giovedì 22 febbraio 2018
Si parla senza sapere che cosa si sta dicendo, la bocca e il cervello non sono connessi
Cit
È atroce pensare che un essere umano abbia la volontà di renderne schiavo un altro così come disumano è oggi organizzare tratte di esseri umani per semplice scopo di lucro il tutto gestito da mafia e camorra che hanno contatti con governi e organizzazioni criminali dei paesi dove esiste questo fenomeno. Come vedete fascismo e razzismo non sono ancora sconfitti. Diverso è permettere che criminali di qualsiasi colore abbiamo la pelle facciano il loro loro comodo in Italia. Riflettete ragazzi....usate il cervello
venerdì 16 febbraio 2018
L'IRRESISTIBILE FASCINO DEL TEMPO
Immaginiamo di svegliarci un giorno e di notare che le nuvole sono ferme nel cielo. Il Sole bloccato: non brilla più. Gli aerei fermi in volo. Niente più suoni. Eppure lo Spazio e la Materia sono lì. E' scomparso il tempo." Fermati o tempo, sei così bello." diceva Goethe. Ma se il tempo si ferma, è perduto.....Noi veniamo da un " tutto" cui è stato strappato " qualcosa". Quel " qualcosa" è il nostro Universo. Stiamo lentamente ritornando là dove siamo stati "strappati". Ecco perchè il Tempo va sempre avanti, mai indietro. Il Tempo è la prova che siamo una parte del " tutto". Quando ritorneremo a essere il " tutto", il Tempo cesserà di esistere.(Prof. Antonino Zichichi)
giovedì 15 febbraio 2018
MIGRAZIONI E RAZZISMO
Lo psichiatra Vittorino Andreoli: “Livello di civiltà disastroso, regrediti alla cultura del dominio delle pulsioni istintive e del nemico.Nonostante il refrain contro i migranti sia sempre lo stesso: "Premesso che non sono razzista...", nelle società occidentali il razzismo sta uscendo allo scoperto e rischia di essere legittimato come una opinione. Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli siamo in "una cornice di civiltà disastrosa", l'Italia e l'Occidente stanno "regredendo alle pulsioni istintive", al dominio della "cultura del nemico": "La superficialità porta l'identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso".
Dall’America all’Europa all’Italia sembra uscire allo scoperto, fomentato da politici e media irresponsabili e amplificato dai pareri espressi sui social media, un clima aperto di razzismo e xenofobia, come se l’espressione di odio razziale nei confronti dei migranti o delle minoranze, anche con linguaggi e gesti violenti, non sia più un tabù ma una legittima opinione. L’episodio di Fermo, con l’uccisione del nigeriano le cui dinamiche chiarirà la magistratura, ha avuto uno strascico di posizioni opposte sui social. Molti difendono apertamente l’aggressore, come se la violenza, verbale e poi fisica, dell’insulto razziale sia legittima. Mentre il refrain contro i migranti è sempre lo stesso: “Premesso che non sono razzista…”. Cosa ci sta succedendo? Lo abbiamo chiesto allo psichiatra Vittorino Andreoli, ma la premessa che anticipa tutta la riflessione è semplice e sconfortante: “Questa società non mi piace”.
Cosa sta succedendo alle nostre società occidentali?
Sono stati consumati, se non distrutti, alcuni principi, che erano alla base della nostra civiltà, che nasce in Grecia, a cui si aggiunge il cristianesimo. Non c’è più rispetto per l’altro, la morte è diventata banale, tanto che uccidere è una modalità per risolvere un problema. Non c’è più il senso del mistero e del limite dell’uomo. L’episodio di Fermo va inserito in una cornice di civiltà disastrosa. Non esiste più l’applicazione dei principi morali della società e c’è un affastellarsi di leggi, come se le leggi possano sostituire i principi. Oggi domina la cultura del nemico: la superficialità porta l’identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso. Questa è una regressione antropologica perché si va alle pulsioni. Tutto questo è favorito da partiti che sostengono l’odio, lo stesso agire sociale è fatto di nemici. Perfino nelle istituzioni religiose qualche volta si affaccia il nemico. In questo quadro tornano le questioni razziali.
