sabato 31 agosto 2013
L’AMACA - Di Michele Serra.
Si può mai commentare un contenuto come questo? Con questi esempi pensano di poter ancora trovare gente onesta in giro? Il buon esempio viene dall'alto e a lungo andare ...il serpente si morderà da solo la coda
venerdì 30 agosto 2013
LA STORIA DI LUDOVICA FRANCHI STAMINALI MESENCHIMALI DEL PROF. VANNONI E DEL DOTT. ANDOLINA
Ho iniziato da poco ad approfondire la mia conoscenza sulla terapia con cellule staminali mesenchimali del prof. Davide Vannoni. Mai visto tanto accanimento contro questa associazione ONLUS (Il Sito ufficiale della fondazione è www.staminafoundation.org.); chiunque scriva qualcosa su questo argomento viene attaccato in maniera a dir poco maniacale e sempre portando ad esempio i soliti discorsi ormai obsoleti, passati, vecchi.
Possibile che
le persone siano così poco intelligenti da basarsi su articoli e fatti
di anni fa e non si preoccupano invece di controllare l’evolversi degli
avvenimenti negli anni seguenti? Anche i bambini sanno che una terapia
innovativa come questa, tra l’altro ostacolata in ogni modo da tutti, ha
bisogno di tempi, autorizzazioni, esperimenti, ma di tempo non ce ne è a
sufficienza perché ogni giorno perso costa la vita a tante persone
malate tra cui tantissimi bambini.
Malati che non
hanno a disposizione nessuna cura già testata per cui vengono lasciati
morire da soli, senza nessun tipo di assistenza da parte di nessuna
struttura medica. Nessuno sente il loro grido di AIUTO, neanche le
Istituzioni, nonostante che, da oltre due mesi, alcuni malati terminali
presidiano davanti al Parlamento. Nessun telegiornale e nessun giornale
parla di loro, se non qualche giornalista libero che pubblica brevi
interviste nel web e questa è una vergogna vera per uno Stato che si
ritenga “civile”. Per sensibilizzare tutti, compresi coloro che
imperterriti continuano a fare commenti negativi su questo problema,
voglio raccontare alcune storie VERE, storie che toccheranno il cuore e
la sensibilità di tutti e inizierò dalla storia di Ludovica Franchi.
Ludovica nata a
Roma l‘8 giugno del 2006, una bellissima bambina nata apparentemente
sana perché la malattia genetica nata con lei non si manifesta subito. I
suoi primi due anni di vita procedono normali ; riconosceva le lettere
dell’alfabeto, sapeva contare e distingueva i colori, per cui a livello
cognitivo niente faceva percepire che avesse una malattia devastante.
Purtroppo la
mamma si accorse presto che qualcosa non andava; la piccola faticava a
salire le scale, a sedersi, la sua manualità era limitata, ma quello che
preoccupava di più era che ogni volta che beveva, qualsiasi liquido, le
andava di traverso. Da qui iniziò il calvario, i genitori la portarono
da alcuni specialisti che non riscontrarono in lei nulla di strano fino a
quando i genitori, con la loro insistenza, non fecero notare alcuni
comportamenti anomali della piccola. Uno di loro si insospettì e
prescrisse una risonanza magnetica “senza urgenza”, fissata quattro mesi
dopo. Purtroppo la piccola iniziò ad avere crisi epilettiche e fu
portata di corsa al San Camillo. Dopo i controlli di routine e dopo
elettroencefalogramma e risonanza magnetica negativi fu dimessa in
quanto ritenevano che la bimba fingesse e che la mamma fosse troppo
apprensiva e stressata.
Dimessa,
nonostante la piccola Ludovica avesse una decina di crisi epilettiche
giornaliere prescrivendole solo una cura inadeguata come dosaggio
necessario a bloccare queste crisi. La dimisero rassicurando i genitori
che tutto sarebbe passato con il tempo. Le crisi della piccola invece di
diminuire aumentarono di frequenza e la piccola fu portata di urgenza
al Bambin Gesù di Roma in uno stato di male epilettico e la salvarono
per miracolo. Finalmente i medici si resero conto che la piccola
probabilmente avesse una malattia seria metabolica, ma dato che la mamma
era fisioterapista e al nono mese di gravidanza, cercarono di
minimizzare il problema.
