Un recente post indignato e lucido di Sara Reginella, l’autrice del libro «Le guerre che ti vendono», non è solo una denuncia: è una radiografia perfetta di un meccanismo tossico che muove gran parte del giornalismo occidentale, il quale al momento del dunque non chiama le cose con il loro nome.
Non stiamo parlando di semplici
"sfumature linguistiche", bensì di un'operazione chirurgica e
consapevole per anestetizzare la coscienza pubblica. Quando dico consapevole
intendo proprio questo. È consapevole perché le redazioni applicano sistematicamente
due pesi e due misure. Sanno quando enfatizzare notizie fragili contro bersagli
politici designati (cannoneggiandoli con titoli allusivi, esperti a gettone,
narrazione persistente). E sanno quando sommergere notizie gravissime che
minacciano élite o alleati, usando eufemismi, spostando il focus su dettagli
marginali e seppellendo il nucleo sotto altre notizie. Questa selettività
costante - mai invertita - non lascia nulla al caso, perché è il protocollo
consapevole di un sistema mediatico che funziona come sistema immunitario del
potere, attaccando le minacce esterne e proteggendo il proprio organismo.
Il processo è sempre lo stesso:
1. Rinominare l'orrore. Reginella
elenca tutti i trucchi usati dai giornaloni in questi giorni. Un pedofilo
sadico diventa un "finanziere". Una rete di sfruttamento sessuale di
minori diventa "feste orgiastiche". Bambine rapite, abusate e
torturate diventano "donne minorenni", un ossimoro che mistifica la
violenza. Crimini contro l'umanità vengono derubricati a "bassezze" o
"gossip dell'alta società". È il primo passo: se l'orrore non ha un
nome preciso, non può generare un'ondata di giusta indignazione.
2. Spostare il focus. Il sistema dei
media, quando non può ignorare, devia. L'attenzione viene dirottata sul
dettaglio irrilevante, sul gossip, sulla figura marginale. Ad esempio, l’unico
richiamo di peso al caso Epstein oggi sul Corriere riguarda Robert Kennedy Jr.
e una sua presunta gita con Epstein e un paleontologo a caccia di fossili, pur
di lordare un nome e di non parlare dei clienti effettivi, dei protettori in
alto loco, delle prove inconfutabili che collegano quella rete a primi
ministri, a capi di stato, a servizi segreti (come quelli di Tel Aviv, per i
quali Epstein effettivamente operava) su ben altre gite.
3. Creare il capro espiatorio
inverosimile. Mentre si minimizzano le prove dirette e schiaccianti, si
lanciano nel dibattito pubblico congetture senza fondamento, come l'assurda
ipotesi di un "comando russo" della rete di Epstein. E se non credi
ai complottisti mainstream, sei un complottista.
4. Seppellire la prova. Il silenzio
più assordante è quello che circonda i milioni di file ancora inaccessibili,
quelli che – secondo le indagini più serie – contengono non solo i nomi, ma le
prove di omicidi, torture efferate e violenze aberranti che vanno ben oltre lo
"sfruttamento sessuale". Perché quei file non vengono desecretati?
Perché mostrerebbero, senza più mediazioni, il volto mostruoso di un'élite
criminale e il suo potere di rimanere impunita.
L'obiettivo finale è esattamente
quello descritto da Reginella: mazonianamente lo potremmo chiamare “sopire e
troncare”. Sopire la rabbia giusta, troncare ogni filone d'indagine scomodo.
Normalizzare passo dopo passo l'inaccettabile, finché la massa, bombardata da
eufemismi e notizie derubricate, non percepirà più la differenza tra un
"finanziere" e un mostro, tra una "festa" e un crimine
organizzato, tra eccezione e sistema.
Ribellarsi a questo non è solo un
dovere morale, è un atto di sopravvivenza civile. Significa rifiutare il
linguaggio ingannatore, pretendere i nomi, urlare la verità: Epstein era un
pedofilo al servizio di un sistema di potere. Le sue vittime erano bambine e
adolescenti. I suoi complici erano e sono tra le "élite" globali.
L'impunità di cui godono è la misura della nostra sottomissione.
Sta a noi non dimenticare e non
abbassare la guardia. La verità, per quanto sepolta, rimane l'unica arma che
abbiamo.
PINO CABRAS



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