Qualcuno dice: “non è razzismo, è superficialità”. Io ribatto: no è razzismo.
E’ considerare l’altro inferiore perché ha quelle caratteristiche, per cui bisogna combatterlo. Se uno è diverso da te è un nemico e va combattuto. Si arriva alla legge del taglione. Si torna a fare la guerra perché il diverso è un nemico che porta via soldi, posti di lavoro, eccetera. Così come c’è una gerarchia dei potenti c’è anche una gerarchia di razze. Perché sono presi di mira solo alcuni.
Il razzismo e i pregiudizi sono però universalmente presenti nel cuore dell’uomo, a prescindere dalle nazioni. I fatti di questi giorni negli Usa ne sono un esempio.
E’ sicuramente un istinto presente nella nostra biologia, nella nostra natura, ossia la lotta per la sopravvivenza di cui parlava Darwin, la lotta per la difesa del territorio. Ma tipico dell’uomo non è solo la biologia ma la cultura. E la cultura dovrebbe essere quella condizione in cui rispettiamo gli altri e riusciamo a frenare un istinto. Il problema è: come mai la cultura che caratterizza l’uomo e consiste nel controllo delle pulsioni non c’è più? Tutta una cultura che si era costruita fino a epigoni che erano quelli dell’amore, della fratellanza, è completamente recitata ma non vissuta.
Questo è un Paese, ma anche tutto l’Occidente, che sta regredendo alla pulsionalità, all’uomo pulsionale. Ciò che mi spaventa e mi addolora è che per raggiungere una cultura ci vuole tanto tempo e la si può perdere in una generazione.
Gli episodi che osserviamo sono silenziosamente sostenuti da tante persone. Non dicono niente ma li approvano. Bisogna impedire che ci sia chi soffia sul fuoco. Nessuno parla del valore della conoscenza utile nell’avvicinare altre storie, altre culture. Tutto viene mostrato come negativo: gli immigrati fanno perdere posti di lavoro, c’è violenza e criminalità. Il problema è che all’origine c’è sempre una esclusione. E’ terribile, stiamo diventando un popolo incivile.
Nei dibattiti pubblici, soprattutto sui social, c’è sempre un “noi” contro “loro”: i migranti, più deboli, diventano il capro espiatorio di tutti i mali.
Certo, questo è il principio darwiniano. L’evoluzione si lega alla lotta per l’esistenza: “mors tua, vita mea”. Bisogna eliminare il nemico, deve vincere la mia tribù che deve prendere il tuo territorio. E’ una regressione spaventosa. Poi c’è la crisi che ha sottolineato la paura, le incertezze. E la paura genera sempre violenza. Ci rendiamo conto che, in un Paese che non legge, un giornale ha regalato il Mein Kampf di Hitler? Perché non hanno regalato “La pace perpetua” di Kant?
Marketing, ricerca di consenso e voti, incoscienza: quali sono, secondo lei, le vere ragioni dietro a scelte così pericolose? Come fare per arginarle?
Non è follia, è stupidità. Bisogna prendere una posizione molto decisa: non è più possibile fare finta. Questa è una società falsa, che recita. Andiamo incontro a situazioni che saranno di nuovo drammatiche.Ci vuole più coraggio anche nella Chiesa. Il Papa lo ha avuto nel suo schierarsi dalla parte dei migranti, ma ci sono quelli che non sono d’accordo. Bisogna cominciare a dire che questa nazione deve cercare di far emergere uomini e donne saggi, intelligenti. Stiamo scegliendo i peggiori. C’è una ignoranza spaventosa. Bisogna poter parlare, spiegare, capirsi. Occorrono persone credibili per parlare ai giovani, ma la via è sempre quella della cultura. Fare promozione, educazione, dimostrare quanta positività c’è in chi viene odiato, per stimolare al rispetto nei loro confronti.
