giovedì 3 aprile 2025

L’obbedienza cieca è l’origine dei più grandi mali dell’umanità.

 Oggi risuona nuovamente la chiamata alle armi. Credevamo che il mondo omerico con la sua celebrazione della forza e del “coraggio sul campo di battaglia” appartenesse a un lontano, remoto passato, quando l’umanità era più primitiva, più feroce, più brutale. Ma già due millenni fa c’era chi era insensibile a tali richiami. Si tratta del poeta Archiloco di Paro che abbandonò lo scudo nel bel mezzo della battaglia. La scelta di gettare lo scudo rappresenta una rottura con i valori del mondo omerico, dove ciò che contava era soprattutto l’onore e il desiderio di gloria.

Archiloco descrive la brutalità della guerra non celandola dietro artefici poetici, e la guerra, perduta ogni valenza epica, si mostra davanti agli occhi del poeta nella sua indecente nudità, mentre quest’ultimo rivolge la sua attenzione alla vita, che capisce essere più preziosa di qualsiasi cosa.

Il vero eroe è il disertore, colui che dice “no” alla guerra, colui che si rifiuta di obbedire, ciecamente obbedire, agli ordini dei suoi superiori diventando in tal modo un assassino, un Caino moderno. Cosa dissero infatti i carcerieri dei lager? Come si difesero i mediocri funzionari dell’apparato nazista? Non avevamo altra scelta, non potevamo agire diversamente, obbedivano a delle direttive. Ecco l’eterna giustificazione di chi abdicando alla propria umanità, alla propria coscienza, alla propria dignità di essere pensante in grado di discernere il bene del male, rinuncia al proprio essere uomo per trasformarsi in un ingranaggio del sistema.

Si possono compiere le peggiori atrocità ed essere convinti al tempo stesso di avere la coscienza a posto. Ciò accade quando accogliamo, senza averle sottoposto al vaglio della nostra coscienza, idee, atteggiamenti, pratiche condivise che proprio per il fatto di essere condivise ci paiono naturali. È questa la banalità del male di cui parla Anna Arendt: l’incapacità di pensare, di sentire, il piegare la propria coscienza alle leggi ed alle direttive imposte dall’alto, giuste o sbagliate che siano non fa differenza.

G.Middei, anche se voi mi conoscete come Professor X (Cari amici, se volete mi potete seguire anche su Instagram, dove pubblicherò contenuti inediti, mi trovate la come “IlprofessorX”)

#società #socialmedia #filosofia

 

lunedì 24 marzo 2025

Dall'archivio di Giovanni Provvidenti.

 Il "fanciullo" e il suo egoismo necessario

La fanciullezza è quello stato di beatitudine istintiva che  ci fa apparire tutto naturale, necessario, privo di colpa. È l'innocenza di chi non ha più bisogno di dire a se stesso e agli altri: "questo è morale, questo è immorale, perciò questa è la mia colpa, questa è la mia innocenza"; è uno stato d'animo che considera ogni cosa mondana dal punto di vista del gioco, che è la vera necessità del "fanciullo". Il bambino, per esempio, prende sul serio il gioco, è già maturo per considerarlo la sua necessità, la sua dimensione vitale atemporale e aspaziale: infatti egli agisce e opera dimenticandosi del tempo che scandisce se stesso e dello spazio che occupa

