mercoledì 21 gennaio 2026

VIKTOR FRANKL

 

Gli avevano tolto tutto: il nome, la casa, la libertà.

Ma non riuscirono mai a strappargli ciò che gli salvò la vita —

e che, anni dopo, avrebbe salvato milioni di altre vite.

Nel campo di concentramento Viktor Frankl non era più un uomo. Era il numero 119104.

Psichiatra viennese, brillante e rispettato, a 37 anni si ritrovò con il cranio rasato, un pigiama a righe, il suo manoscritto, cucito nel cappotto, strappato via all’ingresso di Auschwitz.

Tutto ciò che aveva costruito era perduto.

Ma c’era una cosa che i nazisti non potevano portargli via: quello che sapeva.

E Viktor Frankl sapeva qualcosa che avrebbe cambiato il mondo.

Nei lager osservò.

Vide che non si moriva solo per fame, per freddo, per malattia.

Si moriva quando si perdeva il proprio “perché”.

Quando un uomo non aveva più uno scopo né un volto da rivedere, una missione da compiere —

il suo corpo crollava.

I medici avevano un nome per questo: “give-up-itis”, la malattia dell’abbandono.

Così Frankl cominciò il suo esperimento.

Non in un laboratorio, ma nelle baracche.

Si avvicinava a chi stava mollando e chiedeva:

Chi ti aspetta fuori?

Cosa ti resta da dire?

Perché vale la pena resistere?

Non offriva pane, né libertà.

Offriva significato.

Qualcuno sopravvisse pensando a una figlia.

Qualcuno a un libro da finire.

Lui riscrisse mentalmente il suo, parola dopo parola, notte dopo notte.

Era aprile 1945.

Pesava 38 chili. La moglie, la madre, il fratello: tutti morti.

Avrebbe potuto arrendersi.

Invece si sedette. E scrisse.

In nove giorni riscrisse quel libro che gli avevano bruciato.

Ma ora conteneva qualcosa che prima non c’era:

la prova.

La sua teoria non era solo filosofia.

Era sopravvivenza.

La chiamò Logoterapia.

Un’idea semplice e rivoluzionaria:

l’essere umano può sopportare qualunque “come”, se ha un “perché”.

Il libro uscì nel 1946.

Titolo: Dire sì alla vita, nonostante tutto.

In inglese: Man’s Search for Meaning.

All’inizio fu ignorato. “Troppo cupo,” dicevano.

Ma si diffuse.

E iniziò a salvare vite.

Tradotto in oltre 50 lingue, più di 16 milioni di copie.

Letto da malati terminali, prigionieri, cuori spezzati.

E da chi, una notte qualunque, si domandava se valesse la pena resistere ancora un giorno.

E trovava la risposta.

Perché Viktor Frankl dimostrò una verità che sopravvive a ogni dittatura:

non possiamo scegliere ciò che ci accade.

Ma possiamo sempre scegliere cosa farne.

Oggi, nelle corsie degli ospedali, negli studi terapeutici, nei momenti più bui,

le sue parole continuano a camminare accanto a chi soffre:

“Si può togliere tutto a un uomo, tranne una cosa:

la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a qualsiasi circostanza.”

I nazisti gli diedero un numero.

La Storia gli ha dato l’immortalità.


𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.



lunedì 19 gennaio 2026

IRAN. PERCHÉ POTEVO. E L’HO FATTO

 

Nel 2019 ho viaggiato in Iran.

Un Paese di una bellezza struggente, antica, profonda.

E come spesso accade, a raccontarmelo davvero non sono stati i monumenti, ma una persona qualunque: un tassista.

All’inizio aveva paura. Paura di parlare di politica, paura delle parole, paura anche solo delle domande. In Iran la paura è una compagna quotidiana, silenziosa, educata. Poi, l’ultimo giorno, mentre mi accompagnava, qualcosa è cambiato. Ha parlato. Perché poteva. E io ho ascoltato. Perché potevo. E l’ho fatto.

Mi disse che il regime non sarebbe caduto per mano di chi era cresciuto dentro la rassegnazione, ma quando i giovanissimi, diciassette, diciotto, diciannove, vent’anni, si sarebbero stancati di non avere diritti, di subire violenza, corruzione, umiliazione. Disse che quella stanchezza avrebbe avuto un prezzo altissimo. Disse che avrebbero pagato con la vita la rinascita di uno dei Paesi più belli al mondo.

Oggi quelle parole non sono più una previsione.

Sono realtà.

In Iran, in queste ore, sono soprattutto ragazze e ragazzi a riempire le strade. Non chiedono privilegi. Chiedono di vivere. Chiedono libertà. E per questo vengono picchiati, arrestati, uccisi.

È una frattura storica.

È il grido di donne che si tolgono il velo in pubblico, che si tagliano i capelli in strada, che si accendono una sigaretta come atto politico, ragazzi giovanissimi con occhi sorridenti che cantano come gesto di disobbedienza, come affermazione di esistenza. È il corpo che diventa linguaggio quando ogni altra parola viene censurata.

Non è cominciato ieri.

Le radici affondano nel 1979, nell’arrivo al potere del regime islamico, nelle prime proteste delle donne contro l’obbligo del velo, represse nel silenzio del mondo. Da allora, decenni di controllo, repressione, violenza sistemica, soprattutto sui corpi femminili. Ma oggi qualcosa è diverso: questa generazione non ha più paura di perdere ciò che non ha mai avuto.

La risposta del regime è brutale. Spari. Carceri. Processi sommari. Occhi colpiti. Vite spezzate. Internet oscurato. Famiglie costrette al silenzio. È una violenza che non mira solo a fermare le proteste, ma a spezzare l’idea stessa di futuro.

