giovedì 12 febbraio 2026

𝗘𝗣𝗦𝗧𝗘𝗜𝗡 𝗘 𝗜𝗟 𝗟𝗘𝗦𝗦𝗜𝗖𝗢 𝗠𝗘𝗗𝗜𝗔𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗜𝗠𝗣𝗨𝗡𝗜𝗧𝗔'

 

Un recente post indignato e lucido di Sara Reginella, l’autrice del libro «Le guerre che ti vendono», non è solo una denuncia: è una radiografia perfetta di un meccanismo tossico che muove gran parte del giornalismo occidentale, il quale al momento del dunque non chiama le cose con il loro nome.

Non stiamo parlando di semplici "sfumature linguistiche", bensì di un'operazione chirurgica e consapevole per anestetizzare la coscienza pubblica. Quando dico consapevole intendo proprio questo. È consapevole perché le redazioni applicano sistematicamente due pesi e due misure. Sanno quando enfatizzare notizie fragili contro bersagli politici designati (cannoneggiandoli con titoli allusivi, esperti a gettone, narrazione persistente). E sanno quando sommergere notizie gravissime che minacciano élite o alleati, usando eufemismi, spostando il focus su dettagli marginali e seppellendo il nucleo sotto altre notizie. Questa selettività costante - mai invertita - non lascia nulla al caso, perché è il protocollo consapevole di un sistema mediatico che funziona come sistema immunitario del potere, attaccando le minacce esterne e proteggendo il proprio organismo.

Il processo è sempre lo stesso:

1. Rinominare l'orrore. Reginella elenca tutti i trucchi usati dai giornaloni in questi giorni. Un pedofilo sadico diventa un "finanziere". Una rete di sfruttamento sessuale di minori diventa "feste orgiastiche". Bambine rapite, abusate e torturate diventano "donne minorenni", un ossimoro che mistifica la violenza. Crimini contro l'umanità vengono derubricati a "bassezze" o "gossip dell'alta società". È il primo passo: se l'orrore non ha un nome preciso, non può generare un'ondata di giusta indignazione.

2. Spostare il focus. Il sistema dei media, quando non può ignorare, devia. L'attenzione viene dirottata sul dettaglio irrilevante, sul gossip, sulla figura marginale. Ad esempio, l’unico richiamo di peso al caso Epstein oggi sul Corriere riguarda Robert Kennedy Jr. e una sua presunta gita con Epstein e un paleontologo a caccia di fossili, pur di lordare un nome e di non parlare dei clienti effettivi, dei protettori in alto loco, delle prove inconfutabili che collegano quella rete a primi ministri, a capi di stato, a servizi segreti (come quelli di Tel Aviv, per i quali Epstein effettivamente operava) su ben altre gite.

3. Creare il capro espiatorio inverosimile. Mentre si minimizzano le prove dirette e schiaccianti, si lanciano nel dibattito pubblico congetture senza fondamento, come l'assurda ipotesi di un "comando russo" della rete di Epstein. E se non credi ai complottisti mainstream, sei un complottista.

4. Seppellire la prova. Il silenzio più assordante è quello che circonda i milioni di file ancora inaccessibili, quelli che – secondo le indagini più serie – contengono non solo i nomi, ma le prove di omicidi, torture efferate e violenze aberranti che vanno ben oltre lo "sfruttamento sessuale". Perché quei file non vengono desecretati? Perché mostrerebbero, senza più mediazioni, il volto mostruoso di un'élite criminale e il suo potere di rimanere impunita.

L'obiettivo finale è esattamente quello descritto da Reginella: mazonianamente lo potremmo chiamare “sopire e troncare”. Sopire la rabbia giusta, troncare ogni filone d'indagine scomodo. Normalizzare passo dopo passo l'inaccettabile, finché la massa, bombardata da eufemismi e notizie derubricate, non percepirà più la differenza tra un "finanziere" e un mostro, tra una "festa" e un crimine organizzato, tra eccezione e sistema.

Ribellarsi a questo non è solo un dovere morale, è un atto di sopravvivenza civile. Significa rifiutare il linguaggio ingannatore, pretendere i nomi, urlare la verità: Epstein era un pedofilo al servizio di un sistema di potere. Le sue vittime erano bambine e adolescenti. I suoi complici erano e sono tra le "élite" globali. L'impunità di cui godono è la misura della nostra sottomissione.

Sta a noi non dimenticare e non abbassare la guardia. La verità, per quanto sepolta, rimane l'unica arma che abbiamo.