La bimba fu
ricoverata per una serie di accertamenti e dopo tre lunghi mesi
finalmente arrivò la diagnosi: “Malattia di Tay Sachs giovanile”,
malattia incurabile, letale e talmente rara che in Italia ne sono state
colpite solo Ludovica e un’altra bambina di nome Sveva. Responso: un
anno di vita, al massimo due! Chi ha dei figli potrà comprendere quale
dolore lancinante potessero provare i genitori in quel momento, un
dolore che ti fa perdere i sensi e il lume della ragione. Una
disperazione che non trova consolazione. La guardarono, era lì, di
fronte a loro , ancora viva e li vedeva piangere e forse si domandava
cosa avessero fatto i genitori, cosa li avesse resi così tristi da
piangere con tanta disperazione. L’amore per questa creatura non li
abbandonò, anzi, decisero “basta lacrime” e iniziarono a festeggiare
ogni giorno di vita di Ludovica e iniziarono a fare l’impossibile
affinchè la piccola passasse il tempo che gli rimaneva da vivere nella
maniera più confortevole possibile. La mamma lasciò il suo lavoro e
iniziò a studiare la malattia, contattò altre famiglie di piccoli angeli
e una associazione americana: la NTSD che
si occupava di ricercare una cura per questo tipo di malattia e
similari. Come sovente accade, ricevettero tantissima solidarietà da
persone mai conosciute prima, ma molta meno da alcuni amici di vecchia
data che trovavano difficile portar loro una parola di conforto per la
tragedia che stavano vivendo.
Durante le loro
affannose ricerche vennero a conoscenza di un farmaco che avrebbe
potuto rallentare il decorso della malattia e dopo svariate lotte
riuscirono ad averlo. Questo farmaco però non ebbe i risultati sperati e
la mutazione genetica di Ludovica progredì rapidamente, nel giro di sei
mesi perse la parola e non camminò più. Dopo un anno divenne cieca e
non riusciva più a deglutire e i genitori furono costretti a metterle la PEG (La PEG è una tecnica che consente la nutrizione enterale. La PEG viene
solitamente posizionata nei pazienti che necessitano di una nutrizione
enterale per un lungo periodo. A differenza del sondino naso-gastrico
risulta maggiormente tollerata ma da recenti studi è emerso che non
determina un significativo miglioramento della qualità della vita né una
riduzione delle complicanze ad esempio: rigurgiti ed aspirazione,
pertanto il suo utilizzo va riservato solo in pazienti selezionati e
comunque con una aspettativa di vita maggiore di 6 mesi). Ludovica perse
il sorriso e non comunicò più in alcun modo. I genitori vedevano la
bambina spegnersi giorno dopo giorno ma non si davano per vinti e
continuarono la loro lotta contro il tempo e la morte.
Volando ad
Israele da un professore Russo-Ucraino che, avendo studiato la dopamina
(neurotrasmettitore) scoprì che la carenza di dopamina nelle patologie
neurodegenartive ne causava la paralisi, così iniziarono la cura a base
di “idopa”. Questa cura fatta per 4 volte costò 20.000,00 € a ciclo e
Ludovica stabilizzò il decorso della sua malattia subendo effetti
straordinari: migliorò la sua partecipazione ambientale recuperando
anche il ritmo sonno-veglia e non ebbe più crisi epilettiche, le uniche
crisi “riflesse” erano causate da rumori improvvisi comunque
controllabili farmacologicamente. Nonostante il miglioramento di vita di
Ludovica i genitori non si fermarono, continuarono a cercare con la
speranza di trovare qualcosa che migliorasse ancora di più la vita della
propria figlia. Anche con questi miglioramenti Ludovica rimaneva
paralizzata, senza movimenti volontari, l’unico barlume di luce che
faceva comprendere che percepiva quello che le accadeva attorno era il
suo sorriso “sociale”.
Durante il
periodo della cura idopa, vennero a conoscenza che a Brescia si
praticava una terapia con cellule staminali su patologie
neurodegenerative come quelle di Ludovica. In un primo momento esclusero
di far fare alla figlia questa terapia in quanto avevano letto che
alcuni bambini in AMERICA , trattati con cellule “embrionali” erano
deceduti. Il tempo passò e sempre con maggiore frequenza sentirono
parlare della cura con cellule staminali mesenchimali del Prof. Vannoni
così decidettero di informarsi più a fondo e iniziarono ad avere
rapporti epistolari sia con il Prof. Vannoni che con il Dott. Andolina,
dopo di chè iniziarono l’iter per accedere alle cure “compassionevoli”
trovando per la prima volta, nel loro lungo CALVARIO, un giudice che
diede il suo consenso ad accedere alla cura delle cellule stamininali
mesenchimali perchè era a conoscenza della vicenda e a favore di questo
tipo di cura. In tempi brevissimi ricevettero l’ordinanza
dell’autorizzazione al prelevamento delle cellule ad uno dei genitori:
il così detto “carotaggio osseo”, successivamente fu fissata l’udienza
tra loro e gli SPEDALI CIVILI DI BRESCIA i quali si presero una
settimana per decidere, ma nella stessa notte arrivò una PEC al loro
avvocato con l’ordinanza a poter procedere alla cura staminale
mesenchimale.