A tutto questo si aggiunge un altro livello di responsabilità, meno visibile ma altrettanto reale. Gli embarghi internazionali, protratti per anni, non hanno colpito il potere né i vertici del regime. Hanno colpito la popolazione. Hanno reso la vita quotidiana più difficile, il lavoro più precario, l’accesso ai beni essenziali più complesso. Hanno colpito soprattutto i giovani, già schiacciati dalla repressione politica, costretti a crescere in un Paese isolato, impoverito, senza prospettive economiche e sociali. Gli embarghi non hanno indebolito il regime, hanno reso più fragile la società.

Eppure continuano.

Continuano perché sanno che non esiste ritorno.

Continuano perché la libertà, una volta immaginata, non può più essere cancellata.

Non serve nessuna interferenza esterna.

Non serve nessun salvatore.

Questo è un movimento che nasce dentro, dalle strade, dalle scuole, dalle case, dai corpi. È una rivoluzione che non chiede di essere guidata, ma di essere vista, riconosciuta, protetta dal silenzio.

Ripenso a quel tassista. Alla sua voce bassa. Alla sua certezza dolorosa.

Aveva ragione.

E oggi, mentre ragazze e ragazzi iraniani pagano con la vita il diritto di esistere, non possiamo dire che sia grazie a loro se il mondo sarà pochino migliore. È grazie a loro che il mondo deve sapere di essere rivoluzione.

Viva l’Iran.

Viva l’Iran libero.

Foto e testo F.Malavolta ( foto città di Kashan 2019)


 

martedì 6 gennaio 2026

Risposta del presidente della Colombia a Trump

 

 "Il presidente della Colombia Gustavo Petro ha risposto alle minacce e alle accuse deliranti di Donald Trump, che lo ha definito un narcotrafficante. E lo ha fatto come raramente si vede: a testa alta, senza paura, senza servilismi.

Quella che segue è una risposta politica durissima, carica di storia, dignità e sovranità.

Leggetela. Perché spiega molto meglio di mille analisi cosa sta succedendo oggi in America Latina:

“Il potere giudiziario in Colombia non mi appartiene: è indipendente da me ed è in gran parte controllato dalla mia opposizione.

Se si vuole sapere qualcosa sulla mafia e sulla mercificazione della coca*na, basta consultare gli archivi giudiziari della Colombia.

Per questo respingo con forza che Trump parli senza conoscere. Il mio nome, in cinquant’anni, non compare negli archivi giudiziari sul narcotraffico, né in passato né oggi. Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano emerso dalla lotta armata e poi dalla lotta per la pace del popolo colombiano.

Io facevo parte dell’organizzazione clandestina che ha lottato per la democrazia in Colombia contro la dittatura civile dello “Stato d’assedio”, l’organizzazione che nel 1974, molto prima di Chávez, realizzò l’operazione per riportare alla luce la spada di Bolívar, colui che disse che non l’avrebbe mai rimessa nel fodero finché non fosse finita l’ingiustizia nella Grande Colombia. Io facevo parte dell’M-19, che realizzò la prima pace dell’America Latina contemporanea.

Lei non legge la storia della Colombia, e per questo sbaglia quando ci critica. Dovrebbe solo incontrare i suoi funzionari esperti in indagini sul traffico di droga in Colombia, ai quali ho collaborato con le mie stesse ricerche come senatore della Repubblica della sinistra colombiana e del suo popolo, che ha subito il genocidio del narcotraffico e dei suoi alleati politici, che sono anche alleati dell’estrema destra nordamericana.

A noi hanno assassinato decine di migliaia di compagni e compagne della lotta armata e popolare per la democrazia, e non siamo mai andati a chiedere invasioni a voi: abbiamo resistito e abbiamo vinto con la pace.

Io non ho mai bruciato una bandiera degli Stati Uniti, perché ho letto la storia delle lotte popolari e operaie degli USA attraverso i libri di Howard Zinn in spagnolo. Per questo onoro il popolo lavoratore nordamericano, il popolo nero e indigeno, e i giovani soldati che, insieme ai sovietici, sconfissero Hit*er.

Ed è per questo che ho osato parlare in una strada di New York, davanti al palazzo delle Nazioni Unite, sotto la legge degli Stati Uniti che tutela la libertà di espressione di chi partecipa all’Assemblea delle Nazioni Unite. Ho parlato contro il genocidio a Gaza. Quanto avrei voluto accompagnarla a fare la pace a Gaza, dove i palestinesi mi vogliono bene. E forse, invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con un controllo limitato sul petrolio — perché voi avete bloccato il petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che è arrivato nel vostro Paese — l’avrei accompagnata a catturare Netanyahu, il genocida.

Per quello che ho detto, lei si è arrogato la presunzione di punire la mia opinione, le mie parole contro il genocidio palestinese. La sua punizione è accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Io non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare la mia casa alla banca con il mio stipendio. È ingiusto, e io lotto contro le ingiustizie.

Sono amico di molte persone negli Stati Uniti che mi fermano per strada e mi abbracciano.

Per questo rispetto la storia che nacque con Washington e Bolívar insieme: si scambiarono doni, erano liberatori più che schiavisti.

Ho imparato a non essere schiavo e rifiuto le sue frasi che ci assegnano unilateralmente come campo del vostro dominio. Noi latinoamericani siamo repubblicani e indipendenti, e molti di noi sono rivoluzionari. Non creda che l’America Latina sia solo un nido di criminali che avvelenano il vostro popolo. Rispettateci e leggete la nostra storia, che risale a 30.000 anni fa in tutta l’America. Io leggo la vostra storia per capirvi. Non vedete narcotrafficanti dove ci sono solo autentici combattenti per la democrazia e la libertà”.