PINO CABRAS



 

 

 

 

mercoledì 11 febbraio 2026

IL POTERE, L’OSCURITÀ E NOI: da Pasolini a Kubrick, fino ad Epstein.

 – Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick non parla di sesso, ma di POTERE: rituale, classe, minacce educate, silenzio obbligato. Dopo Epstein, quel film non sembra più un sogno, ma un’allegoria inquietantemente concreta.

– Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini è l’autopsia definitiva del potere: politico, ecclesiastico, giudiziario ed economico che degradano con CORTESIA DA SALOTTO. Non il fascismo storico, ma quello eterno.

– Il caso Jeffrey Epstein mostra che reti di sfruttamento, coperture e immunità ESISTONO. E che il confine tra distopia e realtà è molto più sottile di quanto si voglia ammettere.

– Le morti di Kubrick e Pasolini alimentano leggende: non prove di complotti totali, ma segnali di quanto sia PERICOLOSO guardare il potere senza inginocchiarsi.

– Non tutto è complotto. Ma molto non è affatto casuale.

IL PENSIERO di Don Chisciotte:

Se non fosse così terribilmente reale, sembrerebbe la trama di un romanzo gotico scritto da un pessimista lucido.

Un medico benestante entra in una villa isolata, assiste a un rituale mascherato dove il sesso non è piacere ma LITURGIA DI CLASSE, viene smascherato e rimandato a casa con una minaccia pronunciata con la cortesia di chi sa di poter distruggere senza sporcarsi le mani.

Questa è la scena centrale di Eyes Wide Shut, l’ultimo film di Stanley Kubrick.

Ed è bene dirlo subito: quel film non parla di erotismo.

Parla di POTERE.

Del suo linguaggio educato.

Delle sue regole non scritte.

Della certezza, gelida, che chi non appartiene alla cerchia può solo obbedire o tacere.

Il rituale non è osceno perché mostra corpi nudi. È osceno perché è NORMALE.

È organizzato. Gerarchico. Amministrato.

Il protagonista intuisce un “male superiore”, ma non lo combatte. Non può. Gli viene spiegato, con un sorriso, che continuare a vivere dipende dal dimenticare. E lui dimentica. O finge di farlo.

Il potere resta intatto. Invisibile. Impunito.

Per anni ci hanno detto che era solo cinema.

Poi è arrivato Jeffrey Epstein.

Isola privata.

Feste riservate.

Minori reclutate, spostate, restituite come oggetti.

Un accordo giudiziario che non protegge solo lui, ma anche “altri”.

Materiale archiviato. Silenzi istituzionali.

Nessuna fantasia: atti giudiziari, inchieste, documenti.

E improvvisamente Eyes Wide Shut non sembra più un sogno disturbato, ma una ALLEGORIA FIN TROPPO REALISTICA.

Non perché Kubrick sapesse tutto.

Ma perché aveva capito come funziona il potere quando non trova ostacoli: ritualizza l’abuso, lo separa dal mondo, lo protegge con la rispettabilità.

Qui nasce il cortocircuito.

Non serve credere a un’élite satanica globale per riconoscere che ESISTONO RETI DI IMPUNITÀ.

Non serve il complotto totale per ammettere che certe persone non rispondono come le altre.

Il vero scandalo non è l’eccesso. È la COPERTURA.

Pier Paolo Pasolini questo lo aveva visto prima. E senza maschere.

Salò o le 120 giornate di Sodoma non è un film sul fascismo storico. È un’autopsia del POTERE IN QUANTO TALE.

Quattro Signori: politico, ecclesiastico, giudiziario, economico.

Non personaggi, ma FUNZIONI.

Isolano dei giovani, li degradano con cortesia da salotto, trasformano il sesso in obbligo, la violenza in protocollo, il corpo in merce.

Qui non c’è orgia, c’è AMMINISTRAZIONE.

Non c’è passione, c’è regolamento.

La crudeltà non è isterica: è educata, musicale, ordinata.

Pasolini lo dice chiaramente: il sesso è la METAFORA PERFETTA del rapporto tra chi comanda e chi subisce.

La società dei consumi è il nuovo fascismo perché non reprime dall’esterno, ma convince dall’interno.

Rende desiderabile la norma.

Trasforma l’obbedienza in piacere e la sottomissione in costume.

Guardato oggi, Salò non è provocazione. È profezia.

Selezione. Sorveglianza. Uso. Scarto.

Quello che oggi chiamiamo biopolitica, Pasolini lo aveva già mostrato in tutta la sua oscenità.