Ludovica
ricevette la sua prima infusione i primi di luglio 2013 e la seconda nel
mese di agosto. Ludovica apparirà subito più serena e disponibile,
molto più attiva, recuperando anche la peristalsi intestinale non avendo
più bisogno di lassativi o clisteri per evacuare. Iniziò a vocalizzare
sempre più e recuperò attività motoria a livello della spalla sinistra.
Iniziò a girarsi su un fianco da sola accendendo tante di quelle lucine
che la sua orrenda malattia stava inesorabilmente spegnendo.
Ludovica ora
sta molto meglio e anche se i genitori sono coscienti che la malattia
della figlia è in uno stato avanzato, accetteranno di buon grado ogni
miglioramento positivo che ne verrà da questa nuova terapia. Ringrazio
la mamma di Ludovica, Francesca Atzeni per avermi dato la possibilità di
far conoscere la loro storia e con questo di far sperare altre famiglie
che stanno subendo il loro stesso dramma e calvario.
di: Emanuela Rocca
lunedì 26 agosto 2013
Chi è Stato? – Il decesso di Marcello Lonzi nel carcere di Livorno

da Tiziana Barillà (Note) Lunedì 13 maggio 2013 alle ore 16.48
Un mistero irrisolto. Il decesso di Marcello Lonzi nel carcere di Livorno, dieci anni fa. Caso archiviato per morte naturale, ma la madre chiede verità. E un processo. In questi giorni sarà presentata la domanda per riaprire le indagini
Caso chiuso. Archiviato. Marcello Lonzi, 28 anni, è morto per un
collasso cardiaco l’11 luglio di dieci anni fa nel carcere Le Sughere di
Livorno. Era finito dentro con l’accusa di tentato furto, condannato a
nove mesi, ne aveva scontati quasi la metà. «Si può morire d’infarto con
la mandibola fratturata, due buchi in testa, il polso sinistro rotto,
due denti spaccati, un’escoriazione a V, otto costole rotte?», si chiede
la madre di Marcello, Maria Ciuffi. Da quel giorno non ha mai smesso di
chiedere la verità sulla morte del figlio.
Dal 2002 a oggi sono stati 1.036 i decessi all’interno degli istituti
penitenziari italiani. Mille morti in dieci anni: metà suicidi, l’altra
metà per malattia o cause “da accertare”, con indagini giudiziarie
ancora in corso. Duecento i casi non risolti. Ogni volta è una vita
spezzata, venti volte su cento è l’inizio di una guerra per la verità.
Come per Aldrovandi, Cucchi, Uva, Ferrulli. Ma anche come per Marcello
Lonzi, che un processo non lo ha ancora avuto. «Combatto dal 2003 e non
sono mai riuscita ad arrivare in aula. Basta guardare le foto di mio
figlio e poi chiedersi se sia morto per infarto», racconta Maria Ciuffi.
Quelle foto Maria le ha rese pubbliche più volte, le è stato anche
chiuso l’account facebook per la violenza di quelle immagini.
Incongruenze, silenzi, fretta di archiviare. Sin dal primo momento, come
ci racconta Maria: «Ho saputo della sua morte solo il giorno dopo. Non
mi hanno avvisata né i carabinieri, né la polizia, ma una zia di mio
figlio. Ero appena tornata da lavoro, mi stavo per cambiare, quando
sento suonare alla porta e lei mi dice: Marcellino è morto. Sono corsa
al carcere dove mi hanno tenuta più di un’ora fuori, al sole. Le guardie
erano al cancello, mi guardavano ma non mi dicevano niente», prosegue.
«Poi ho scoperto che mentre io aspettavo davanti al carcere,
all’obitorio del cimitero di Livorno gli stavano facendo l’autopsia. La
notizia era già sui giornali: Il Tirreno riportava “morto d’infarto”, La
Nazione che si era suicidato. Li ho chiamati entrambi ed entrambi mi
hanno detto che era stata la direzione del carcere a dir loro così».
Sono muri alti quelli degli istituti penitenziari. È difficile
guardarci dentro. Come difficile è riuscire a sostenere i carichi
dispendiosi della giustizia. «Quello che ho potuto vendere l’ho venduto,
anche l’anima a momenti. Combatto da sola», dice Maria. «Il padre di
mio figlio si è fermato, perché non può credere che le guardie lo
abbiano picchiato». Al suo fianco da settembre c’è l’avvocato Erminia
Donnarumma. Insieme in questi giorni stanno provvedendo a presentare
nuove istanze alle autorità competenti. Ma il legale preferisce non
scendere nei dettagli «per non compromettere questa fase così delicata»,
dice. «Speriano che attraverso le indagini delle autorità si possa
capire cosa sia davvero successo. Perché è chiaro che non è andata come
dicono».