Con i giovani è più facile perché sono come pagine bianche di un libro da scrivere. Ma con adulti già formati come si fa? E’ una battaglia già persa in partenza?
No, perché l’espressione esplicita dei pregiudizi nasce dal sentirsi sostenuti. Se nascondono ancora il loro pensiero sono recuperabili. Il problema emerge quando ci si sente in tanti a pensarlo. Bisogna far scoprire cosa c’è nell’altro, cosa significa una società diversa.
Purtroppo oggi sui social non si nasconde più il proprio pensiero: lo schermo del computer protegge dal confronto diretto, le affermazioni diventano più violente e l’espressione dei pregiudizi, anche in maniera razionale, serve solo a rafforzare l’ego…
E’ vero. Questo è più grave, perché se uno stava zitto e si esprimeva a casa, agiva male solo in famiglia. Adesso diventa un’azione diffusa, trasformandosi in vera e propria propaganda.
martedì 12 settembre 2017
DA RIMINI A FIRENZE: LO STUPRO DIVENTA UNA BAGARRE POLITICA E MEDIATICA
Da Rimini a Firenze, casi di stupro e violenze sessuali contro donne e ragazze al centro di un agone mediatico e politico. La violenza sparisce come soggetto, si delineano tifoserie e distinguo, sui giornali si fa spettacolo pubblicando particolari morbosi mentre leader politici e istituzionali cavalcano l’onda con dichiarazioni fuori luogo.
Se per i 4 stupratori di Rimini le condanne sono nette e si agita la strumentalizzazione del “migrante violentatore” sui carabinieri si attivano prudenze o sospetti. Da Salvini al sindaco Nardella si contestualizza la presunta violenza nonostante le prese di posizioni nette del ministro della Difesa Pinotti e del generale dell’Arma Del Sette.
La criminologa: “donne stuprate due volte, anche da opinione pubblica”
Per capire cosa sta accadendo al Paese sul fronte della violenza di genere parla la criminologa e psicoterapeuta Rosaria Cataletto (a sinistra nella foto) che con il suo lavoro è in prima linea costante su questo fronte.
Caso Rimini, ora Firenze, fino a quelli che avvengono nel quotidiano in silenzio. Lo stupro sta diventando, però una tragica bandiera di lotta politica su chi lo commette: cosa ne pensa?
Lo stupro ha sempre avuto una connotazione politica, partendo da quelli di massa che a tutt’oggi ancora si verificano in tantissimi paesi, come predominanza della propria etnia, come possesso di territorio, come indice della supremazia maschile sulla donna. La connotazione politica, che sia su larga scala, o limitata al singolo caso, resta invariata. Infatti, questo viene percepito diversamente a secondo, della fede politica che ci sottende, e a secondo d chi è lo stupratore.
Il caso Rimini è emblematico. Vediamo una larga parte di sinistra che in modo più o meno velato cerca di contenere le aberranti azioni commesse quelle notte da tre ragazzi sventolando in maniera giusta, tra l’altro , che non è stato il colore della pelle il responsabile di quella azione. Dall’altra parte abbiamo una destra che ha visto in questo il segno divino per una lotta senza fine verso tutto ciò che non è bianco, non è nazionale.
Allo stesso modo, dopo qualche giorno, vi è lo stupro di due ragazze americane, fatto da due italiani e tra l’altro militari , le cui reazioni della stampa e quelle popolari hanno ribattuto lo stesso iter dello stupro di Rimini.
Una gran fetta di simpatizzanti della destra, che in maniera quasi spasmodica difendono l’onore nazionale della divisa prima e degli uomini dopo, e una sinistra che invece attacca su tutti i fronti, urlando le proprie ragioni. Sia nel primo caso che nel secondo caso è indubbio che della donna che ha subito lo stupro, non interessa nulla a nessuno, del dolore di questa, della sofferenza, dei danni che si porterà dentro per il resto della vita, non interessa ne a destra e a sinistra. Ognuno attraverso quello stupro, porta i colori del proprio simbolo politico, evidenziando ancora di più, che il fatto che oggi non esiste più una sinistra o una destra, è la teoria più inesatta che possa esserci.