e non si pone domande esistenziali di bene o di male, di buono o di cattivo, di giusto o ingiusto, perché sa ridere del tragico come del buffo. Il bambino non sa che cos'è etico o antietico, e se gli si impone un costume, una convenzione o un'abitudine morale, lo si violenta nelle sue intenzioni più innocenti e naturali, più recondite, è come se gli si reprimessero i suoi impulsi primigeni, che poi sono quegli stessi impulsi necessari per la sua crescita e formazione del carattere. Certo, per un bambino la disciplina è d'uopo in un contesto sociale collettivo, purché sia graduale e non tenda soltanto alla repressione. Il bambino soffre le repressioni, egli vuole soltanto essere felice e ridere: Il bambino SA RIDERE! E Saper ridere anche da adulti come l'innocente fanciullo è una grande serietà, una grande maturità. In verità non è seria nè matura l'ipocrita e deleteria commedia sociale e, spesso, personale, di coloro i quali non prendono troppo sul serio il gioco e pensano che la serietà sia anzitutto il lasciarsi trasportare dal fiume inesorabile delle età e "invecchiare" - spesso invecchiare anzitempo poiché anzitempo ci si è consegnati al "superfluo bisogno sociale" - o diventare "saggi", come se crescere dovesse voler dire inevitabilmente lasciarsi il fanciullo alle spalle e considerare maturo l'atto del "tribunale interiore", come se già non ci fossero i "tribunali esteriori" a farci sentire pesante l'esistenza; mi riferisco agli impenitenti dispensatori di giudizi e pregiudizi, ai dispensatori di valori e ideali, nonché di ideologie. I tribunali interiori sono quei luoghi terribili che occupano un territorio del tutto privato e personale dove ogni azione diviene l'imputata da giudicare, da giudicare in base a ciò che si è imparato a riconoscere come morale o immorale: l'essere ligi a quella sorta di amplesso spirituale che diviene flagellazione metafisica: poichè ci fa sentire sempre colpevoli di qualche cosa. In crisi senza posa verso qualche idolo sociale o culturale. Ma il "fanciullo", colui che considera l'innocenza dell'individuo il viandare nei sentieri della necessità, prescinde da siffatti tribunali e giudizi e non valuta in basa a un pregiudizio, ma in base alla necessità appunto. In base a un egoismo del tutto fisiologico. Anzi nemmeno si pone la domanda di cosa sia necessario per lui, perché lo sente, lo avverte istintivamente, fisiologicamente, e di conseguenza agisce. Ma non è propriamente un essere irrazionale assuefatto a un relativismo di maniera: il suo agire è sì istintivo, semplice, naturale, ma si fonda sulla prospettiva che egli ha di stesso, ma soprattutto sulla propria consapevolezza. Processa tale prospettiva e si rapporta col proprio io e con gli altri nella misura in cui il suo egoismo fisiologico comprende un bisogno di autoconservazione e dà a se stesso ciò che ritiene utile per il suo benessere. "Cosa è utile e buono per me?", egli chiede a stesso, e agisce di conseguenza. È un egoismo che non si pone domande e non cerca risposte, appunto perché non si sa tale, ma che riconosce istintivamente una necessità. Naturalmente tale individuo è consapevole di vivere nel bene e nel male mondano, nel buono e nel cattivo umano, nel giusto e nell'ingiusto che sitano dinanzi all'ingresso dei tribunali interiori come esteriori, non li può mica eludere e vivere tra essi come un imbelle o un ebete! Tuttavia riconosce, indovina la strada per superarli e non lasciarsi trattenere dalle soavi vocine di sirena di coloro che dicono: "cresci e guarda la realtà a te d'intorno; non sei più un bambino e non vivi in un mondo straniero, non puoi vivere alieno a te stesso: non sei diverso da noi", e lo vorrebbero sempre riportare indietro, al tutto uguale, al loro "altruismo", alla loro realtà quotidiana, come se la realtà fosse solo quella che loro vedono, vivono! Il "fanciullo" è quel tipo di individuo che considera l'altruismo: o un atto di mera magnanimità o un atto di mera privazione sacrificale, altrimenti non lo considera affatto e si tiene ben stretto il suo egoismo necessario. Il bambino, ad esempio, quando dà non dà per costrizione? Solo quando ne sente e ne avverte la necessità dà con mero slancio di generosità - senza peraltro chiedersi se è stato un gesto generoso o sacrificale: dona e basta ed è felice di averlo fatto, e sorride. SA RIDERE! E quando soffre cerca istintivamente ragioni per il proprio malessere interiore e nello stesso tempo cerca ogni via per trarsene fuori, perché vuole tornare a giocare e a ridere, AD ESSER SERIO E SERENO E MATURO PER LA SUA NECESSITÀ. E perché un individuo adulto non dovrebbe considerare la vita un gioco, una risata, persino quando la vita diventa dolore? "Saper ridere" persino del dolore più profondo eleva l'animo fino allo spirito libero! Ma perché si possa ridere ed esser liberi, cioè elevati e guardare alle tragedie mondane come fossero uno spettacolo, si deve prima santificare l'egoismo! Giovanni Provvidenti

 

