Cie di Palese si è inoltre espresso il Tribunale di Bari, in risposta a una class action avanzata dall’associazione Class Action Procedimentale, ordinandone la ristrutturazione immediata per garantire “standard dignitosi di vivibilità”. Una sentenza che non è mai stata rispettata, come denunciato anche da Medici per i Diritti Umani, che già nel 2012 aveva “messo in luce le critiche condizioni strutturali e ambientali in cui versava il centro”.
Nonostante tutti gli interventi e gli appelli lanciati dalle associazioni antirazziste, il Cie di Bari Palese continua a esistere, e a nuocere a molte persone. Anche se hanno passato tutta la propria vita in Italia, anche, incredibilmente, se nate in Italia (qui la storia di Emra Gazi, nato in Italia e detenuto nel Cie di Bari prima di essere liberato per le condizioni psico-fisiche in cui lo aveva ridotto la detenzione).
La Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato ha definito il sistema Cie “un impianto intimidatorio” che lo stato mantiene in chiave “puramente simbolica”. E che ricade pesantemente sulla vita delle persone. “Quando il Governo ammetterà che questo sistema è inutile e fallimentare e deciderà di attuare le misure alternative alla detenzione amministrativa?” chiedeva lo scorso febbraio la campagna LasciateCIEntrare.
La domanda rimane la stessa, insieme ad altre: quante altre persone dovranno subire condizioni di vita indegne e imposte, prima di vedere riconosciuti – forse – i propri diritti? Per una persona che riesce a uscire da questo calvario, quante altre lo vivono in silenzio e nell’indifferenza dell’intera società?
da Cronache di Ordinario Razzismo

ventimiglia3


domenica 12 luglio 2015

Sostiene Varoufakis. Le vere ragioni del no di Berlino alle offerte di accordo di Atene



duo

Yanis Varoufakis si è dimesso da ministro del governo greco. Ora è ancora più libero di dire la verità. Come ha sempre fatto. Nel suo blog ha introdotto così il suo articolo pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian:
“Il Vertice UE di domani porrà il suo sigillo sul destino della Grecia nell’Eurozona. Mentre scrivo queste righe, Euclid Tsakalotos, mio ​​grande amico, compagno e successore come Ministro greco delle Finanze si sta dirigendo verso una riunione dell’Eurogruppo che determinerà se sia possibile raggiungere un ultimo accordo per superare la trincea tra la Grecia ed i nostri creditori e se questo accordo contiene il grado di riduzione del debito che potrebbe rendere l’economia greca praticabile all’interno dell’Area Euro.
Euclid sta portando con sé un ben congegnato e moderato piano di ristrutturazione del debito che è senza dubbio nell’interesse sia della Grecia ei suoi creditori. (I cui dettagli ho intenzione di pubblicare qui Lunedi, una volta che la polvere delle polemiche si sarà posata).
Se queste proposte di ristrutturazione del debito saranno considerate modeste, come il ministro delle finanze tedesco ha prefigurato, il vertice di UE di domenica deciderà tra sbattere fuori dalla zona euro la grecia ora o trattenerla per un po’, in uno stato di profonda indigenza, fino a che non sarà lei a uscire in futuro.
La domanda è: perché il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble, sta resistendo a una possibblità di ristrutturare il debito reciprocamente vantaggiosa? Il seguente articolo appena pubblicato oggi [10 luglio 2015 ndr] su The Guardian offre la mia risposta.
Leggiamola.
La redazione
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Il dramma finanziario della Grecia ha dominato i titoli dei giornali per cinque anni per un motivo: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori a offrire un’essenziale riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori stressati, resistono a una ristrutturazione del debito? La risposta non può essere trovata in economia perché risiede in profondità nella labirintica situazione politica dell’Europa.
Nel 2010, lo Stato greco è diventato insolvente. Due opzioni compatibili con il continuare a essere membri della zona euro si presentavano: quella razionale – che ogni banchiere decente consiglierebbe – ristrutturazione del debito e riformare l’economia; e l’opzione tossica – estendere nuovi prestiti a un’entità in bancarotta fingendo che resti solvibile.
L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, ponendo l’interesse al salvataggio delle banche francesi e tedesche esposte al debito pubblico greco al di sopra della vitalità socio-economica della Grecia. Una ristrutturazione del debito avrebbe perdite implicite per i banchieri nelle loro quote del debito greco.
Desiderosi di evitare di confessare ai parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto pagare di nuovo per le banche per mezzo di insostenibili nuovi prestiti, i funzionari dell’UE hanno presentato l’insolvenza dello stato greco come un problema di mancanza di liquidità, e giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci.