Ma indipendentemente dalla destra o dalla sinistra, la donna che subisce uno stupro viene marchiata e purtroppo molto spesso, le critiche peggiori provengono proprio dalle donne. Proprio per questo motivo di ordine sociale e culturale, la vittima di violenza sessuale viene continuamente stuprata prima dall’aggressore e poi, senza pietà alcuna dalla pubblica opinione e dalla stampa.
Una grande polemica è nata sulla pubblicazione dei particolari della violenza sessuale di Rimini: la responsabilità etica dei giornali è proporzionale alla “domanda” maschile su questi aspetti morbosi?
Tutto è un grande spettacolo, tutto fa audience, i like sono la chiara rappresentazione della nostra importanza. I giornali propongono titoli e articoli che indicano uno stato di reale corrispondenza tra la richiesta e la domanda. La morbosità espressa dai quotidiani circa i particolari di una violenza, altro non è che l’indice di uno stato di malattia di una popolazione.
A questo si aggiunga che i social vengono utilizzati come platee dove per alzata di mano o di clik, si stabilisce ciò che è bene o male, provocando una sorta di influenza collettiva. Più è attivo questo fenomeno, più la stampa perde di vista la sua reale connaturazione rappresentata dalla semplice esposizione di fatti, cercando di presentare le notizie in maniera più o meno imparziale. In sintesi, scrivono fatti, secondo modalità che ai loro utenti più sono gradite.
In questa situazione, la violenza di genere sparisce dall’agenda politica se non in forma di contesa; qual è la sua analisi del nostro paese su questo fenomeno?
La violenza contro le donne è un fatto innegabile, dove spesso la famiglia, diventa il luogo ideale dove perpetrare queste condotte. Purtroppo, la visione di determinati comportamenti tende a radicalizzarsi, per cui, quasi sempre a livello generazionale, troviamo poi, gli stessi modelli. Sono questi aspetti culturali cosi interiorizzati dove le stelle leggi non riescono a portare modifiche significative. Inoltre non dimentichiamo che la stessa politica spesso si macchia di incuria verso il sesso femminile, una chiara conferma di ciò che è stato indicato e lo possiamo trovare nella legge sullo stalking.
Osservando le evoluzioni di questa negli ultimi anni, fino ad arrivare alle ultime modifiche, avute nel luglio di quest’anno, sembra essere ritornati indietro di decenni, dove l’offesa , l’umiliazione, la paura e la dignità della donna, assumono un valore economico. Gli eventi legati ai diversi stupri di questa lunga estate, ha senz’altro distratto sia la pubblica opinione, sia il legislatore. Tutti sono coinvolti tutti in show mediatici, a destra richiedono pene esemplari, a sinistra sventolano tutele per tutti. In realtà, viviamo in uno stato che non è in grado di tutelare nessuno.
Gli indicatori sociali del paese confermano ancora una posizione marginale della donna nel lavoro, nei ruoli dirigenti, o continua quella visione di madre velina: quali sono le condizioni culturali di questa condizione?
La condizione della donna nel nostro paese subisce ancora tanto gli influssi culturali, legati a millenni di storia, che l’hanno sempre relegata a posizioni marginali. Le donne che contestavano determinati ruoli, sempre, sono state allontanate dalla loro quotidianità. Nel medio evo venivano rinchiuse in conventi religiosi, poi con l’inquisizione arse vive, successivamente ospedalizzate, fino ad arrivare al fascismo, in cui ospedali psichiatrici o meglio i famosi “manicomi”, rappresentavano la naturale destinazione, per tutte quelle che rifiutavano ruoli affidati dallo stereotipo.
Nella nostra cultura ancora è molto forte il ruolo della donna madre, a cui affidare il ruolo dell’intera famiglia, dell’educazione dei figli e del sano funzionamento di quel sistema. Ci scandalizziamo per un meteorite che colpisce la madre mentre prepara la colazione, capirà quanto siamo ancora lontani da quel processo di parità professionale che invece dovrebbe essere garantito.
