Gli avevano tolto tutto: il nome, la
casa, la libertà.
Ma non riuscirono mai a strappargli
ciò che gli salvò la vita —
e che, anni dopo, avrebbe salvato
milioni di altre vite.
Nel campo di concentramento Viktor
Frankl non era più un uomo. Era il numero 119104.
Psichiatra viennese, brillante e
rispettato, a 37 anni si ritrovò con il cranio rasato, un pigiama a righe, il
suo manoscritto, cucito nel cappotto, strappato via all’ingresso di Auschwitz.
Tutto ciò che aveva costruito era
perduto.
Ma c’era una cosa che i nazisti non
potevano portargli via: quello che sapeva.
E Viktor Frankl sapeva qualcosa che
avrebbe cambiato il mondo.
Nei lager osservò.
Vide che non si moriva solo per fame,
per freddo, per malattia.
Si moriva quando si perdeva il
proprio “perché”.
Quando un uomo non aveva più uno
scopo né un volto da rivedere, una missione da compiere —
il suo corpo crollava.
I medici avevano un nome per questo:
“give-up-itis”, la malattia dell’abbandono.
Così Frankl cominciò il suo
esperimento.
Non in un laboratorio, ma nelle
baracche.
Si avvicinava a chi stava mollando e
chiedeva:
Chi ti aspetta fuori?
Cosa ti resta da dire?
Perché vale la pena resistere?
Non offriva pane, né libertà.
Offriva significato.
Qualcuno sopravvisse pensando a una
figlia.
Qualcuno a un libro da finire.
Lui riscrisse mentalmente il suo,
parola dopo parola, notte dopo notte.
Era aprile 1945.
Pesava 38 chili. La moglie, la madre,
il fratello: tutti morti.
Avrebbe potuto arrendersi.
Invece si sedette. E scrisse.
In nove giorni riscrisse quel libro
che gli avevano bruciato.
Ma ora conteneva qualcosa che prima
non c’era:
la prova.
La sua teoria non era solo filosofia.
Era sopravvivenza.
La chiamò Logoterapia.
Un’idea semplice e rivoluzionaria:
l’essere umano può sopportare
qualunque “come”, se ha un “perché”.
Il libro uscì nel 1946.
Titolo: Dire sì alla vita, nonostante
tutto.
In inglese: Man’s Search for Meaning.
All’inizio fu ignorato. “Troppo
cupo,” dicevano.
Ma si diffuse.
E iniziò a salvare vite.
Tradotto in oltre 50 lingue, più di
16 milioni di copie.
Letto da malati terminali,
prigionieri, cuori spezzati.
E da chi, una notte qualunque, si
domandava se valesse la pena resistere ancora un giorno.
E trovava la risposta.
Perché Viktor Frankl dimostrò una
verità che sopravvive a ogni dittatura:
non possiamo scegliere ciò che ci
accade.
Ma possiamo sempre scegliere cosa
farne.
Oggi, nelle corsie degli ospedali,
negli studi terapeutici, nei momenti più bui,
le sue parole continuano a camminare
accanto a chi soffre:
“Si può togliere tutto a un uomo,
tranne una cosa:
la libertà di scegliere il proprio
atteggiamento di fronte a qualsiasi circostanza.”
I nazisti gli diedero un numero.
La Storia gli ha dato l’immortalità.
𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.

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