 

domenica 23 marzo 2025

I Sumeri e il loro straordinario lascito

 I Sumeri furono una delle civiltà più avanzate e influenti dell’antichità, fiorendo tra il 4000 e il 2000 a.C. nella regione della Mesopotamia (attuale Iraq). Le loro innovazioni hanno avuto un impatto duraturo sulla storia dell’umanità. Tra le loro invenzioni documentate figurano:

1. La scrittura cuneiforme (Schriftsprache), il primo sistema di scrittura conosciuto

2. La ruota

3. Il sistema di irrigazione

4. L’agricoltura organizzata

5. La matematica, con un sistema sessagesimale (basato sul 60)

6. Il calendario lunare

7. La città-stato, con un’organizzazione sociale complessa

8. Gli ziqqurat, grandi strutture religiose e amministrative

9. I codici di legge, come il Codice di Ur-Nammu e il successivo Codice di Hammurabi

10. La letteratura, tra cui l’Epica di Gilgamesh, il più antico poema epico conosciuto

11. La navigazione fluviale

12. La produzione di mattoni cotti per la costruzione

13. La metallurgia del bronzo

14. La produzione della birra, con ricette documentate

15. Il sistema contabile basato su tavolette di argilla

16. Le prime scuole (Edubba), per la formazione degli scribi

17. La burocrazia governativa

18. L’architettura monumentale

19. L’astronomia, con la registrazione dei moti celesti

20. La musica e la costruzione di strumenti musicali

I Sumeri e l’astronomia

I Sumeri svilupparono un sistema avanzato di osservazione astronomica, fondamentale per la creazione del calendario e per il culto religioso. Tuttavia, l’idea che avessero mappe dettagliate del sistema solare come lo conosciamo oggi è una speculazione moderna senza fondamento archeologico. Alcune tavolette cuneiformi mostrano rappresentazioni del cielo e dei pianeti visibili a occhio nudo (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno), ma non prove di una conoscenza precisa di Urano, Nettuno o Plutone.

Chi erano gli Anunnaki?

Gli Anunnaki erano un gruppo di divinità venerate dai Sumeri, Accadi, Babilonesi e Assiri. Il termine significa “coloro che discendono dal cielo” o “progenie del dio Anu” e indicava esseri divini con ruoli diversi nella mitologia mesopotamica. Le principali fonti su di loro provengono da testi religiosi e letterari, tra cui l’Epica di Gilgamesh, l’Atrahasis (che narra un diluvio simile a quello biblico) e l’Enuma Elish, il poema della creazione babilonese.

Negli anni ’70, lo scrittore Zecharia Sitchin reinterpretò i testi sumerici in chiave fantascientifica, sostenendo che gli Anunnaki fossero esseri extraterrestri provenienti dal pianeta Nibiru, che avrebbero creato gli esseri umani per sfruttarli come forza lavoro. Tuttavia, questa teoria non ha alcun riscontro accademico ed è considerata pseudoscienza.

Somiglianze con altre mitologie

Alcuni studiosi hanno notato similitudini tra la mitologia mesopotamica e altre tradizioni antiche, ma ciò si spiega con la diffusione culturale tra civiltà vicine. Ad esempio:

• Mitologia egizia: il dio Ra viaggia nel cielo con la sua “nave solare”, un concetto simbolico legato al ciclo del sole.

• Mitologia indù: i Vimana, menzionati nei testi sanscriti, sono descritti come carri celesti, ma non esistono prove che fossero navi spaziali reali.

• Dogon del Mali: il mito della stella Sirio è stato spesso reinterpretato in chiave aliena, ma la loro conoscenza di Sirio B è stata probabilmente influenzata da contatti con astronomi moderni.

• Culture precolombiane: Incas, Aztechi e Maya veneravano dèi solari, ma non esistono connessioni dirette con i Sumeri.

Il mistero del film “Anunnaki”

Nel 2006, il regista Jon Gress iniziò la produzione di una trilogia cinematografica intitolata Anunnaki, ispirata alle teorie di Sitchin. Tuttavia, il progetto fu interrotto e il film non venne mai distribuito. La spiegazione ufficiale è la mancanza di finanziamenti, ma alcuni teorici della cospirazione sostengono che il film sia stato bloccato per evitare che diffondesse una “verità scomoda”. Non esistono prove a supporto di questa ipotesi.