Terzo tentativo. Già due volte la signora Ciuffi ci aveva provato,
come conferma l’avvocato Donnarumma: «Ci sono state varie istanze e
varie richieste con l’avvocato che mi ha preceduto. La signora Ciuffi ha
addirittura fatto un ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo di
Strasburgo, ma è stato respinto come irricevibile», spiega Donnarumma.
In particolare, c’è stata una prima autopsia nell’immediatezza
dell’accaduto, poi una riesumazione e una nuova autopsia. E da
quest’ultima sono emersi nuovi elementi assenti nella prima relazione
del tribunale. «Per esempio delle strane tracce di vernice in una delle
ferite al volto che arriva fino all’osso e lo segna», dice il legale.
«Queste non sono state campionate. Sono state fotografate dal consulente
di parte ma non sono state nemmeno prese in considerazione nella
relazione del perito. Quindi hanno chiuso il caso di nuovo». Un caso
complesso che si è trasformato in un’enorme mole di documenti: «Ci sono
voluti mesi per rileggere tutta la documentazione. Per mettere in fila e
analizzare i fatti. E ne sono emerse delle incongruenze secondo me
spaventose», continua Donnarumma. «Ci sono anche diverse testimonianze
che non collimano».
Maria Ciuffi in questi anni ha ascoltato i compagni di cella, gli
altri detenuti. Ha fatto ciò che il «pm avrebbe dovuto fare», chiosa. E
ci racconta un episodio: «Mentre facevo lo sciopero della fame fuori dal
carcere incontrai tre detenuti che mi raccontarono delle cose, e io
feci in modo che il magistrato li sentisse. Uno di loro venne
interrogato davanti a me, per la prima volta», prosegue, e sintetizza
così quell’interrogatorio: «Così ho saputo che Marcello alla mattina “si
era preso” verbalmente con un appuntato e che alle tre e mezzo del
pomeriggio li chiusero nelle celle. Si sentì correre su e giù, e voci
sconosciute. Quando il magistrato gli chiese dettagli sulle voci
sconosciute, lui rispose: non quelle delle guardie di tutti i giorni. Ma
non si vedeva niente. Si sa che è successo qualcosa, ma non si sa cosa.
Solo la mattina dopo ci dicono che Lonzi è morto. E lì ci sono stati
anche un po’ di tafferugli». Quella testimonianza non è che una piccola
parte della lunga “indagine privata” che Maria Ciuffi ha condotto in
questi dieci anni. E che continua ancora, come dice l’avvocato: «Io e la
signora Ciuffi ci siamo occupate di contattare persone che erano
detenute nello stesso carcere. Abbiamo cercato di ricomporre tutta la
vicenda. Noi da sole, senza i mezzi di cui può disporre l’autorità. Lo
abbiamo fatto in proprio. E adesso tutto ciò è agli atti. Quello che
abbiamo trovato conferma quanto sospettavamo».
«Per lo Stato è come se Marcello non fosse mai esistito», dice Maria.
E il suo avvocato rincara: «Hanno cercato di ostacolarla in ogni modo. E
non si capisce il perché. È la madre di un ragazzo che è morto e
pretende chiarezza. Che le si spieghi quantomeno cosa è successo. Non
può essere liquidato tutto come una morte naturale. Io continuerò a
essere al suo fianco, finché lei vorrà. Nonostante i problemi che
abbiamo affrontato e quelli che sicuramente verranno».
di Tiziana Barillà
left n.17 del 4 maggio 2013
Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo: Aiutate Maria Ciuffi ad ottenere giustizia per suo figlio Marcello Lonzi- Firmate questa petizione
http://www.change.org/it/petizioni/corte-dei-diritti-dell-uomo-di-strasburgo-aiutate-maria-ciuffi-ad-ottenere-giustizia-per-suo-figlio-marcello-lonzi?share_id=CuJpuCOqeR&utm_campaign=friend_inviter_ch
sabato 24 agosto 2013
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libro partecipa al concorso “Casa Sanremo Writers 2014″ votalo cliccando
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lunedì 12 agosto 2013
EFFETTO FUKUSHIMA
La nube radioattiva sprigionata dall'inferno di Fukushima sta
sorvolando i cieli d'Europa. Quali effetti avrà sul nostro ambiente? E
perché il nucleare civile è assolutamente più pericoloso di quello
militare? Ne abbiamo parlato con Angelo Baracca, fisico e docente all'università di Firenze.