Purtroppo, negli ultimi anni anche da noi in Italia, si è affermato il mito della donna manager epur essendo privi di tutto il contesto culturale che sottende una tale metamorfosi. Chiaramente, mancando un valido e solido supporto culturale, ci ritroviamo donne che strafanno. Donne stanche, proiettate solo tra lavoro, responsabilità, figli, casa e l’immancabile marito, che ancora fa da supervisor.
Giuseppe Manzo
@nelpaeseit
giovedì 10 agosto 2017
Con Don Mussie Zerai. Noi non abbiamo paura
Posted onAuthorredazione
Pubblichiamo, condividendone in pieno le parole, il comunicato
stampa emanato ieri 8 agosto dall’Agenzia Habeshia e dal suo presidente
don Mussie Zerai, contro cui oggi si sta scatenando l’ennesima ignobile
macchina del fango. Conosciamo da tanti anni don Mussie e il suo
impegno per coloro che fuggono da una delle peggiori dittature che
insanguinano il continente africano, conosciamo la sua enorme autorità
morale che lo ha reso più volte al centro di minacce e attacchi.
Conosciamo il sorriso che tanti uomini e donne che si sono salvati
fanno, quando si pronuncia il suo nome. Persone che hanno rischiato la
vita in mare, persone che hanno subito violenze indicibili nei paesi in
transito, persone che oggi hanno riconquistato il diritto a vivere anche
grazie all’esistenza di persone come lui. Non ci spaventano le indagini
che si faranno come non spaventano Don Mussie. Ci spaventano e siamo
indignati di fronte alla precisa volontà politica di chiudere la bocca a
chiunque oggi, con la propria opera volontaria, racconta una verità
diversa da quella dei governi e degli strumenti di disinformazione di
regime.
don Mussie Zerai
presidente dell’Agenzia Habeshia
Comunicato stampa
Negli
ultimi giorni, prendendo spunto dall’inchiesta aperta dalla Procura di
Trapani su alcuni episodi di cui si sarebbero resi protagonisti membri
della Ong tedesca Jugend Rettet, sono stato chiamato in causa da qualche
testata giornalistica per episodi che, così come sono stati ricostruiti
e raccontati, si rivelano a mio avviso vere e proprie calunnie e, per
la sistematicità con cui vengono rappresentati e diffusi, potrebbero
configurare una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti e
di quanti collaborano con me nel programma umanitario in favore di
profughi e migranti, che abbiamo costruito nel corso di anni di lavoro.
Mi riservo di controbattere nelle sedi legali opportune a questa
serie di calunnie che mi sono state indirizzate. Per il momento posso
dire di aver ricevuto solo la mattina di lunedì 7 agosto, mentre
rientravo da un viaggio di lavoro, la notizia che la Questura di Trapani
dovrebbe notificarmi l’avviso di un procedimento per conto della locale
Procura. Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta
aperta sulla Ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare
in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito
sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di
Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne
visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato
chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del
mio operato in favore dei profughi e dei migranti.