Poi la realtà, come sempre, supera il cinema.

Pasolini viene massacrato all’Idroscalo di Ostia.

Un colpevole ufficiale.

Altri “ignoti”.

Bobine rubate.

Testimonianze ritrattate.

Un caso mai davvero chiuso.

Non basta per una sentenza definitiva.

Ma basta per capire quanto fosse SCOMODO.

Scriveva “Io so”.

Lavorava a Petrolio.

Toccava interessi, poteri, connivenze.

Kubrick muore pochi giorni dopo aver consegnato il suo ultimo film.

Non ci sono prove di omicidio.

Ma nasce il mito.

Perché quando un’opera mostra ciò che NON SI DEVE GUARDARE, il sospetto diventa inevitabile.

Ed è qui che il complottismo entra in scena.

A volte sbaglia.

A volte esagera.

Ma nasce sempre da una FALLA DI FIDUCIA.

Quando scopri che Epstein non era un mostro isolato ma un nodo.

Quando vedi che i complici restano senza nome.

Quando noti che l’orrore viene archiviato con educazione.

Allora il dubbio non è follia. È autodifesa.

No, non serve evocare un principe del male con corna e altari.

Il male vero è più banale.

Indossa giacca e cravatta.

Parla sottovoce.

Firma accordi.

Sorride.

Il vero scandalo non è il complotto totale.

È la NORMALIZZAZIONE DELL’OSCENO.

La cortesia con cui l’abuso viene amministrato.

L’indifferenza che lo rende possibile.

Come Don Chisciotte, continuo a sembrare folle mentre indico i mulini.

Ma so una cosa:

non tutto ciò che è oscuro è inventato.

e non tutto ciò che è legale è giusto.

Restiamo svegli.

Mentre i potenti ballano.

Don Chisciotte

#EyesWideShut #Salò #Epstein #Kubrick #Pasolini #potere #denuncia #occhiAperti







mercoledì 21 gennaio 2026

VIKTOR FRANKL

 

Gli avevano tolto tutto: il nome, la casa, la libertà.

Ma non riuscirono mai a strappargli ciò che gli salvò la vita —

e che, anni dopo, avrebbe salvato milioni di altre vite.

Nel campo di concentramento Viktor Frankl non era più un uomo. Era il numero 119104.

Psichiatra viennese, brillante e rispettato, a 37 anni si ritrovò con il cranio rasato, un pigiama a righe, il suo manoscritto, cucito nel cappotto, strappato via all’ingresso di Auschwitz.

Tutto ciò che aveva costruito era perduto.

Ma c’era una cosa che i nazisti non potevano portargli via: quello che sapeva.

E Viktor Frankl sapeva qualcosa che avrebbe cambiato il mondo.

Nei lager osservò.

Vide che non si moriva solo per fame, per freddo, per malattia.

Si moriva quando si perdeva il proprio “perché”.

Quando un uomo non aveva più uno scopo né un volto da rivedere, una missione da compiere —

il suo corpo crollava.

I medici avevano un nome per questo: “give-up-itis”, la malattia dell’abbandono.

Così Frankl cominciò il suo esperimento.

Non in un laboratorio, ma nelle baracche.

Si avvicinava a chi stava mollando e chiedeva:

Chi ti aspetta fuori?

Cosa ti resta da dire?

Perché vale la pena resistere?

Non offriva pane, né libertà.

Offriva significato.

Qualcuno sopravvisse pensando a una figlia.

Qualcuno a un libro da finire.

Lui riscrisse mentalmente il suo, parola dopo parola, notte dopo notte.

Era aprile 1945.

Pesava 38 chili. La moglie, la madre, il fratello: tutti morti.

Avrebbe potuto arrendersi.

Invece si sedette. E scrisse.

In nove giorni riscrisse quel libro che gli avevano bruciato.

Ma ora conteneva qualcosa che prima non c’era:

la prova.

La sua teoria non era solo filosofia.

Era sopravvivenza.

La chiamò Logoterapia.

Un’idea semplice e rivoluzionaria:

l’essere umano può sopportare qualunque “come”, se ha un “perché”.

Il libro uscì nel 1946.

Titolo: Dire sì alla vita, nonostante tutto.

In inglese: Man’s Search for Meaning.

All’inizio fu ignorato. “Troppo cupo,” dicevano.

Ma si diffuse.

E iniziò a salvare vite.

Tradotto in oltre 50 lingue, più di 16 milioni di copie.

Letto da malati terminali, prigionieri, cuori spezzati.