Intanto per ora la nube arriva con una radioattività molto bassa che è dovuta in parte alla lontananza del Giappone che è agli antipodi, in parte alla diluizione successiva negli spostamenti dell'aria, attraverso l'atmosfera. La nube ha percorso migliaia di chilometri e quindi per ora la radioattività che ci porta è molto bassa. Chiaramente non credo che si fermerà oggi e domani perché in Giappone, la centrale continua ad emettere fumi. Non sappiamo qui come evolverà questa cosa, dipenderà molto dai venti, per esempio se i venti sono più alti o più bassi. A Chernobyl ci furono venti molto più alti nell'atmosfera, portarono a una radioattività piuttosto intensa fino al Giappone a quel tempo.
Intanto per ora la nube arriva con una radioattività molto bassa che è dovuta in parte alla lontananza del Giappone che è agli antipodi, in parte alla diluizione successiva negli spostamenti dell'aria, attraverso l'atmosfera. La nube ha percorso migliaia di chilometri e quindi per ora la radioattività che ci porta è molto bassa. Chiaramente non credo che si fermerà oggi e domani perché in Giappone, la centrale continua ad emettere fumi. Non sappiamo qui come evolverà questa cosa, dipenderà molto dai venti, per esempio se i venti sono più alti o più bassi. A Chernobyl ci furono venti molto più alti nell'atmosfera, portarono a una radioattività piuttosto intensa fino al Giappone a quel tempo.
Ora
qui mi sembra che il pennacchio fosse più basso. Si tenga conto anche
che ci danno delle informazioni molto frammentarie dal Giappone, non ci
dicono come evolve la situazione. L'altro ieri scosse di terremoto non
indifferenti che non erano sufficienti a creare altri problemi. Ma se ce
ne fosse un'altra grande cosa succederebbe? Siamo legati a un filo. I
reattori del Giappone sono una spada di Damocle, ma potrebbe esser così
per tutti i reattori. Perché tutto ciò potrebbe avvenire in Francia,
dove ci dicono che i reattori sono sicuri. Pensi che pochi mesi fa è stato trovato un difetto nei sistemi di emergenza in 34 dei 58 reattori francesiche
stanno funzionando da 20 o 30 anni. Per cui se ci fosse un incidente il
sistema di raffreddamento potrebbe non riuscire a coprire completamente
di acqua le barre di combustibile che è quello che sta accadendo in
Giappone. Quindi purtroppo il nucleare è incontrollabile,
è una tecnologia troppo complessa, troppo cara, incontrollabile e qui
siamo legati, non possiamo fare altro che incrociare le dita perché non
sappiamo cosa potrà succedere prossimamente. L'evoluzione di questo
incidente è tutto un punto interrogativo!
Gli effetti della nube radioattiva sull'Italia cosa potrebbero colpire maggiormente?
Sull'agricoltura
sicuramente. Lo iodio e il cesio sono pericolosi più che per
inalazione, perché si possono depositare nelle piante, soprattutto nelle
piante verdi a foglia larga. Se qualcuno ricorda ai tempi di Chernobyl
c'era il divieto di mangiare l'insalata, i funghi. La radioattività
potrà arrivare alle falde acquifere indubbiamente, dipende dalle
condizioni atmosferiche, se piove, se non piove, la pioggia fa
precipitare maggiormente gli elementi più pesanti o il pulviscolo in cui
si possono essere concentrate queste sostanze. Per ora è certo, ho
sentito anche ricercatori dell'agenzia di protezione ambientale, ho
sentito anche i francesi, che questi livelli per ora sono molto bassi,
molto al di sotto di livelli preoccupanti. Certo ne faremo volentieri a
meno, perché bene non fanno. Però in questo momento sembra che non
facciano male, che non siano pericolosi, che non abbiano dei danni
quantificabili, quindi non lanciamo allarmismi. Però rimaniamo al
corrente sperando che le autorità controllino. Qui purtroppo c'è il
Ministero per l'ambiente che ha centrato tutte le misure, anche le
aziende regionali non possono dire la loro. Sarebbe bene che i cittadini
tempestassero di telefonate le agenzie regionali per l'ambiente, il
Ministero, l'agenzia per l'ambiente nazionale.
Quali sono le differenze fra nucleare militare e nucleare civile? Perché a Hiroshima vivono oltre un milione di persone mentre a Chernobyl hanno sepolto tutto sotto tonnellate di cemento e l'area non è più accessibile all'uomo?