Confermo
che, nell’ambito di questa attività – che peraltro conduco da anni
insieme ai miei collaboratori – ho inviato segnalazioni di soccorso
all’Unhcr e a Ong come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch
the Med. Prima ancora di interessare le Ong, ogni volta ho informato la
centrale operativa della Guardia Costiera italiana e il comando di
quella maltese. Non ho invece mai avuto contatti diretti con la nave
della Jugend Rettet, chiamata in causa nell’inchiesta della Procura di
Trapani, né ho mai fatto parte della presunta “chat segreta” di cui
hanno parlato alcuni giornali: le mie comunicazioni sono state sempre
inoltrate tramite un normalissimo telefono cellulare. Tutte le
segnalazioni sono il frutto di richieste di aiuto che mi sono state
indirizzate non da battelli in partenza dalla Libia, ovvero al momento
di salpare, ma da natanti in difficoltà al largo delle coste africane,
al di fuori delle acque territoriali libiche e comunque dopo ore di
navigazione precaria e pericolosa. Quando mi è stata comunicata nella
richiesta di aiuto, ho specificato anche la posizione in mare più o meno
esatta del natante. Lo stesso vale per il numero dei migranti a bordo
ed altre notizie specifiche: persone malate o ferite, donne in
gravidanza, rischi particolari, ecc. In buona sostanza, cerco di avere
ogni volta le informazioni che mi sono state indicate proprio dalla
Guardia Costiera Italiana. E’ vero che di volta in volta ripeto la
segnalazione anche via mail, ma anche questo è dovuto a una indicazione
che ho ricevuto nel 2011 dal comando centrale della Guardia Costiera,
che mi chiese di confermare i miei messaggi via mail, cioè in forma
scritta, dopo la tragedia avvenuta nel Mediterraneo tra i mesi di marzo e
aprile (63 morti), in merito alla quale diversi soggetti negarono di
aver ricevuto richieste di soccorso.
Non si tratta dunque, come qualcuno ha scritto, di messaggi
telefonici in rete “pro invasione” dei migranti – ammesso e non concesso
che sia una invasione, ipotesi smentita dalle cifre stesse degli arrivi
rispetto alla popolazione europea – ma di interventi rivolti a salvare
vite umane. Interventi concepiti nel medesimo spirito, ad esempio,
dell’operazione Mare Nostrum – varata nel novembre 2013 dal Governo
italiano e purtroppo revocata dopo un anno – nella convinzione che se
programmi del genere fossero in vigore ad opera delle istituzioni
europee o magari dell’Onu, probabilmente non sarebbe stata necessaria la
mobilitazione delle Ong e, più modestamente, quella di Habeshia, nel
Mediterraneo. Fermo restando che il problema non si risolve con il
soccorso in mare, per quanto tempestivo ed efficiente, ma, nel
breve/medio periodo, con l’organizzazione di canali legali di
immigrazione e con una riforma radicale del sistema europeo di
accoglienza e, nel lungo periodo, con una stabilizzazione/pacificazione
dei paesi travolti dalle situazioni di crisi estrema che costringono
migliaia di persone a fuggire ogni mese.
Quanto alle accuse che mi vengono mosse dal Governo eritreo, anche
queste ampiamente riprese da alcuni organi di stampa, si commentano da
sole: sono le accuse di un regime dittatoriale che ha schiavizzato il
mio Paese e non tollera alcun tipo di opposizione, perseguendo anche il
minimo dissenso con la violenza, il carcere, i soprusi, la calunnia. Un
regime – hanno denunciato ben due rapporti dell’Onu, dopo anni di
inchiesta, nel 2015 e nel 2016 – che ha eletto a sistema il terrore,
costringendo ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare la propria
casa per cercare rifugio oltre confine.
Alla luce di tutto questo, ritenendo molte notizie pubblicate sul
mio conto assolutamente diffamatorie e denigratorie, ho dato incarico ai
miei legali di tutelare in tutte le sedi opportune la mia onorabilità
personale, quella del mio ruolo di sacerdote e quella di Habeshia,
l’agenzia che ho fondato e con la quale collaborano persone
assolutamente disinteressate e a titolo totalmente volontario.
mercoledì 2 agosto 2017
Un mezzogiorno da cani
Siamo arrivati da poco al supermarket per fare un pò di spesa. E' già molto tardi, fa caldo, tantissimo caldo, in macchina con noi c'è il cane che abbiamo portato dalla veterinaria e che ha da fare i suoi bisognini. Ci dividiamo i compiti, mio marito va a fare la spesa , io resto in macchina (il caldo mi uccide, proprio non lo sopporto) e mia figlia esce per trovare un posto dove il cane può fare le sue deiezioni.
Accanto al supermercato c'è un lungo filare di alberi, chissà se il posto è di suo gradimento (il mio cane ha i suoi posticini ed ha dei problemi a cambiarli, può girare per delle ore prima di fermarsi).