E da chi, una notte qualunque, si domandava se valesse la pena resistere ancora un giorno.

E trovava la risposta.

Perché Viktor Frankl dimostrò una verità che sopravvive a ogni dittatura:

non possiamo scegliere ciò che ci accade.

Ma possiamo sempre scegliere cosa farne.

Oggi, nelle corsie degli ospedali, negli studi terapeutici, nei momenti più bui,

le sue parole continuano a camminare accanto a chi soffre:

“Si può togliere tutto a un uomo, tranne una cosa:

la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a qualsiasi circostanza.”

I nazisti gli diedero un numero.

La Storia gli ha dato l’immortalità.


𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.



lunedì 19 gennaio 2026

IRAN. PERCHÉ POTEVO. E L’HO FATTO

 

Nel 2019 ho viaggiato in Iran.

Un Paese di una bellezza struggente, antica, profonda.

E come spesso accade, a raccontarmelo davvero non sono stati i monumenti, ma una persona qualunque: un tassista.

All’inizio aveva paura. Paura di parlare di politica, paura delle parole, paura anche solo delle domande. In Iran la paura è una compagna quotidiana, silenziosa, educata. Poi, l’ultimo giorno, mentre mi accompagnava, qualcosa è cambiato. Ha parlato. Perché poteva. E io ho ascoltato. Perché potevo. E l’ho fatto.

Mi disse che il regime non sarebbe caduto per mano di chi era cresciuto dentro la rassegnazione, ma quando i giovanissimi, diciassette, diciotto, diciannove, vent’anni, si sarebbero stancati di non avere diritti, di subire violenza, corruzione, umiliazione. Disse che quella stanchezza avrebbe avuto un prezzo altissimo. Disse che avrebbero pagato con la vita la rinascita di uno dei Paesi più belli al mondo.

Oggi quelle parole non sono più una previsione.

Sono realtà.

In Iran, in queste ore, sono soprattutto ragazze e ragazzi a riempire le strade. Non chiedono privilegi. Chiedono di vivere. Chiedono libertà. E per questo vengono picchiati, arrestati, uccisi.

È una frattura storica.

È il grido di donne che si tolgono il velo in pubblico, che si tagliano i capelli in strada, che si accendono una sigaretta come atto politico, ragazzi giovanissimi con occhi sorridenti che cantano come gesto di disobbedienza, come affermazione di esistenza. È il corpo che diventa linguaggio quando ogni altra parola viene censurata.

Non è cominciato ieri.

Le radici affondano nel 1979, nell’arrivo al potere del regime islamico, nelle prime proteste delle donne contro l’obbligo del velo, represse nel silenzio del mondo. Da allora, decenni di controllo, repressione, violenza sistemica, soprattutto sui corpi femminili. Ma oggi qualcosa è diverso: questa generazione non ha più paura di perdere ciò che non ha mai avuto.

La risposta del regime è brutale. Spari. Carceri. Processi sommari. Occhi colpiti. Vite spezzate. Internet oscurato. Famiglie costrette al silenzio. È una violenza che non mira solo a fermare le proteste, ma a spezzare l’idea stessa di futuro.

A tutto questo si aggiunge un altro livello di responsabilità, meno visibile ma altrettanto reale. Gli embarghi internazionali, protratti per anni, non hanno colpito il potere né i vertici del regime. Hanno colpito la popolazione. Hanno reso la vita quotidiana più difficile, il lavoro più precario, l’accesso ai beni essenziali più complesso. Hanno colpito soprattutto i giovani, già schiacciati dalla repressione politica, costretti a crescere in un Paese isolato, impoverito, senza prospettive economiche e sociali. Gli embarghi non hanno indebolito il regime, hanno reso più fragile la società.

Eppure continuano.

Continuano perché sanno che non esiste ritorno.

Continuano perché la libertà, una volta immaginata, non può più essere cancellata.

Non serve nessuna interferenza esterna.

Non serve nessun salvatore.

Questo è un movimento che nasce dentro, dalle strade, dalle scuole, dalle case, dai corpi. È una rivoluzione che non chiede di essere guidata, ma di essere vista, riconosciuta, protetta dal silenzio.

Ripenso a quel tassista. Alla sua voce bassa. Alla sua certezza dolorosa.

Aveva ragione.

E oggi, mentre ragazze e ragazzi iraniani pagano con la vita il diritto di esistere, non possiamo dire che sia grazie a loro se il mondo sarà pochino migliore. È grazie a loro che il mondo deve sapere di essere rivoluzione.