Perché sono due fenomeni completamente diversi. Un'esplosione nucleare è un'irradiazione di enorme intensità istantanea che poi dopo si diluisce nell'ambiente. Però è un'altissima intensità istantanea. Un incidente nucleare è altra cosa. Ricordiamo una cosa ormai appurata, nonostante ciò che dicono i sostenitori del nucleare: anche nel normale funzionamento delle centrali nucleari, ci sono dei rilasci radioattivi per gli scarichi dell'acqua, dell'aria, perché si produce il trizio che è un isotopo radioattivo leggerissimo, difficilissimo da contenere, da controllare, da misurare. Quindi il nucleare civile è un fenomeno quasi opposto, dosi più basse che perdurano nel tempo. Un incidente poi come quello di Chernobyl o quello di Fukushima, anche se sappiamo ancora troppo poco di Fukushima, produce un'altissima radioattività. Si pensi che dentro un reattore durante il suo funzionamento, la radioattività che si produce, gli isotopi radioattivi sono molti di più, migliaia di volte quelli di una bomba atomica. Non hanno l'effetto dell'esplosione della bomba atomica, ma siccome in una bomba atomica ci sono pochi chili di uranio o un chilo o due di plutonio che subiscono la fissione, mentre nel cuore di un reattore, il nucleo di un reattore ci sono molti più chilogrammi di uranio che producono isotopi. Tra l'altro una delle cose che preoccupa di più in Giappone, oltre alle 3 centrali lesionate con l'incidente, sono le barre di combustibile esaurito che erano messe in piscina che hanno una radioattività spaventosa. Sono centinaia di chilogrammi, l'uranio che c'è. Molto di più quello che è stato fissionato durante la reazione a catena, quindi c'è un'altissima radioattività, quella si sta sprigionando poco a poco, a livelli che possono essere molto alti come a Chernobyl, però anche qui bisognerebbe avere delle notizie precise perché le notizie si accavallano: c'è l'allarme a Tokyo, poi dicono che a Tokyo non è così alta. Credo che lì sia un tal disastro dal punto di vista della radioattività. Non voglio fare né allarmismi e credo che se uno dovesse evacuare il Giappone sarebbe un bel problema, mica paragonabile alle aree di Chernobyl. Il nucleare non può convivere con densità di popolazioni così. Il nucleare è da smantellare. La Merkel ieri ha dichiarato: "bisogna farla finita con il nucleare". Certo, le ha dei problemi elettorali, però intanto dice l'opposto di quello che diceva un mese fa quando voleva prolungare la vita operativa delle centrali nucleari.
A Tokyo le falde acquifere sono radioattive. Nonostante ciò la città non rientra nell'area off limits, quella da evacuare. Perché?
La domanda è legittima e ben posta, purtroppo bisognerebbe interrogare le autorità che hanno preso queste decisioni. Vengono dati con il contagocce. non si conoscono neanche i livelli di radioattività, i livelli dello iodio, del cesio, di altri isotopi radioattivi, non ho letto nulla sullo stronzio 90 che è un altro isotopo pericolosissimo, sul trizio come dicevo prima, lì c'era una bolla di idrogeno che è anche esplosa, poi è stata fatta uscire, sicuramente del trizio ci sarà stato. Qui purtroppo temo che la risposta sia perché non potevano fare di più e perché cercano di non buttare nella disperazione la gente, perché se cominciano a evacuare Tokyo, 25 milioni abitanti (se si conta l'intera area urbana), dove li mettono? Qui ci sono dei problemi che rischiano di diventare insolubili, una contraddizione insolubile, non possiamo rischiare di creare dei problemi così!
domenica 11 agosto 2013
Acqua radioattiva di Fukushima
Svuotare il mare col secchiello. Acqua radioattiva di Fukushima, i numeri certi e quelli ignoti
Le autorità governative giapponesi sono intervenute direttamente da pochi giorni nella gestione di questa infinita crisi nucleare nucleare e hanno dichiarato l’emergenza: un vocabolo cui va attribuito un forte peso, dato che finora hanno sempre minimizzato. Tuttavia la situazione non è chiara: esattamente come quando la Tepco era da sola nella stanza dei bottoni.
Fra l’altro gli scienziati sospettavano fin dall’inizio che l’acqua finisse nell’oceano e la Tepco ha ammesso proprio oggi di saperlo già da due anni. Però lo negava strenuamente fino a pochi giorni fa.
Anche il Governo giapponese non poteva non avere almeno considerto la
possibilità. Non si capisce per quale motivo sia intervenuto solo ora.
Forse fra un paio d’anni scopriremo che è avvenuto qualcosa, e cosa.
Ho provato a mettere un po’ d’ordine nelle confuse faccende di Fukushima cercando di distinguere i pochi numeri certi dai molti numeri presunti e sottolineando quali dati importanti sono completamente mancanti. Ecco, almeno a grandi linee, il quadro entro cui si snoda questa immane tragedia di radioattività e di acqua.
