lunedì 19 gennaio 2026

IRAN. PERCHÉ POTEVO. E L’HO FATTO

 

Nel 2019 ho viaggiato in Iran.

Un Paese di una bellezza struggente, antica, profonda.

E come spesso accade, a raccontarmelo davvero non sono stati i monumenti, ma una persona qualunque: un tassista.

All’inizio aveva paura. Paura di parlare di politica, paura delle parole, paura anche solo delle domande. In Iran la paura è una compagna quotidiana, silenziosa, educata. Poi, l’ultimo giorno, mentre mi accompagnava, qualcosa è cambiato. Ha parlato. Perché poteva. E io ho ascoltato. Perché potevo. E l’ho fatto.

Mi disse che il regime non sarebbe caduto per mano di chi era cresciuto dentro la rassegnazione, ma quando i giovanissimi, diciassette, diciotto, diciannove, vent’anni, si sarebbero stancati di non avere diritti, di subire violenza, corruzione, umiliazione. Disse che quella stanchezza avrebbe avuto un prezzo altissimo. Disse che avrebbero pagato con la vita la rinascita di uno dei Paesi più belli al mondo.

Oggi quelle parole non sono più una previsione.

Sono realtà.

In Iran, in queste ore, sono soprattutto ragazze e ragazzi a riempire le strade. Non chiedono privilegi. Chiedono di vivere. Chiedono libertà. E per questo vengono picchiati, arrestati, uccisi.

È una frattura storica.

È il grido di donne che si tolgono il velo in pubblico, che si tagliano i capelli in strada, che si accendono una sigaretta come atto politico, ragazzi giovanissimi con occhi sorridenti che cantano come gesto di disobbedienza, come affermazione di esistenza. È il corpo che diventa linguaggio quando ogni altra parola viene censurata.

Non è cominciato ieri.

Le radici affondano nel 1979, nell’arrivo al potere del regime islamico, nelle prime proteste delle donne contro l’obbligo del velo, represse nel silenzio del mondo. Da allora, decenni di controllo, repressione, violenza sistemica, soprattutto sui corpi femminili. Ma oggi qualcosa è diverso: questa generazione non ha più paura di perdere ciò che non ha mai avuto.

La risposta del regime è brutale. Spari. Carceri. Processi sommari. Occhi colpiti. Vite spezzate. Internet oscurato. Famiglie costrette al silenzio. È una violenza che non mira solo a fermare le proteste, ma a spezzare l’idea stessa di futuro.

A tutto questo si aggiunge un altro livello di responsabilità, meno visibile ma altrettanto reale. Gli embarghi internazionali, protratti per anni, non hanno colpito il potere né i vertici del regime. Hanno colpito la popolazione. Hanno reso la vita quotidiana più difficile, il lavoro più precario, l’accesso ai beni essenziali più complesso. Hanno colpito soprattutto i giovani, già schiacciati dalla repressione politica, costretti a crescere in un Paese isolato, impoverito, senza prospettive economiche e sociali. Gli embarghi non hanno indebolito il regime, hanno reso più fragile la società.

Eppure continuano.

Continuano perché sanno che non esiste ritorno.

Continuano perché la libertà, una volta immaginata, non può più essere cancellata.

Non serve nessuna interferenza esterna.

Non serve nessun salvatore.

Questo è un movimento che nasce dentro, dalle strade, dalle scuole, dalle case, dai corpi. È una rivoluzione che non chiede di essere guidata, ma di essere vista, riconosciuta, protetta dal silenzio.

Ripenso a quel tassista. Alla sua voce bassa. Alla sua certezza dolorosa.

Aveva ragione.

E oggi, mentre ragazze e ragazzi iraniani pagano con la vita il diritto di esistere, non possiamo dire che sia grazie a loro se il mondo sarà pochino migliore. È grazie a loro che il mondo deve sapere di essere rivoluzione.

Viva l’Iran.

Viva l’Iran libero.

Foto e testo F.Malavolta ( foto città di Kashan 2019)


 

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