Per incorniciare il trasferimento cinico di irreparabili perdite private sulle spalle dei contribuenti, come un esercizio di “amore inflessible”, è stata imposta alla Grecia un’austerità da record, il cui reddito nazionale, a sua volta – da cui i nuovi e vecchi debiti dovevano essere rimborsati – diminuiva di più di un quarto.
Basta l’esperienza matematica di un bambino di otto anni per capire che questo processo non poteva finire bene.
Una volta che la sordida operazione fu completata, l’Europa aveva acquisito automaticamente un altro motivo per rifiutare di discutere la ristrutturazione del debito: essa avrebbe ora colpito le tasche dei cittadini europei! E così dosi crescenti di austerità sono state somministrate mentre il debito è diventato più grande, costringendo i creditori a dare più prestiti in cambio di ancora più austerità.
Il nostro governo è stato eletto su un mandato per porre fine a questo circolo vizioso tra banche e stati; per chiedere la ristrutturazione del debito e la fine dell’austerità paralizzante.
I negoziati hanno raggiunto il loro molto pubblicizzato impasse per un semplice motivo: i nostri creditori continuano a escludere qualsiasi tangibile ristrutturazione del debito pur insistendo che il nostro debito impagabile sia rimborsato “in modo parametrico” da parte della parte più debole dei Greci, dei loro figli e dei loro nipoti.
Nella mia prima settimana come ministro delle finanze sono stato visitato da Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo (i ministri delle finanze della zona euro), che mi sottopose una scelta netta: accettare la “logica” del piano di salvataggio e rinunciare a qualsiasi richiesta di ristrutturazione del debito o il vostro accordo di prestito farà “Crash” – la ripercussione non detta era che le banche della Grecia sarebbero state chiuse.
Cinque mesi di trattative seguirono in condizioni di asfissia monetaria e di assalto indotto agli sportelli bancari supervisionato e gestito dalla Banca centrale europea.
La scritta era sul muro: a meno che non capitoliamo, presto saremmo stati di fronte a controlli sui capitali, bancomat quasi-funzionanti, una prolungata chiusura festiva delle banche e, in ultima analisi, la Grexit.
La minaccia della Grexit ha avuto una breve storia sulle montagne russe. Nel 2010 ha messo il timore di Dio nel cuore e nella mente dei finanzieri poiché le loro banche erano piene di debito greco. Anche nel 2012, quando il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, decise che i costi della Grexit erano un “investimento” utile come un modo per disciplinare la Francia e gli altri, la prospettiva ha continuato a spaventare a morte quasi tutti.
I Greci, a ragione, tremano al pensiero dell’amputazione dall’unione monetaria. L’uscita da una moneta comune non è come troncare un piolo, come ha fatto la Gran Bretagna nel 1992, quando Norman Lamont notoriamente cantò sotto la doccia la mattina che la sterlina usciva dal meccanismo di cambio europeo (ERM). Ahimè, la Grecia non ha una moneta il cui piolo con l’euro può essere tagliato. Ha l’euro – una valuta estera completamente amministrata da un creditore ostile alla ristrutturazione del debito insostenibile della nostra nazione.
Per uscire, dovremmo creare una nuova moneta da zero. Nell’Iraq occupato, l’introduzione della nuova carta moneta ha impiegato quasi un anno, 20 o giù di lì Boeing 747, la mobilitazione della potenza delle forze armate Usa, tre aziende di stampa e centinaia di camion.
In assenza di tale sostegno, la Grexit sarebbe l’equivalente di annunciare una grande svalutazione con più di 18 mesi in anticipo: una ricetta per liquidare tutto lo stock di capitale greco e trasferirlo all’estero con ogni mezzo disponibile.
Con la Grexit che rafforza la corsa agli sportelli indotta dalla Bce, i nostri tentativi di porre la ristrutturazione del debito di nuovo sul tavolo dei negoziati è caduto nel vuoto. Di volta in volta ci hanno detto che si trattava di una questione da affrontare in un futuro non specificato che avrebbe seguito il “successo nel completamento del programma” – uno stupendo Comma 22 dal momento che il “programma” non avrebbero mai potuto avere successo senza una ristrutturazione del debito.
Questo fine settimana segna il culmine dei colloqui quando Euclide Tsakalotos, il mio successore, si sforza, ancora una volta, di mettere il cavallo davanti al carro – per convincere un Eurogruppo ostile che la ristrutturazione del debito è un prerequisito del successo nel riformare la Grecia, non un premio ex-post per questo.
Perché è così difficile da far capire? Vedo tre ragioni.
Uno è che l’inerzia istituzionale è difficile da battere. Un secondo, che il debito insostenibile dà ai creditori immenso potere sui debitori – e il potere, come sappiamo, corrompe anche i migliori. Ma è il terzo che mi sembra più pertinente e, anzi, più interessante.
L’euro è un ibrido di un regime di tassi di cambio fissi, come l’ERM degli anni ’80, o il gold standard degli anni ’30, e una moneta di stato. Il primo si basa sulla paura dell’espulsione per tenere insieme, mentre il denaro statale comporta meccanismi per riciclare eccedenze tra gli Stati membri (per esempio, un bilancio federale, obbligazioni comuni). La zona euro cade fra questi sgabelli – è più di un regime di tassi di cambio e meno di uno stato.
E qui sta il problema. Dopo la crisi del 2008/9, l’Europa non sapeva come rispondere. Dovrebbe preparare il terreno per almeno una espulsione (cioè, la Grexit) per rafforzare la disciplina? O passare a una federazione? Finora non ha fatto nessuna delle due: e la sua angoscia esistenziale è sempre crescente. Schäuble è convinto che allo stato attuale, ha bisogno di una Grexit per pulire l’aria, in un modo o nell’altro. Improvvisamente, un permanentemente insostenibile debito pubblico greco, senza il quale il rischio di Grexit sarebbe svanito, ha acquisito una nuova utilità per Schauble.
Cosa voglio dire con questo? Sulla base di mesi di negoziati, la mia convinzione è che il ministro delle finanze tedesco vuole che la Grecia sia spinta fuori dalla moneta unica per mettere il timore di Dio nei francesi e fargli accettare il suo modello inflessibile di eurozona.