Innanzitutto bisogna tornare un attimo col pensiero alla situazione che si è prodotta nel marzo 2011,
quando la centrale nucleare è stata colpita da un fortisimo terremoto e
poi dallo tsunami. Sono andati ko gli impianti di raffreddamento dei
tre reattori in funzione e dei depositi di combustibile usato. Il
costante raffreddamento è indispensabile. Nonostante tutti gli sforzi
per raffreddare Fukushima innaffiandola con immani getti di acqua di
mare, il combustibile nucleare dei tre reattori è andato in meltdown: si è fuso.
Nessuno sa dove si trovino e in che stato siano i tre corium, i tre blob di lava radioattiva
e incandescente frutto della fusione dei colbustibile: se sono ancora
dentro i reattori (che comunque sono crepati), se si sono fermati sul
sottostante, spesso zoccolo di cemento o se addirittura hanno superato
almeno in parte anche questa barriera. La radioattività è troppo alta
per effettuare ispezioni. In ogni caso è necesario continuare a raffreddarli. Per questo tuttora la Tepco versa quotidianamente grandi quantità di acqua sui reattori.
L’acqua – è ovvio – a contatto con il materiale radioattivo diventa radioattiva anch’essa e scende verso il basso, accumulandosi negli scantinati
di Fukushima. La Tepco la pompa via e la sottopone a (parziale)
decontaminazione, con l’obiettivo di “riciclarla” versandola di nuovo
sui reattori.
L’area attorno a Fukushima è tappezzata da serbatoi che ora contengono 380 tonnellate di acqua variamente radioattiva.
Fukushima ha alle spalle le colline e subito di fronte l’oceano: l’acqua della falda sotterranea, scendendo dalle colline verso il mare, si infiltra negli scantinati di Fukushima – che sono crepati – al ritmo presunto di 400 tonnellate al giorno e diventa anch’essa radioattiva. La Tepco calcola che nell’intrico di sotterranei e condotti si siano accumulate 20.000 tonnellate di acqua fortemente radioattiva.
Essendo crepati, gli scantinati perdono acqua
radioattiva in qualche ignoto punto. Vale il discorso di prima: la
radioattività è troppo alta per effettuare ispezioni. Quest’acqua si diffonde
nel sottosuolo in direzione dell’oceano portando con sè la
contaminazione. L’apporto complessivo di acqua di falda nell’area di
Fukushima è pari – si calcola: di nuovo, nessuna certezza – a 1000
tonnellate al giorno. Detratte le 400 tonnellate che entrano negli
scantinati (si postula ovviamente che vengano tutte man mano estratte),
rimangono altre 600 tonnellate che attraversano il
sottosuolo e che (tutte o in parte? nessuna certezza) vengono a
contratto con infiltrazioni di acqua radioattiva.
Per impedire che queste 600 tonnellate arrivino all’oceano, la Tepco ha costruito una barriera sotterranea
di suolo impermeabilizzato. La barriera scende verso il basso ma – per
insormontabili ostacoli tecnici – la parte superiore si arresta a circa
1,8 metri sotto la superficie. Contro questa barriera si è accumulato un
(ignoto) volume di acqua radioattiva. Ora ha superato la barriera in altezza, arrivando a poco più di un metro dalla superficie.
La Tepco e le autorità governative stimano che per questa via – cioè aggirando la barrera – entrino ogni giorno nell’oceano 300 tonnellate di acqua radioattiva. Si presuppone (non si sa in base a cosa) che le altre 300 tonnellate
di acqua di falda finiscano anch’esse nell’oceano, ma attraversino la
zona di Fukushima senza incontrare radioattività.
Avete notato quante sono le stime e le incertezze? Oltretutto non si sa nemmeno quanto è radioattiva
l’acqua che si riversa in mare. La Tepco ha fornito stime solo per il
trizio, il meno pericoloso di questi elementi radioattivi anche se
nessuno oserebbe definirlo esattamenteun toccasana: da 20 a 40
terabecqerel a partire dal maggio 2011.
Certo però che insieme al trizio ci saranno anche altre sostanze. Quante e quali, non si sa. Si sa però che da giugno i campioni di acqua di falda prelevati dai pozzi attorno a Fukushima mostrano crescente radioattività: uno dei campioni è risultato il più radioattivo in assoluto, battendo il record che l’acqua di Fukushima aveva raggiunto nel 2011.
L’oceano Pacifico contiene un volume d’acqua enorme.