Viva l’Iran.

Viva l’Iran libero.

Foto e testo F.Malavolta ( foto città di Kashan 2019)


 

martedì 6 gennaio 2026

Risposta del presidente della Colombia a Trump

 

 "Il presidente della Colombia Gustavo Petro ha risposto alle minacce e alle accuse deliranti di Donald Trump, che lo ha definito un narcotrafficante. E lo ha fatto come raramente si vede: a testa alta, senza paura, senza servilismi.

Quella che segue è una risposta politica durissima, carica di storia, dignità e sovranità.

Leggetela. Perché spiega molto meglio di mille analisi cosa sta succedendo oggi in America Latina:

“Il potere giudiziario in Colombia non mi appartiene: è indipendente da me ed è in gran parte controllato dalla mia opposizione.

Se si vuole sapere qualcosa sulla mafia e sulla mercificazione della coca*na, basta consultare gli archivi giudiziari della Colombia.

Per questo respingo con forza che Trump parli senza conoscere. Il mio nome, in cinquant’anni, non compare negli archivi giudiziari sul narcotraffico, né in passato né oggi. Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano emerso dalla lotta armata e poi dalla lotta per la pace del popolo colombiano.

Io facevo parte dell’organizzazione clandestina che ha lottato per la democrazia in Colombia contro la dittatura civile dello “Stato d’assedio”, l’organizzazione che nel 1974, molto prima di Chávez, realizzò l’operazione per riportare alla luce la spada di Bolívar, colui che disse che non l’avrebbe mai rimessa nel fodero finché non fosse finita l’ingiustizia nella Grande Colombia. Io facevo parte dell’M-19, che realizzò la prima pace dell’America Latina contemporanea.

Lei non legge la storia della Colombia, e per questo sbaglia quando ci critica. Dovrebbe solo incontrare i suoi funzionari esperti in indagini sul traffico di droga in Colombia, ai quali ho collaborato con le mie stesse ricerche come senatore della Repubblica della sinistra colombiana e del suo popolo, che ha subito il genocidio del narcotraffico e dei suoi alleati politici, che sono anche alleati dell’estrema destra nordamericana.

A noi hanno assassinato decine di migliaia di compagni e compagne della lotta armata e popolare per la democrazia, e non siamo mai andati a chiedere invasioni a voi: abbiamo resistito e abbiamo vinto con la pace.

Io non ho mai bruciato una bandiera degli Stati Uniti, perché ho letto la storia delle lotte popolari e operaie degli USA attraverso i libri di Howard Zinn in spagnolo. Per questo onoro il popolo lavoratore nordamericano, il popolo nero e indigeno, e i giovani soldati che, insieme ai sovietici, sconfissero Hit*er.

Ed è per questo che ho osato parlare in una strada di New York, davanti al palazzo delle Nazioni Unite, sotto la legge degli Stati Uniti che tutela la libertà di espressione di chi partecipa all’Assemblea delle Nazioni Unite. Ho parlato contro il genocidio a Gaza. Quanto avrei voluto accompagnarla a fare la pace a Gaza, dove i palestinesi mi vogliono bene. E forse, invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con un controllo limitato sul petrolio — perché voi avete bloccato il petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che è arrivato nel vostro Paese — l’avrei accompagnata a catturare Netanyahu, il genocida.

Per quello che ho detto, lei si è arrogato la presunzione di punire la mia opinione, le mie parole contro il genocidio palestinese. La sua punizione è accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Io non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare la mia casa alla banca con il mio stipendio. È ingiusto, e io lotto contro le ingiustizie.

Sono amico di molte persone negli Stati Uniti che mi fermano per strada e mi abbracciano.

Per questo rispetto la storia che nacque con Washington e Bolívar insieme: si scambiarono doni, erano liberatori più che schiavisti.

Ho imparato a non essere schiavo e rifiuto le sue frasi che ci assegnano unilateralmente come campo del vostro dominio. Noi latinoamericani siamo repubblicani e indipendenti, e molti di noi sono rivoluzionari. Non creda che l’America Latina sia solo un nido di criminali che avvelenano il vostro popolo. Rispettateci e leggete la nostra storia, che risale a 30.000 anni fa in tutta l’America. Io leggo la vostra storia per capirvi. Non vedete narcotrafficanti dove ci sono solo autentici combattenti per la democrazia e la libertà”.




lunedì 22 dicembre 2025

Vita dopo la morte

 