Conclusione

I Sumeri furono una civiltà straordinaria, la cui eredità ha plasmato il mondo moderno. Tuttavia, le teorie sugli Anunnaki come esseri extraterrestri derivano da interpretazioni moderne senza basi storiche o scientifiche. Sebbene affascinanti, queste idee rientrano più nella fantascienza che nella realtà archeologica.

Baisi Francesco

Le CELLULE TI ASCOLTANO, REAGISCONO, SI EMOZIONANO

 

Ti sei mai chiesto se il tuo corpo può ascoltare i tuoi pensieri e le tue emozioni?

Esistono tecniche che vanno oltre la semplice consapevolezza fisica e che suggeriscono un legame diretto tra la tua mente e le tue cellule. Queste pratiche ci permettono di comunicare con le nostre cellule, con l'intenzione di migliorare il nostro benessere.

PERSONALMENTE ho messo a punto una efficace tecnica che nel suo sviluppo comprende:

1. Meditazione delle cellule: Immagina di entrare in contatto con ogni cellula del tuo corpo, visualizzando una connessione energetica che porta guarigione, equilibrio e vitalità.

La consapevolezza del corpo diventerà il primo passo per inviare energia positiva alle tue cellule.

2. Puoi Prendere consapevolezza delle risposte del tuo corpo e allenarti a usare il respiro e la mente per influenzare positivamente il tuo stato fisico portando il corpo a uno stato di benessere ottimale.

3. Guarigione energetica:

Utilizzando il pensiero e l'intenzione, talvolta i giusti CRISRALLI potrai inviare energia direttamente alle tue cellule, favorendo lo stato di benessere generale.

4. Riprogrammare le cellule con affermazioni personalizzate e utilizzando anche codici e numeri: Le tue cellule reagiscono a pensieri ed emozioni.

Usare specifiche affermazioni positive per riprogrammare la tua mente e, di conseguenza, il tuo corpo RAPPRESENTA UN Grande CAMBIAMENTO! Ogni parola e numero e codice che pronuncerai influenzerà profondamente il tuo stato fisico.

Scopri il potere di un legame profondo tra la mente e il corpo!

by KatyaPerego

 

 

Lo gnosticismo

 

La credenza che siamo particelle di Dio discese in questo mondo prigione, che abbiamo perso memoria, identità e facoltà extrasensoriali, e che tutto ciò può essere riguadagnato attraverso l’anamnesi o attraverso la congiunzione mistica, è una delle vedute religiose più radicali conosciute in Occidente.

Lo Gnosticismo presume che il mondo apparente sia una frode che nasconde la vera realtá. Di qui il bisogno della rivelazione della Gnosi. Ci troviamo “segretamente” in una prigione gigante, “segretamente” in schiavitù. C’è una deliberata occlusione praticata su di noi da carcerieri ostili. La verità ci è deliberatamente nascosta per mantenerci nell’ignoranza. Se dovessimo conoscere la verità tutto ciò che vediamo si rovescerebbe. Rivelare è rovesciare, rovesciare è rivelare. C’è dunque nello Gnosticismo una base intrinseca rivoluzionaria e sovversiva che combatte le potenze che governano questo mondo.

Gli Gnostici distinguevano il vero Dio inconoscibile (Primo Eone) dal malvagio dio minore Yaldabaoth (o Demiurgo), di cui essi disprezzavano pertanto le leggi e l’universo materiale da lui creato per imprigionare le anime degli uomini. Gli Arconti sono concepiti come esseri invisibili che tengono in schiavitù psichica gli uomini, impedendo loro di conoscere la verità, di riconoscere in loro la scintilla divina che li accomuna a Dio. È questa la conoscenza di cui gli uomini sono defraudati.

(Sintesi estratta dall'Esegesi di Philip K. Dick, noto in vita soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza, ma, dopo la morte, rivalutato per la sua "Esegesi", una mastodontica raccolta delle sue tormentate riflessioni personali, fortemente influenzate dallo Gnosticismo, di cui era appassionato studioso).




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 20 marzo 2025

Dall'archivio di Giovanni Provvidenti.