Uno scienziato antinucleare ha calcolato che se tutta la radioattività
di Fukushima fosse uniformemente diffusa, ogni metro cubo di acqua del
Pacifico acquisirebbe appena 1 becquerel di
radioattività: irrisorio davvero (per altri motivi tuttavia egli
raccomanda di evacuare la fascia costiera accanto a Fukushima, potete
leggere tutto qui), ma chissà quanto tempo e quante onde sarebbero necessarie per “frullare” omogeneamente e disperdere la radioattività ora concentrata in una zona limitata.
La soluzione definitiva sostenuta dal Governo per bloccare il flusso di acqua radioattiva è congelare il terreno attorno a Fukushima. Una cosa mai fatta prima,
una tecnica che finora è stata qualche volta applicata a volumi
limitati di suolo in occasione dello scavo di tunnel. Ci vorranno degli
anni.
Per il momento ieri la Tepco ha aspirato 13
tonnellate di acqua di falda. Fate il confronto con tutti i numeri certi
e-o presunti che ho elencato. Vuotare il mare col secchiello: avete una
definizione migliore?
Canadair:arrestato il capo
Canadair: arrestato il capo
di Gianluca Di Feo
Giuseppe Spadaccini, l'uomo che gestiva la flotta
antincendio della Protezione civile, è accusato di una colossale frode
fiscale. Lavorava per il governo e faceva esibizioni davanti a Villa
Certosa
(21 ottobre 2010)
Giuseppe Spadaccini è uno degli imprenditori più noti dell'aviazione italiana. La sua società più famosa è la Sorem, che da quasi tredici anni conduce la guerra contro i roghi per conto di Palazzo Chigi e ha esteso le sue attività in altri paesi. Infatti la Protezione civile in Italia è proprietaria solo degli aeroplani ma esternalizza tutta l'attività - piloti, addestramento, manutenzione, organizzazione operativa - a una società privata.
La Sorem ha ottenuto questo contratto per anni senza nessuna gara, con trattativa diretta: solo dal 2007 in poi sono state applicate le regole degli appalti, che hanno confermato la presenza della ditta di Spadaccini. Soltanto tra il 2001 e il 2006, secondo i dati della Corte dei conti, la Sorem ha incassato per le operazioni contro le fiamme 170 milioni di euro, grazie a contratti assegnati per decreto dalla presidenza del Consiglio. Oggi si occupa dei 19 Canadair Cl415 di proprietà statale e possiede 8 più anziani Cl215, che vengono affittati all'estero per fronteggiare le emergenze, dalla Turchia alla Corsica. Gran parte degli equipaggi vengono "noleggiati" con contratti stagionali: piloti canadesi, affiancati da qualche veterano italiano e da alcune giovani leve formate nelle scuole volo abruzzesi.
L'ultima creatura di Spadaccini è la Itali Airlines, che ha operato decine di collegamenti nazionali e ambiva a rilevare i jet Md80 dismessi dalla nuova Alitalia. Adesso svolge soprattutto collegamenti charter estivi e aerotaxi dallo scalo romano di Ciampiano. E tra le attività più singolari condotte dalla Sorem c'è stata anche la sperimentazione dell'idrovolante russo Beriev 200, usato nel 2005 a Porto Rotondo con frequenti voli-esibizione davanti a Villa Certosa.
Dietro questo regno dei cieli per i magistrati e per la Guardia di Finanza ci sarebbero state grandi nuvole nere. La procura di Pescara - città dove Spadaccini ha concentrato le sue attività - ha chiesto e ottenuto tredici arresti: tra i personaggi colpiti dai provvedimenti anche un notaio, un avvocato e i titolari di alcune società di Madeira che sarebbero state usate per nascondere i soldi al fisco. Sorprendenti anche i sequestri: pacchetti di azioni della Sorem, della Air Columbia (che si occupa della formazione di piloti e tecnici), della San (specializzata nella manutenzione); uno yacht lungo 21 metri, decine di appartamenti a Roma, Milano, Porto Rotondo. Secondo gli inquirenti il meccanismo della frode era semplice: le società di Madeira emettevano fatture per operazioni inesistenti, che servivano a creare fondi neri poi investiti in Italia e all'estero. In pratica, i quattrini pagati dallo Stato per i voli della Protezione civile sarebbero andati a finanziare case e lussi in nero.
Ma come ha rivelato due anni fa 'L'espresso', la procura sospetta che parte del denaro sia servita anche per pagare personaggi importanti per far vincere appalti alle compagnie di Spadaccini. Una piccola parte delle quote di Itali Airlines, per un valore nominale di 50 mila euro, nel 2004 sono state vendute al deputato di Forza Italia Sabatino Aracu. Ed anche nel cda delle sigle di Spadaccini siedono diversi ex politici abruzzesi di peso.(Espresso)
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