E se la fisica quantistica implicasse che voi non potete morire? Non nel senso mistico o religioso, ma come conseguenza diretta delle leggi fondamentali della natura. In questo preciso istante, mentre leggete questo post, potrebbero esistere infinite copie di voi stessi in universi paralleli. In alcuni di questi universi state facendo scelte diverse, vivendo vite diverse. E in alcuni, siete già morti. Ma c'è un aspetto profondamente inquietante: voi non potrete mai sperimentare quegli universi in cui non esistete più. La vostra linea di coscienza può seguire solo i rami della realtà in cui continuate a essere vivi. Questo significa che, dal vostro punto di vista soggettivo, potreste essere effettivamente immortali. Questa non è fantascienza, ma una conseguenza speculativa eppure logicamente coerente di una delle interpretazioni più serie della meccanica quantistica, l'interpretazione a molti mondi proposta da Hugh Everett nel 1957. Secondo questa visione, ogni evento quantistico biforca la realtà in universi paralleli dove tutti i possibili esiti si realizzano simultaneamente. Quando si verifica un evento che potrebbe causare la vostra morte, l'universo si divide: in alcuni rami morite, in altri sopravvivete. Ma voi potete sperimentare solo i rami dove la vostra coscienza continua a esistere. Gli universi in cui siete morti semplicemente svaniscono dalla vostra esperienza soggettiva, pur continuando a esistere oggettivamente. È come se foste immortali, non perché magicamente protetti, ma perché la struttura stessa della realtà quantistica fa sì che possiate seguire solo i rami dove continuate a esistere. Nel 1998, il fisico Max Tegmark ha proposto un esperimento mentale radicale per esplorare questa idea: l'esperimento del suicidio quantistico, che coinvolge una pistola collegata a un rivelatore quantistico. Naturalmente è solo un esperimento concettuale, mai da ripetere nella realtà, ma le sue implicazioni sono vertiginose. Dal punto di vista dello sperimentatore, non importa quante volte prema il grilletto, la pistola emetterà sempre solo un click innocuo, perché può sperimentare solo gli universi in cui rimane vivo. Questo paradosso solleva domande profondissime sulla natura della coscienza, dell'identità personale e della realtà stessa. Se ci sono infinite copie di noi che muoiono in universi paralleli, ha ancora senso parlare di immortalità? E cosa significa per la nostra comprensione della vita e della morte? Nel nuovo video esploriamo in dettaglio questo affascinante paradosso, dall'esperimento del gatto di Schrödinger fino alle conseguenze filosofiche più profonde dell'interpretazione a molti mondi. Un viaggio dove la fisica moderna incontra la metafisica più profonda, dove tutto ciò che credevamo di sapere sulla realtà viene messo in discussione. Scoprite come la meccanica quantistica, la teoria scientifica più verificata e più bizzarra che l'umanità abbia mai concepito, potrebbe implicare che dal vostro punto di vista soggettivo siete destinati a non morire mai. Link al video completo su YouTube di seguito: https://youtu.be/OCC3XFA3K20?si=hEMBPrSZS_JeAolD

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venerdì 12 dicembre 2025

Riflessioni

 

Col tempo, ci si allontana un po’ alla volta dalle feste, dagli eventi, dalle folle rumorose…

E chi guarda da fuori, spesso pensa: “Ha perso il suo entusiasmo, ha perso la voglia di vivere.”

Ma non è così.

È che abbiamo imparato a scegliere.

A capire che non dobbiamo più essere ovunque, sorridere sempre, cercare di entrare a forza in spazi che non ci appartengono.

Abbiamo imparato a non forzare la nostra presenza dove il cuore non batte più.

E allora, con una leggerezza che un tempo sembrava impossibile, diciamo semplicemente:

«Questo non fa più per me.»

Qualcuno, sentendo queste parole, magari prova pena…

Ma solo chi è arrivato fin qui può capire: non è tristezza.

È sollievo.

È la pace di chi non ha più bisogno di dimostrare nulla.

È la bellezza di poter dire con fermezza e serenità:

«Questo lo voglio. Questo no.»

Ecco cos’è la libertà.

E la vera libertà, quella che ti abbraccia l’anima, non ha età.

Arriva quando smettiamo di rincorrere tutto — e iniziamo a inseguire solo ciò che dà senso.

Se c’è un rimpianto, forse è solo questo:

Non averlo imparato prima.

Ma va bene così.

Perché quando questa consapevolezza arriva, anche se tardi, ci rendiamo conto di una cosa:

Non è mai stata una resa.

È sempre stato un ritorno a casa .Il Poeta