 

La filosofia come commedia della verità

Dopo Socrate il filosofo raramente è stato sognatore, un cuore tragico sospinto verso mete e miti da un afflatico romanticismo, il cui anelito fosse l'aire, lo slancio dato da un "istinto razionale", artistico nel pieno significato di arte e di estetica crepuscolare, di estasi dell'anima, quando l'anima diviene una vera e propria aurora dell'Essere. Insomma, il senso artistico del soggetto sognatore, perocchè il sogno dona agli istinti il senso drammatico della commedia e della liturgia dell'ego. Come se si volesse inseguire uno sconosciuto desiderio fuggito da un istinto ribelle, rivoluzionario; un desiderio fuggito da un sogno, e che vuole perseguire realtà e verità il cui principio sia null'altro che un riflesso onirico generato da un palpito che fugge dal cuore e si riversa magmatico nell'aurora dell'anima.

Chissà perché ci sono filosofi che pensano di dover essere ad ogni costo individui razionali, freddi, lucidi fino alla lucida follia dei sensi, logici, oggettivi e possessori del logos più veritiero del mondo, di più: possessori di tutte le realtà e verità del mondo! Altrimenti non vogliono credere e quando elogiano il dubbio mentono a se stessi, perché in realtà enunciano un mistificato necrologio... A meno che il filosofo non sia capace di diventare anche "poeta", allora il discorso cambia. Allora il filosofo "filosofeggia", cioè sogna, anela, vuole creare e, più che realtà e verità, aspira a creare commedie di scorci di panorami di realtà e verità; più che possibili futuri, attimi danzanti di eternità. Allora inventa i ditirambi coi quali imprime nelle parole il senso del dramma, del tramonto, la simmetria e la geometria dei segni, dei simboli, che lascia sì casualmente, ma anche volutamente, sparsi quà e là nei suoi discorsi; i suoi stessi discorsi assumono parvenza di drammaturgia. E fonda! Fonda la "sua scuola", i suoi discepoli, i suoi nuovi valori e principi archetipici, cui tutto il futuro dovrà fare i conti. I presocratici sono stati filosofi sognatori, poiché la loro filosofia era intrisa di una meravigliosa poetica. Per quanto sofisti, la loro tragicità li fece andare al di là dell'astrattismo teoretico, cui la logica della retorica e della dialettica non proponeva altro che l'eterno ritorno a una filosofia precedente, seppur trasfigurata in una presunta novità, allorché il sofismo dialettico susseguente ne mutava il contenuto sillogistico, cangiando la maschera in commedia; così ogni filosofo diventava maestro di un'altra maschera e commedia e di una nuova scuola del tragico. Purtroppo dopo Socrate la filosofia diviene un monolite, una fredda, logica razionalità, un vero e proprio nichilismo istintuale la qual volontà cognitiva era diventata oramai cognizione di causa di una altrettanto vera e propria dogmatica: brama di verità, di sapere, spesso mascherata di "opinione". Si elogiava ancora la tragedia, la commedia, il dubbio, ma guai ad afferrare per le corna il toro della verità e matarlo di santa ragione! Guai ad affermare che la loro commedia fosse oramai diventata noiosa, cioè ripetitiva e priva del fascino dualistico di Eros e Thanatos, Apollo e Dioniso; invero dell'istintualità più naturale che nell'epoca tragica dei greci trovava nella commedia la sua massima espressione - della commedia non solo teatrale, ma soprattutto della vita quotidiana -. Dopo Socrate dubitare della verità venne considerato pura pazzia. Atene facendo bere la cicuta a Socrate cercò di salvaguardare l'ultimo barlume di antico testamento ellenistico rimasto negli anfratti di qualche pensiero filosofico taletiano, anassimandriniano, eraclitiano; tuttavia Platone, con la sua Repubblica, diede al pensiero morente presocratico il colpo di grazia. Solo a partire dall'epoca illuministica della cosiddetta Rivoluzione Copernicana (che possiamo tranquillamente chiamare anche rivoluzione copernicana della filosofia) la filosofia ri-inizia a riprendersi il suo posto e il ruolo originario e preminente nella conoscenza pura, in quanto torna ad appropriarsi dei suoi specifici strumenti scientifico-teorici, che appunto gli erano propri nell'epoca presocratica. Fino ad arrivare a Nietzsche che con la sua ulteriore rivoluzione filosofica abbattè del tutto quel monumentale monolite di pensiero freddo e razionale, ridando alla tragedia il suo vigoroso, degno ruolo in commedia, fondando il teatro e l'anfiteatro della verità, mutando la verità nel luogo tragico ove il filosofo e la filosofia ritrovassero la loro "follia", il loro gioco e la fanciullezza del sogno, della metafora... della poesia. Personalmente mi sento erede di questa antica commedia, erede di questa antica filosofia come "commedia della verità

 

Filosofo cinese Lin Yutang

 


“Non hai più molti anni da vivere e, inoltre, non potrai portare nulla con te quando te ne andrai, quindi devi risparmiare senza sacrificare il tuo benessere.”