martedì 7 luglio 2015

Kenya, carneficina degli shebab in un villaggio ai confini con la Somalia: 14 morti e 11 feriti



Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
Nairobi, 7 luglio 2015
Un gruppo di guerriglieri islamici Al Shebab, proveniente dalla vicina Somalia, ha attaccato nella notte un campo dove stavano dormendo alcuni operai che lavorano in una cava. I morti sono 14, tra cui una donna, e i feriti 11. Probabilmente gli assalitori appartengono alle milizie del clan marehan,  un sottogruppo della potentissima famiglia darod, cui apparteneva il dittatore Siad Barre rovesciato nel 1991.

Mandera 600

Il massacro è avvenuto a Baure, un villaggio nei pressi di Mandera città keniota abitata da gente di etnia somala ai confini con la Somalia. Alle 2 di notte la gang è entrata nel campo tendato sparando all’impazzata.

Arturo Rufus
arturo.rufus7@gmail.com

domenica 5 luglio 2015

Con la Grecia torna la politica


Malgrado il tentativo militante di gran parte della stampa italiana di accreditare l’idea che, comunque vada il referendum, per i greci sarà una tragedia e per il premier Alexis Tsipras una sconfitta, penso invece che Tsipras abbia già vinto una partita cruciale e che per i greci, e per gli europei tutti, si tratterà di affrontare una situazione difficile ma inedita e, finalmente, aperta. Le due cose sono ovviamente collegate.
Alexis Tsipras e il ministro delle finanze Yannis Varoufakis, comunque si giudichino la tattica con cui hanno gestito la trattativa con la troika e i loro eventuali errori (ma era possibile non commettere errori, dati i rapporti di forza?), hanno il merito storico di avere riaperto una partita politica e culturale sulla natura, i fini e i mezzi dell’Unione europea che pareva ormai chiusa, o relegata in pochi e minoritari circoli di militanti e intellettuali sparsi nel continente.
Non si vince solo ottenendo risultati: si vince anche, anzi in primo luogo, modificando l’ordine del discorso, il regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile. Nel giro di una settimana, l’ordine del discorso sull’Europa è completamente cambiato: come ha scritto Lucia Annunziata, il “canone” Europa – la finta e indiscutibile “oggettività” di un’Unione retta solo dall’imperativo kantiano dei diktat economici – è morto.
La maschera è caduta: l’economia non è mai neutra, è sempre economia politica; sotto il fanatismo neoliberale cova l’odio per la democrazia, la governance europea si è rivelata incompatibile con la legittimazione democratica di un governo investito da un chiaro mandato popolare anti-rigorista. Totem e tabù sono crollati: l’austerità non è più una religione, è un’iniezione letale i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti; e di converso, le alternative neokeynesiane smettono di essere eresie blasfeme sussurrate dai premi Nobel ed entrano a pieno titolo nel dibattito pubblico.
Infine e non ultimo, la geopolitica globale torna in scena a disturbare i deliri di onnipotenza della tanato-politica euro-tedesca: prima di soffocare la Grecia bisognerà fare i conti non solo con la Russia di Vladimir Putin ma anche con gli Stati Uniti di Barack Obama.
Sono tre risultati non da poco per un governo descritto per mesi dai mezzi d’informazione mainstream europei come una banda di estrosi scavezzacollo in cerca di popolarità a buon mercato (grida ancora vendetta il trattamento giornalistico riservato a Varoufakis, “quello che gira con la camicia fuori dai pantaloni”, come è stato definito in un talk della 7 pochi giorni fa).
La verità è un’altra, e non stupisce che sia insopportabile per i mezzi d’informazione di cui sopra, interessati alla questione generazionale solo quando è sinonimo di blairismo ritardato, arroganza e rottamazione.