Mentre mia figlia si avvia, accanto si ferma una macchina con due uomini, forse padre e figlio. Mi giro a guardarli e vedo che seguono con lo sguardo mia figlia e parlano fra di loro sommessamente, indicandola come chi aspetta di fare o dire qualcosa. (Mia figlia non passa mai inosservata, prima di tutto perchè è una gran bella ragazza e poi è una mulatta in quanto io ho sposato un congolese).
Accanto al supermercato c'è un lungo filare di alberi, chissà se il posto è di suo gradimento (il mio cane ha i suoi posticini ed ha dei problemi a cambiarli, può girare per delle ore prima di fermarsi).
Mentre mia figlia si avvia, accanto si ferma una macchina con due uomini, forse padre e figlio. Mi giro a guardarli e vedo che seguono con lo sguardo mia figlia e parlano fra di loro sommessamente, indicandola come chi aspetta di fare o dire qualcosa. (Mia figlia non passa mai inosservata, prima di tutto perchè è una gran bella ragazza e poi è una mulatta in quanto io ho sposato un congolese).
L'osservazione dei due non cessa e la cosa comincia a darmi fastidio, senza pensarci due volte esco dalla macchina e chiedo:- Scusate che avete da guardare e bisbigliare?-
-A lei cosa importa, si faccia i fatti suoi.-
-Sono fatti miei perchè quella ragazza è mia figlia e adesso mi dovete dire che avete da guardare e bisbigliare.-
-Signora sono stufo di trovare davanti a casa mia le deiezioni dei cani e adesso sua figlia ne va a depositare altre.-
-Mi scusi, ma lei vive sotto gli alberi? E poi mia figlia raccoglie le deiezioni, semmai tutto questo lo deve dire a chi non si comporta civilmente.-
-Questo lo dice lei che raccoglie le deiezioni del cane, ma se non ha neanche un sacchetto in mano.-
Il cane naturalmente non ha fatto niente e mia figlia ritorna giusto in tempo per prendere dal collare del cane un piccolo contenitore che apro e tiro fuori i sacchetti di plastica.
-Sì , va bene, ma questo non vuole dire niente. E' che venite dai vostri paesi e venite qui a sporcare. Ritornate da dove siete venuti.-
-Lo sapevo che lei era in malafede, per questo sono scesa dalla macchina. Lei è imbecille o che cosa. Io sono italiana e mia figlia pure. Se è uno scherzo o il sole le dà alla testa la smetta o chiamo i vigili.-
-Prenda questo ca..o di cane e se ne vada.!-
- Lei non si permetta di dire al mio cane questo ca..o di cane, se non vuole passare guai seri. E' lei che se ne deve andare. Vada a fare la spesa e a prendere un pò di fresco nel supermercato perchè ne ha bisogno. E poi si faccia visitare da un buon medico perchè è parecchio arterosclerotico.-
Il tizio si allontana urlando a più non posso :- Se ne vada al suo paese!-
Rientriamo in macchina ,mentre una voglia di fare a botte non accenna a diminuire.
Nel frattempo ritorna mio marito anche lui arrabbiato perchè non ha potuto fare la spesa, per un blocco nelle comunicazioni , non si poteva pagare con il Bancomat.
Portiamo il cane dove di solito fa i suoi bisogni e torniamo a casa con la certezza che davvero sta salendo la febbre dell'intolleranza.
E pensare che non sono neanche abbronzata, ma per quel tizio anche io sono straniera perchè sono nata in una città a 10 Km di distanza.
Ah, dimenticavo, anche il cane è nero, un bellissimo Labrador nero che sembra una pantera. Anche lui è straniero.domenica 23 luglio 2017
Giornalisti: «Rompiamo il silenzio sull’Africa» di Alex Zanotelli*
Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la
crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo.
Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla
vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova
sempre meno spazio nei mass-media italiani.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
Èinaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).
Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
Èinaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).
Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.
Iscriviti a:
Post (Atom)