“Spendi il denaro che deve essere speso, goditi ciò che deve essere goduto e dona ciò che è possibile.”

“Non preoccuparti di cosa accadrà dopo la tua morte, perché quando diventerai polvere, non sentirai se sei lodato o criticato, se sei visitato al cimitero o dimenticato.”

“Il momento per godersi la vita è adesso, e i beni che hai guadagnato con fatica devono essere goduti.”

“Non preoccuparti troppo per i tuoi figli, poiché avranno il loro destino e troveranno la loro strada.”

“Prenditi cura, soprattutto, dei tuoi nipoti, amali, viziali e cerca di goderteli finché puoi.”

“La vita deve essere qualcosa di più che lavorare dalla culla alla tomba.”

“Ogni giorno svegliati per goderti un altro giorno di vita senza litigare con nessuno o portare rancore.”

“Non aspettarti troppo dai tuoi figli.”

“Anche se i figli si prendono cura dei genitori, saranno sempre occupati con il loro lavoro, i loro impegni e la loro vita.”

“Molti figli che non si interessano ai genitori litigheranno per i loro beni ancora prima che siano morti, desiderando la loro dipartita per ereditare proprietà e ricchezze.”

“Se hai già 65 anni o più, non sacrificare la tua salute per il denaro lavorando eccessivamente, perché scaveresti solo la tua tomba in anticipo.”

“Di mille ettari coltivati a riso, potrai consumarne solo mezza tazza al giorno, e di mille palazzi, avrai bisogno solo di otto metri quadrati per dormire la notte. Quindi, se hai cibo e denaro per le tue necessità, non ti serve altro.”

“Cerca di vivere felice, perché hai una sola vita.”

“Non paragonarti agli altri misurando fama, denaro o status sociale, né vantandoti se i tuoi figli hanno più successo di altri. Piuttosto, sfidali a raggiungere la felicità, la salute, la gioia e una vita di qualità.”

“Accetta le cose che non puoi cambiare, perché preoccuparsene troppo potrebbe danneggiare la tua salute.”

“Crea il tuo benessere e trova la tua felicità facendo ogni giorno qualcosa che ti diverta e ti rallegri.”

“Un giorno senza felicità è un giorno perso.”

“Con un animo positivo, la malattia si cura; con uno spirito allegro, la guarigione è più veloce o la malattia nemmeno si avvicina.”

“Con un buon carattere, esercizio adeguato, cibo sano e un consumo ragionevole di vitamine e minerali, avrai una vita sana e piacevole.”

“Ma, soprattutto, impara ad apprezzare la bontà della famiglia e degli amici, perché saranno loro a farti sentire giovane, ricordandoti i bei momenti e le esperienze interessanti della tua vita.”

“Si dice che chi perde il tetto, guadagni le stelle. Ed è vero.”

“Il tempo e le opportunità sono come l'acqua di un fiume: non puoi toccarle due volte, perché una volta passate, non torneranno più.”

“Approfitta di ogni minuto della tua vita e non rifiutare le opportunità di scoprire il mondo e goderti le cose belle, perché potrebbero non ripresentarsi mai.”

“Non giudicare le persone dall’aspetto, perché cambia con il tempo.”

“Non cercare la persona perfetta, perché non esiste.”

“Cerca, se lo desideri, qualcuno che ti apprezzi per quello che sei; e se non lo trovi, goditi la tua solitudine, che è molto meglio di una cattiva compagnia.”

“Credi in Dio, qualunque sia il concetto che ne hai, e cerca di goderti la vita, che è molto breve. Goditi la famiglia e gli amici, perché presto o tardi lascerai questo mondo, e nessuno ti ringrazierà.”

“Che la salute e il benessere siano sempre con te.”

~ Lin Yutang