Finalmente il campo europeo è diviso
Esponente di quella generazione che fu espropriata della politica a suon di cariche della polizia nelle ingloriose giornate di Genova 2001, Alexis Tsipras ha riportato la politica globale – la stessa di cui a Genova quella generazione già sapeva parlare prima di essere zittita – al centro di un’Europa spoliticizzata e fuori dal mondo.
Figlio di una crisi che in Grecia come altrove ha cambiato la psicologia sociale coniugando debito e colpa, il giovane leader greco ha spronato la sua gente a riconvertire il senso di colpa in riscossa politica: e non si capisce niente della sua mossa di convocare il referendum senza tenere presente questo cruciale tassello.
È grazie a questa improvvisa e imprevista impennata politica di Davide contro Golia che adesso, finalmente, il campo europeo è diviso, come sempre avviene quando c’è politica. Non serve a niente continuare a vedere in questa divisione, come fa la sinistra di governo in tutta Europa, una sorta di guerra santa fra (cattivo) populismo e (buon) riformismo.
La sinistra e la destra di governo – come Renzi insegna oggi e Berlusconi ieri – non sono meno populiste delle sinistre e delle destre di opposizione; e quanto al riformismo, la vicenda greca ha chiarito a tutti che il riformismo non è buono per definizione, e che è precisamente contro un cattivo riformismo che bisogna combattere.
Questo combattimento è ormai in corso, e continuerà a contagiare il campo anche dopo il referendum greco quale che sia il suo esito. Per la Grecia molte Cassandre prevedono sfracelli a partire da lunedì: la dissoluzione se vincerà il no, l’asservimento umiliante ai voleri della troika se vincerà il sì.
I giochi, c’è da scommetterlo, saranno molto più complicati: e non solo per la Grecia e per il governo Tsipras. Dopo l’allineamento alle posizioni della cancelliera tedesca Angela Merkel e della direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, quello che resta dei partiti socialisti europei rischia da oggi in poi la sparizione per conclamata inutilità.
A cominciare dal Partito democratico di Matteo Renzi, pronto a rottamare tutto salvo i fantasmi del passato: quando per fronteggiare la ridislocazione delle forze in campo non si trova niente di meglio che l’antico anatema contro gli opposti estremismi (in questo caso, Matteo Salvini e la sinistra che appoggia Tsipras), è segno che gli argomenti del riformismo sono assai usurati.

martedì 30 giugno 2015

Orrore in Sud Sudan, bambine stuprate e bruciate vive dai soldati


Orrore in Sud Sudan  bambine stuprate e bruciate vive dai soldati
12:36 30 GIU 2015

(AGI) - Juba, 30 giu. - Soldati dell'esercito del Sudan del Sud hanno stuprato e arso vive bambine nelle loro case: e' quanto emerge da un rapporto choc della missione Onu nel Paese, nel quale si denunciano "diffusi abusi dei diritti umani".
  Gli orrori sono avvenuti nello stato settentrionale di Unity, dove l'esercito, nell'aprile scorso, ha lanciato un'offensiva contro i ribelli. "Sopravvissuti a questi attacchi hanno raccontato che l'esercito e le milizie alleate di Mayom hanno preso di mira la popolazione locale, uccidendo civili, distruggendo villaggi e costringendo oltre 100mila persone alla fuga", ha denunciato l'Onu.
 
La guerra civile e' esplosa nel dicembre del 2013, quando il presidente, Salva Kiir, accuso' il suo ex vice, Riek Machar, di aver organizzato un golpe. Da quel momento Kiir ha avviato una campagna militare, con omicidi di massa e violenze.
  L'escalation "non e' stata solo marchiata da omicidi, stupri, sequestri, saccheggi e incendi, ma da nuove brutalita'", ha sottolineato l'Onu. L'Unicef, all'inizio di giugno, aveva gia' denunciato crimini atroci contro i bambini.